
Quando si parla dei falsi miti legati alle mestruazioni, spesso si riportano fonti meramente antropologiche, cioè si citano le infinità di modi in cui il sangue mestruale è stato concepito nella storia dell’umanità all’interno delle singole etnie o nelle numerose pagine che la letteratura del passato ha riservato al fenomeno. Tuttavia, non moltə sanno che un esempio molto importante di lettura negativa e sbagliata del ciclo mestruale arriva direttamente da un caso “scientifico”.
La storia è riportata da Kate Clancy in Ciclo (1) e racconta di come Béla Schick, medico ungherese degli anni Trenta, sostenne una teoria scientificamente falsa sulle mestruazioni, ma destinata ad avere molto seguito. Un giorno Schick chiese a una sua assistente di sistemare un mazzo di fiori in un vaso e la donna si rifiutò, sostenendo di avere le mestruazioni e assicurando che, se avesse toccato i fiori, questi sarebbero appassiti.
Schick credette all’affermazione della sua sottoposta e decise di condurre un esperimento: prese due mazzi di fiori, uno toccato da una donna mestruata e uno no, li mise in due vasi separati e ipotizzò che, se il primo fosse appassito più rapidamente del secondo, questa sarebbe stata la prova che «nelle secrezioni della pelle dei soggetti mestruanti sono presenti un veleno o una tossina che accelerano la morte dei fiori» (2).
Non ho trovato informazioni riguardanti l’esito di questo esperimento, ma ciò che è certo è che Schick aderì come molti altri colleghi dell’epoca alla teoria della menotossina, ovvero all’idea che il sangue mestruale contenesse delle sostanze tossiche in grado di far ammalare o uccidere. Il problema sottolineato da Clancy è che a causa di questa credenza ogni donna che si trovava ad affrontare il sanguinamento mensile si trasformava in un mostro in grado di nuocere a qualsiasi forma di vita le si avvicinasse. Anche se la teoria della menotossina alla fine cadde nel dimenticatoio all’interno della comunità scientifica, «la prospettiva secondo cui la mestruazione serv[e] a purificare il corpo femminile perdurò nella letteratura scientifica per diversi altri decenni» (3).
Ma a cosa servono effettivamente le mestruazioni?
All’inizio degli anni Novanta la biologa evoluzionista Margie Profet formulò un’ipotesi rivoluzionaria: il sanguinamento era un processo di purificazione del corpo della donna non da qualche potere malvagio o da qualche tossina, bensì dallo sperma maschile. Pur non essendo corretta, l’idea era singolare, perché per la prima volta la colpa di produrre la sostanza impura collegata alle mestruazioni era imputabile ai testicoli e non all’utero, all’uomo e non alla donna.
Clancy riporta come nel 1996 l’antropologa Beverly Strassmann smentì le credenze di Profet e di come successivamente ipotizzò la teoria dell’economia energetica (4), intuizione interessante che sfuggì alla comunità scientifica, troppo impegnata a ridurre il dibattito costruttivo delle due studiose a una «zuffa tra donne» (5).
In quegli anni fu un’altra la teoria ad essere accolta dal mondo accademico, ovvero quella del biologo Colin Finn, secondo cui le mestruazioni non erano altro che «un semplice effetto collaterale del principio biologico del differenziamento terminale» (6). In altre parole, l’espulsione delle cellule endometriali non avrebbe un particolare scopo, ma sarebbe semplicemente l’eliminazione di cellule morte, ovvero di tutte quelle cellule che specializzandosi hanno perso in longevità. Clancy afferma che ciò che viene espulso tramite il flusso mestruale non è un agglomerato omogeneo di cellule, motivo per cui definirle tutte come inutili è errato. A riprova di questo può tornarci utile quanto scrive Leah Hazard in Utero (7). L’ostetrica riporta uno studio recente, nonché uno dei pochi in fatto di sangue mestruale, che spiega come «in media solo il 36% del tessuto mestruale è sangue, mentre il restante 64% è costituito da una ricca miscela di cellule endometriali, muco, batteri nativi e secrezioni vaginali» (8) che varia ampiamente di donna in donna (in alcune la percentuale di sangue è l’1,6% mentre in altre è l’81,7%).
