Aboliamo il carcere

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Nonostante gli studi e i report stilati annualmente da associazioni quali Antigone e Gruppo Abele continuino a denunciare le condizioni disumane delle carceri italiane (1), la strada che per moltə rappresenta la soluzione rimane quella della riforma, anziché quella dell’abolizione.

Tra le questioni più urgenti che riguardano la crisi delle strutture penitenziarie troviamo il sovraffollamento, le scarse condizioni igieniche, talvolta l’assenza di assistenza sanitaria e la limitazione di libertà e diritti. Davanti all’evidente fallimento del carcere non ci dovrebbero più essere dubbi rispetto alla sua eliminazione, eppure c’è ancora chi spera in un riformismo in grado di sanare un’istituzione che, per come è nata, non potrà mai adempiere ai compiti che si propone di avere, tra i quali rieducare e reinserire. (2)

In Aboliamo il carcere (3) Giulia De Rocco opta per la strada diametralmente opposta, ovvero quella rivoluzionaria dell’abolizionismo che sostiene la necessità di «pensare a un mondo che super[i] il bisogno di punire e di chiudere le persone in gabbia» (4).

Quella dell’autrice è una posizione tutt’altro che teorica, poiché si tratta di una convinzione maturata in anni di incontri con lə detenutə e con le loro storie.

Infatti, se De Rocco racconta la fiducia e la speranza con cui in passato guardava alla possibilità di un carcere riformato, spiega anche che è stato nel momento in cui ha iniziato a interfacciarsi con lə detenutə che ha compreso come l’unica soluzione possibile fosse quella dell’abolizione.

Aboliamo il carcere è una sorta di diario che De Rocco scrive da un futuro prossimo in cui l’abolizione è già avvenuta da una trentina d’anni:

«Abolire è stato distruggere e vedere cosa fare di quello che rimaneva, non superare costruendo alternative. Non c’è stata gradualità nel pensiero. Con quello che abbiamo pensato tutt* insieme e con l’aiuto di tant* che ci avevano pensato prima di noi, abbiamo rinunciato al carcere, abbiamo capito che un
tempo non c’era e che poteva non esserci più.» (5)

Il punto di partenza su cui De Rocco costruisce il proprio ragionamento è la convinzione fasulla che porta a pensare al carcere come a una necessità umana.

«Abbiamo capito che per abolire il carcere dovevamo abolire il bisogno del carcere. L’errore che si stava facendo, infatti, era pensare che questo bisogno era dentro di noi. Si stava confondendo il bisogno del carcere con il bisogno di sentirsi protett*» (6).

Non esiste un’alternativa unitaria alla prigione, ma ci sono tante altre strategie preventive interconnesse che cancellerebbero la concezione del carcere come quella di un’istituzione indispensabile per il funzionamento della società. Ad esempio, all’interno del testo hanno particolare importanza i concetti di prevenzione e di cura.

La prima si concretizza in un’attenta analisi delle motivazioni che hanno spinto lə detenutə a delinquere e nel conseguente soddisfacimento dei suoi bisogni per impedire che il reato si ripeta.

Alcuni esempi possono essere lo sforzo per la redistribuzione delle risorse in modo che diminuisca la probabilità che individui non abbiano altra alternativa di privare qualcun altro di ciò di cui hanno bisogno (7), oppure il superamento delle ingiustizie e delle oppressioni che portano le persone a pensare a modi spesso lesivi per sopravvivere.

La seconda si concentra su un percorso di assistenza nei confronti di chi agisce in modo deleterio, in maniera che non perseveri nel danneggiare sé stessə e altrə. La cura di cui parla l’autrice è biunivoca, cioè non è indirizzata solo verso la persona che delinque, ma anche verso chi subisce un torto. Uno dei problemi del sistema carcerario che appare evidente fin dalle prime pagine è che la vittima scompare dopo la denuncia, in quanto lo Stato si concentra solamente sulla persona che ha compiuto il reato e sulla modalità più consona per punirla.

La vittima viene isolata, se non completamente dimenticata: il suo trauma e la sua voce non sono considerati, se non dalle rare associazioni che si prendono carico di una responsabilità che spetterebbe invece all’istituzione statale.

