L’inganno dell’uguaglianza

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«Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti.» 

Così esordisce la Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948. Ma siamo uguali per natura o perché lo stabilisce una legge? E siamo davvero tutt* uguali nei diritti o qualcuno è più uguale degli altri? (1)  

Sembrano domande peregrine davanti all’evidenza pratica che no, non siamo tutt* uguali, né nelle condizioni di nascita né nelle opportunità.

Tuttavia, riflettere sull’origine dell’uguaglianza aiuta a comprendere come sia stato possibile giustificare le discriminazioni, ancora ampiamente diffuse, «per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione» (2), e soprattutto come riuscire a scardinarle dalla società.

I diritti fondamentali sono anche universali perché si fondano sul principio di uguaglianza, che secondo una logica basilare non può essere inteso in modo parziale, non tollerando il concetto di uguaglianza alcuna deminutio. Non si può essere un po’ uguali o uguali ma con riserva, pena la contraddizione intrinseca del principio.

Questa ovvia riflessione è in realtà in aperto contrasto con la concezione di uguaglianza nei diritti che si è sviluppata nella filosofia giusnaturalistica europea di Otto-Novecento e che rappresenta il nucleo della civiltà giuridica occidentale contemporanea.

«Anche qui c’è una storia che è anche la storia del diritto: chi sono gli uguali? Il vero problema, che mostra la politicità dell’uguaglianza e delle scelte che si fanno su di essa, riguarda la decisione su chi siano gli uguali.» (3)

Ci è stato insegnato che la Rivoluzione francese ha rappresentato il trionfo della égalité sui retaggi feudali dell’Ancien régime ponendo le basi per il moderno concetto di uguaglianza.

Scavando appena sotto la superficie dei libri di storia constatiamo però che la Rivoluzione è stata «al contempo […] il canto del cigno» (4) del giusnaturalismo moderno: attraverso le vicende costituzionali della Francia rivoluzionaria, la natura universale dell’uomo, che aveva sostenuto concettualmente le rivendicazioni del Terzo Stato, cede davanti al radicamento dei diritti nella nazione e nella cittadinanza.

Lo Stato diventa l’unico centro di gravità giuridica e il titolare dei diritti cessa di essere l’uomo per incarnarsi nel cittadino. Ecco perché i diritti proclamati nella Déclaration des droits de l’homme et du citoyen del 1789 non sono affatto universali, ed è chiaro fin dal titolo a dispetto di come ce l’hanno raccontata.

Intanto ne sono escluse le donne: le rivendicazioni femminili finiranno con Olympe de Gouges sulla ghigliottina nel periodo del Terrore giacobino. Poi sono esclusi i non cittadin*, e infine quelli che non sono riusciti col proprio lavoro ad acquisire un diritto di proprietà su qualcosa che non sia il proprio corpo, ovvero, in sostanza, le persone povere.

L’uomo naturale non corrisponde a qualsiasi persona per il solo fatto di esistere.

Al contrario, incarna un modello socio economico ben preciso: il soggetto maschio, che gode della cittadinanza, emancipato e proprietario. Uguale solo se appartenente al ristretto sottoinsieme di tutte queste categorie che nel contesto storico post-rivoluzionario raggruppa i borghesi intenti a rivendicare i propri diritti dallo scranno parlamentare delle monarchie illuminate europee, lasciando fuori tutti gli altri. 

In ultima analisi, è uguale chi detiene il potere economico e politico perché appartiene alla fascia sociale dominante, dopo aver sostituito l’antica aristocrazia nell’accumulo dei capitali.

Ma, allora, l’uguaglianza è un principio ontologicamente autoportante o è un costrutto che di volta in volta chi si accaparra un po’ di potere usa a giustificazione della propria scalata nei diritti? E se sono uguali tra di loro solo quelli che comandano, ha senso parlare di diritti universali?

L’uguaglianza non è che un’illusione?  

La risposta sta nella forza evolutiva connaturata al concetto di uguaglianza.

Le vicende storiche mostrano che nonostante le violazioni, le repressioni, la violenza, la marginalizzazione, le rivendicazioni dei diritti non si fermano mai. Da ogni totalitarismo nasce una resistenza, da ogni censura sfuggono dissidenti, da ogni repressione sorge una protesta. 

Ed è la ricerca dell’uguaglianza il grimaldello che scardina ogni volta l’assetto costituito, la leva che solleva problemi nuovi e consente di ampliare la platea degli uguali, pretendendo ogni volta un po’ di più che «i diritti siano diritti di tutti e non di alcuni» (5).