Ma perché questo “effluente mestruale” potrebbe rappresentare la svolta per la ricerca e per la salute di molte donne?
Secondo l’autrice e le numerose studiose, ginecologhe e dottoresse che intervista, «il sangue che siamo così ansiose di nascondere e dimenticare è in realtà una preziosa fonte di informazioni biochimiche, con una firma unica e personale che dovrebbe al contrario essere celebrata ed esplorata» (9).
Alla base di questa convinzione c’è la dimostrazione di come l’analisi del sangue mestruale aiuterebbe nella diagnosi di particolari malattie e fungerebbe da mappa in grado di indirizzare medici e pazienti.
Riprendendo questo ragionamento Clancy spiega come, secondo una scoperta molto recente, l’effluente mestruale conterrebbe anche cellule staminali mesenchimali o Msc.
Ѐ difficile descrivere questo tipo di cellule, dato che sono presenti in numerosi tessuti a seconda dei quali assumono caratteristiche differenti, ma ciò che è importante per questo discorso è che le Msc endometriali sono fondamentali per la rigenerazione dell’endometrio post mestruazione. Di conseguenza, «lasciando il corpo l’effluente mestruale diventa una componente necessaria dell’ambiente in cui avviene la riparazione endometriale, in modo che la proliferazione e il differenziamento possano ripetersi di nuovo» (10).
La riparazione che avviene nell’endometrio è qualcosa di straordinario, perché funziona esattamente come il processo che scatta ogni qualvolta ci sbucciamo un ginocchio o ci procuriamo un piccolo taglio, con la differenza che esso non lascia alcuna cicatrice. Per questo motivo negli ultimi anni sempre più scienziatə si stanno impegnando nello studio dell’endometrio e si stanno attivando in esperimenti che vedono il sangue mestruale come protagonista nel trattamento di disturbi che vanno dalla riparazione di ferite alla salute del cuore.
Purtroppo, essendo il ciclo mestruale, come molti altri problemi legati alla salute delle donne, ancora poco studiato (Hazard riporta numeri sconcertanti: 400 articoli sull’effluente mestruale contro i 15.000 sul liquido seminale e sullo sperma), non abbiamo dati certi e conclusioni definitive che possano spiegare oggi l’importanza di questo processo.
Tuttavia, i recenti sviluppi e i passi in avanti che sono stati fatti in questo campo fanno ben sperare.
(1) Kate Clancy, Period: The Real Story of Menstruation, New Jersey: Princeton University Press, 2023: trad. di Chiara Veltri, Ciclo. Storia e cultura dell’ultimo tabù, Roma: LUISS University Press, 2024.
(2) Ivi, p. 65.
(3) Ibidem.
(4) L’idea centrale di Strassmann è che l’utero passa circa la prima metà del ciclo sviluppando un endometrio (rivestimento dell’utero che durante il ciclo mestruale viene espulso) e almeno una settimana rimodellandolo perché sia adatto a una gravidanza, quindi si trova di fronte due possibilità: mantenere quel bell’endometrio denso con tutti i suoi fattori di crescita adatti ad unirsi a un embrione oppure, se questa ipotesi sembra improbabile, scartarlo e riformarlo all’ovulazione successiva. Infatti, secondo Strassmann «ricominciare da zero ad ogni mestruo ha dei costi energetici minori rispetto a mantenere lo stesso tessuto endometriale aspettando vi si impianti un embrione».
(5) Ivi, p. 67.
(6) Ivi, p.68.
(7) Leah Hazard, Womb: The Inside Story of Where We All Began, New York: Virago, 2023; trad. di Benedetta Gallo, Utero. Storia intima del luogo da cui tutti veniamo, Milano: Ponte alle Grazie, 2023.
(8) Ivi, p.34.
(9) Ibidem.
(10) Clancy, op.cit, p. 77.
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