
Cosa hanno in comune il ritenere le donne delle streghe, i poveri dei parassiti, gli indigeni degli animali e i nemici dei mostri?
Il fatto che a sostenere queste metafore c’è una strategia utile a legittimare, a priori e anche a posteriori, i nostri peggiori comportamenti contro chi si ritrova vittima di questi accostamenti svilenti. Ciò che li accomuna è la deumanizzazione.
Accade che persone singole o gruppi sociali neghino lo status di umano di altre persone o gruppi, considerandoli meno che umani, altro dalla nostra specie, al fine di giustificare le atrocità che, presto o tardi, verranno a questi riservate.
Ecco cosa si intende per deumanizzazione: rendere l’altrə meno che umanə, privarlo della protezione che riserviamo a quelli che consideriamo nostri pari conspecifici.
Si potrebbe ritenere una persona meno che umana senza, al contempo, avere un’idea di che cosa sia umanə?
No, è necessario che vi sia un’essenza, un insieme di qualità che si crede rappresentino l’umanə e che permette, di converso, di additare come inumano tutto ciò che vi si discosta.
Ma questo kit per definire l’umanità spuntando le caratteristiche che più si crede gli appartengano, rivela anche altro; e cioè che le persone credono umanə ciò che è buono, intelligente, empatico e giusto e in queste caratteristiche si rispecchiano.
Di pari passo, rifiutano però di scorgere in se stesse qualità meno nobili come la vigliaccheria, l’arroganza, l’infedeltà e la cattiveria, ad esempio.
Un’ideologia, questa, che descrive l’umanità come apice morale ed evolutivo della storia terrestre e che confina ad altro da sé chiunque, seppur biologicamente umanə, con le proprie mancanze o diversità potrebbe far vacillare l’immagine virtuosa che ci si è costruiti.
Dagli schiavə dell’antica Grecia – ritenuti oggetti, meri corpi privi di ragione e sentimenti – ai conquistatori europei alla volta dell’America – che a loro volta ritennero di dover sterminare persone nativə, considerati un ché meno che umanə da sopprimere o cacciare – alla caccia alle donne considerate streghe e alle persecuzioni contro poverə in rivolta, ogni tempo ha avuto a che fare con dei gruppi sociali che, al potere, deumanizzavano altre persone servendosi di una logica essenzialista.
Animalizzazione, demonizzazione, biologizzazione e oggettivazione: animali, bestie, streghe, mostri e oggetti, queste le metafore con cui si spiegavano le persone non aderenti al proprio concetto di umanə.
Tuttavia, nel Novecento fanno la loro comparsa anche due nuovi termini di paragone, quello derivato dalla meccanizzazione e quello di origini biologiche: robot e androidi, virus e infezioni, diventano mezzi con cui parlare del lavoratore perfetto e del nemico in guerra.
È uno strumento che serve per accettare di aver fatto, o di dover fare, azioni che altrimenti giudicheremmo riprovevoli; ad esempio, dicendo che non si uccidono civilə, ma rivoltosə e dissidentə, oppure insetti o mostri, si riesce ad avere su questi comportamenti che riterremmo crudeli verso altri.
In altre parole è un meccanismo congeniale al non doversi giudicare in modo negativo e al non doversi assumere responsabilità per quanto fatto. È una presa di distanza dal coinvolgimento che, viceversa, si avrebbe sia a livello psicologico-morale che sociale-politico.
Deumanizzando popoli o gruppi sociali altri si può distorcere la realtà comune e far sì che noi stessi diventiamo indifferenti o addirittura fautori di violenze contro chi riteniamo diverso, convinti della ragione dei nostri sentimenti e delle nostre azioni.
Che sia per legittimare la violenza perpetrata o quella ancora da venire o per consolidare il proprio potere e lo status quo, è chiaro che si tratta di un mezzo efficace per creare nemici e vittime in qualsiasi contesto e tempo, sì, perché «la deumanizzazione è poliedrica, multiforme, flessibile. Si adatta ai luoghi, alle persone, alle relazioni, assume di volta in volta i contenuti richiesti dal clima culturale del momento» (1).
Ma, attenzione, qualsiasi caratteristica personale o di gruppo (e, in generale, qualsiasi qualità o preferenza sia che sia etnica, culturale, religiosa, sessuale e di qualsiasi tipo) qualora venga fatta coincidere con la persona o con il gruppo stesso, riducendo così ciò che sono a quella singolare specificità è – o può diventare – un mezzo per la deumanizzazione.
Che fare, allora, per contrastare questi meccanismi?
Il primo imprescindibile fatto è sicuramente quello di riconoscere la deumanizzazione in corso, sia l’agente che la vittima potrebbero aver interiorizzato così a fondo questi pregiudizi e dinamiche dal non esserne pienamente consapevoli. Gli agenti potrebbero minimizzare l’accaduto, mentre le vittime arrivano spesso a incolpare se stesse; è quindi essenziale portare alla luce queste violenze e smontare le retoriche su cui si basano.
È utile opporre una contro narrazione a quella dominante e quindi umanizzare le vittime, dar loro spazio e tempo per essere viste in modo diverso, per parlare di sé, delle proprie esperienze, della propria storia o, farlo indirettamente ridando loro dignità e importanza attraverso la voce di altri.
Ma soprattutto, ciò che pare più urgente è senz’altro «estendere l’empatia su scala planetaria, sia per contrastare fenomeni di deumanizzazione, sia per far fronte ai problemi che coinvolgono l’umanità intera» (2).
- Chiara Volpato, Deumanizzazione. Come si legittima la violenza, Laterza, Roma, 2014, p. 5;
- Ivi, p. 135.
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