Nel futuro ideato da De Rocco esiste un’assemblea composta da persone comuni che portano avanti
una pratica di prevenzione e cura collettiva in cui la riparazione passa attraverso l’ascolto e la comprensione dei bisogni altrui. L’assemblea penetra ogni aspetto della società: trova i suoi rappresentanti nelle scuole, per le strade, nelle case, perché è composta da persone normali ma
«allenate a guardare alle cause che stanno dietro ai gesti lesivi o violenti» (8). Si tratta di un gruppo
formato «di chi inventa le decisioni, di chi ha la responsabilità dei conflitti e delle risoluzioni» (9). L’assemblea incarna tutto quello che lo Stato finora non è riuscito ad essere: un insieme di individui
educati a riparare i torti commessi o subiti e a gestire tutte quelle emozioni complesse (rabbia, paura, senso di vendetta) che non possono essere lasciate alla gestione del singolo. Secondo de Rocco queste sono tutte emozioni legittime che necessitano di un loro spazio di espressione per «trasformarle in energia che genera trasformazione, buona per chiunque» (10).

Per poter dar vita a tutto questo è però necessario un cambio di prospettiva che non presupponga che al reato consegua una pena.

È fondamentale ripensare concetti come “errore”, “correzione”, “punizione” e staccarli dall’idea di uno Stato che castiga pensando di calmare il senso di vendetta di chi ha subito un torto e di riformare chi quel danno l’ha commesso. Parafrasando l’autrice, il reato corrisponde alla trasgressione di una norma che è il risultato di una deliberazione da parte di coloro che detengono il potere e hanno l’autorità per decidere cosa sia giusto e cosa sia sbagliato.

«Volevano che si vedesse che lo Stato intendeva rispondere a quello che viene considerato sbagliato, ingiusto, chiudendo le persone in gabbie sorvegliate da altre persone armate. E così fare giustizia. Rispondevano al male, ma non lo risolvevano. Anzi, lo perpetravano, ancora e ancora» (11)

In altre parole, serve ripensare il concetto di “rieducazione” separandolo da quello di punizione e soprattutto evitando di ricondurlo a un modello standardizzato. Infatti, in Italia, ma non solo, il modello di riabilitazione prevede la figura di un uomo bianco, etero, mascolino, abile, sano, discriminando in questo modo e non prendendo in considerazione l’esistenza di altre forme d’essere (12).

Una visione di questo tipo punta a una conformazione dei corpi necessaria «per garantire la riproduzione di strumenti di potere efficaci al sistema capitalistico (l’eteronorma, il razzismo, il classismo, l’abilismo, ecc)» (13).

La svolta nel racconto dal futuro di De Rocco avviene quando si verifica l’incontro tra chi sta dentro e chi sta fuori, tra le vittime, coloro che hanno commesso i reati e l’assemblea.

È l’intimità a distruggere il carcere, un’intimità che de Rocco chiama “creativa”, fatta di ascolto, confronto e contatto e che segna la rinuncia dei mezzi violenti adottati dallo Stato per risolvere i conflitti. Non serve unə mediatorə tra «dentro e fuori», ma occorre che le due parti si alleino, confrontandosi direttamente e decostruendo insieme i modelli nocivi di disciplinamento dei corpi.

L’abolizione del carcere non è un’utopia, ma un progetto politico basato sulla convinzione che un percorso di strategie di prevenzione e cura porterà a una progressiva diminuzione di reati fino alla loro completa scomparsa.

Solo così si potranno abbattere definitivamente le mura del carcere.

Grazie Eris Edizioni!

G. De Rocco, Aboliamo il carcere, Immaginare un futuro senza prigioni, Torino, Eris Edizioni, 2025.


(1) https://www.rapportoantigone.it/ventesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione/i-numeri-della-detenzione/;
(2) Secondo il report del 2024 del CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro) il tasso di recidiva in Italia si aggira attorno al 60%;
(3) G. De Rocco, Aboliamo il carcere, Torino: Eris Edizioni, 2025;
(4) Ivi, p. 6;
(5) Ivi, p.12;
(6) Ivi, p.3;
(7) E’ così strano pensare che se tutt* stiamo bene è più probabile che pochi individui ricorrano alla violenza, alla sopraffazione, all’abuso? (Ivi, p.55);
(8) Ivi, p.32;
(9) Ibidem;
(10) Ivi, p.54;
(11) Ivi, p.21;
(12) Il carcere consolida forme di oppressione di genere, di classe, di razza. Ad esempio, le persone trans spesso vengono detenute nelle prigioni corrispondenti al loro sesso biologico e la loro identità di genere non viene minimamente rispettata. Le persone migranti vengono sistemate in sezioni a parte e hanno meno accesso a colloqui e a contatti telefonici con le loro famiglie, spesso lontane;
(13) Ivi, p.26.