L’uguaglianza non si fonda nella natura o in un principio razionale: esiste perché è sancita da una disposizione normativa nata dalla scelta di contrastare la naturale, perché osservabile in natura e non perché giusta, disparità tra individui:

«L’uguaglianza non è un fatto, ma un valore; non una tesi descrittiva, ma un principio normativo; stipulato, come tutte le norme, contro la realtà proprio perché si riconosce, sul piano descrittivo, che in realtà gli esseri umani sono, di fatto, differenti e disuguali» (6).

Il cammino verso i diritti non è mai stato né piano né pulito: chi li ha raggiunti non li ha condivisi se non al prezzo di altre battaglie. Ricorda Rodotà che ancora oggi «la lotta per i diritti non è scomparsa […] in realtà, si distende sull’intero mondo globalizzato, […] si presenta come la sola in grado di contrapporsi alla volontà di imporre al mondo una nuova e invincibile legge naturale, quella del mercato» (7).

Mutatis mutandis, la lotta per i diritti non si arresta solo perché sono cambiate le circostanze e gli attori: corporazioni al posto di clero e nobiltà, attivisti al posto dei sans-culotte, mondo post-globale al posto dello stato-nazione. Rimane sempre una guerra da combattersi nel campo del diritto, che «non è il luogo dei doni naturali, né del quietismo tecnocratico, ma il luogo del conflitto e dell’impegno politico» (8).

La consapevolezza che i diritti si affermano non per un motivo ontologico ma a esito del «lento svincolarsi del diritto dalla forza insindacabile della tradizione, e quindi del potere religioso e politico» (9) riconosce il giusto spessore alla lotta per la loro conquista e mostra quanto in realtà sia fragile l’equilibrio di volta in volta raggiunto, richiamando la società civile alla mobilitazione permanente per la salvaguardia di questi diritti e la loro progressiva espansione.

Note 

  1. Lo sapevano bene i maiali di G. Orwell, La Fattoria degli animali, trad. B. Tasso, CDE S.p.a. su licenza Arnoldo Mondadori Editore, 1996, Milano, p. 100. 
  1. Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo proclamata il 10 dicembre 1984 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a Parigi.
  2. T. Greco, Relazioni di giustizia, in Il suono delle relazioni. Le parole di Mèlosmente, a cura di S. Cortopassi, M. Rovelli, Taka edizioni, Mulazzo, 2024, p. 224. Il libro contiene gli interventi dei relatori intervenuti alla terza edizione del festival culturale Mèlosmente, tenutosi a Torre del Lago Puccini il 14-17 settembre 2023.
  3. P. Costa, I diritti di tutti e i diritti di alcuni, Mucchi Editore, Modena, 2018 pp. 30/31. Di «contraddizione tra l’universalismo dei diritti dell’uomo e la sovranità nazionale» parla anche F. Fistetti in Democrazia e diritti degli altri, Palomar, 1992, p. 25 e ss.
  4. Ibidem, p. 68.
  5. L. Ferrajoli, Manifesto per l’uguaglianza, Laterza, Bari, 2019, p. 19.
  6. S. Rodotà, Prefazione a Il diritto di avere diritti, Laterza, Bari, 2015, p. 17.
  7. N. Irti, Riconoscersi nella parola, Il Mulino, Bologna, 2020, p.. 77.
  8. F. Ciaramelli, Consenso sociale e legittimazione giuridica. Lezioni di filosofia del diritto, Giappichelli, Torino, 2013, pp. 144-145.

Bibliografia 

N. Bobbio, “Presente e avvenire dei diritti dell’uomo” in L’età dei diritti, Einaudi, Torino, 1997.

L. Ferrajoli, Manifesto per l’uguaglianza, Laterza, Bari, 2019.

P. Costa, I diritti di tutti e i diritti di alcuni, Mucchi Editore, Modena, 2018. 

F. Fistetti, Democrazia e diritti degli altri, Palomar, 1992.

S. Rodotà, Il diritto di avere diritti, Laterza, Bari, 2015.

N. Irti, Riconoscersi nella parola, Il Mulino, Bologna, 2020.

T. Greco, “Relazioni di giustizia”, in Il suono delle relazioni. Le parole di Mèlosmente, a cura di S. Cortopassi, M. Rovelli, Taka edizioni, Mulazzo, 2024.