C’era una volta il corpo

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Con C’era una volta il corpo (Feltrinelli, 2024), Walter Siti aggiunge un tassello fondamentale alla contemporanea riflessione sui corpi. Dopo aver raccontato i corpi nella finzione, da Troppi paradisi a Il contagio, in questo saggio li affronta direttamente, mescolando autobiografia, filosofia, cultural studies e osservazione sociale.

«Il corpo è il corpo, mai tautologia fu più ovvia. Tutti sappiamo cos’è, ce lo portiamo dietro da prima di nascere; o è lui che porta in giro noi, la nostra coscienza? Se è un contenitore, che cosa contiene? L’autocoscienza, appunto, o l’anima, o la psiche, o la mente? (…) Più ci pensiamo, più la nozione ci sfugge, è lui che pensa noi? Insomma, chi comanda qui?» (1).

Così inizia il saggio e sin dall’introduzione, Ma perché io?, Siti dichiara la propria posizione scomoda: quella di chi ha sempre guardato il corpo, sia il proprio che quello altrui, con un misto di ossessione e diffidenza. Il corpo, scrive, è insieme rifugio e specchio, condanna e illusione.

Ed è da questa confessione che nasce la sua riflessione più ampia, che si muove lungo tre assi: la genealogia del corpo, la sua crisi contemporanea e il suo inevitabile disfacimento.

Siti propone innanzitutto una storia del corpo attraverso le epoche: dalle mani impresse sulle pareti di Sulawesi e della Cueva de las manos, alle Veneri paleolitiche, fino ai canoni greci di Policleto e alle proporzioni rinascimentali di Leonardo.

Così ripercorre la costruzione culturale del corpo come simbolo e come misura del mondo.

Il corpo è, infatti, stato di volta in volta veicolo del sacro, espressione della perfezione divina o macchina cartesiana. E così è stato celebrato e adorato, ma anche disciplinato e negato, per esempio nella filosofia occidentale.

Il saggio si sposta poi dal passato al presente, in cui il corpo è sempre più immateriale, virtuale, “aumentato”. Per esempio, 

«in Giappone, che spesso è cavia su questi temi, è già in commercio (per circa 1200 euro) l’ologramma di Hikari, una graziosa ragazza virtuale per gente sola: ti saluta quando vai in ufficio e ti accoglie affettuosamente quando torni […]» (2).

E l’autore continua spiegando che 

«più i corpi in carne e ossa, nella vita reale, appaiono enfatici e stilizzati, più è facile riprodurli digitalmente» (3).

La tecnologia e i media, dunque, hanno trasformato davvero la nostra percezione dei corpi altri, e di conseguenza dei nostri perché

«I corpi contemporanei non sanno più di preciso dove si trovano: stanno fisicamente in un luogo ma col cervello e la parola sono proiettati in un altro» (4). 

Sono corpi fisicamente in un luogo, ma mentalmente altrove, tra notifiche, cuffie e schermi oppure tra algoritmi digitali e intelligenza artificiale.

Questa contemporanea condizione di “disincarnazione” minaccia non solo la fisicità, ma anche la coscienza. Siti coglie nell’intelligenza artificiale e nei corpi sintetici un segno della nostra rimozione del limite biologico. Se il corpo è sempre stato ciò che ci ricordava la mortalità, la vulnerabilità e la differenza, la nuova cultura digitale tende a cancellarlo in nome di una perfezione senza carne. Al contempo, ci si chiede come si strutturerà il corpo artificiale:

«Si parla sempre più spesso di embodiment dell’AI, di conoscenza incarnata, e ci si chiede se le macchine arriveranno ad avere una propriocezione. Il corpo che stiamo dando alle macchine verrà tolto a noi?» (5)

Ecco che descrive una rivoluzione corporea che è già in atto e che noi dobbiamo osservare e indagare perché i corpi stanno cambiando, e le coscienze pure, potremmo dire. Non resta allora da chiederci, in quanto esseri umani in un’epoca in cui il corpo è così messo in discussione, che cosa resta dell’umano?

Che cosa resta dell’umano, quando il corpo smette di essere il suo confine? 

Grazie Feltrinelli!

W. Siti, C’era una volta il corpo, Feltrinelli, Milano, 2024.

  1. Walter Siti (2024) C’era una volta il corpo, Feltrinelli, Milano, p. 13.
  2. Ivi, p. 93.
  3. Ibidem.
  4. Ivi, p. 19.
  5. Ivi, p. 143.