La vergogna è un sentimento rivoluzionario

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Riservando alla vergogna una trattazione a sé stante, Frédéric Gros, filosofo e professore di Pensiero politico presso l’istituto parigino di Science Po, prosegue un itinerario riflessivo che già dal volume Disobbedire, edito in Italia per Einaudi, esplora nuove espressioni di lotta e resistenza politica.

Nell’edizione 2023 di Nottetempo, La vergogna è un sentimento rivoluzionario mira a individuare, in tredici meditati capitoli, la recondita matrice trasformativa ed emancipatoria di un sentimento per lo più ritenuto, da una certa tradizione filosofica, prossimo alla tristezza. 

Contro la lettura negativa che fa della vergogna una passione dolorosa, nella quale in un’opprimente solitudine l’individuo paga lo scotto del proprio senso di inadeguatezza, Gros insiste invece su un implicito potenziale (re)attivo di tale sentimento, il quale si sprigiona ogni qualvolta proviamo indignazione di fronte a un’ingiustizia.

Al grido di “Vergogna!”, comunità intere si mobilitano, protestano, scendono in piazza, denunciando l’arbitrio, l’ineguaglianza e l’abuso di potere.

La vergogna sembra dunque essere all’origine di qualsiasi processo di evoluzione sociale, fintanto che incanalata nella rabbia e nell’esigenza collettiva di giustizia. Addirittura, per Gros, la vergogna pare oggi presentarsi, in un’affermazione a primo acchito apodittica, come «il sentimento centrale della nostra epoca, il significante di nuove lotte» (1). In realtà, tale tesi non manca di una sua sostanzialità e persuasione, man mano che il discorso di Gros prende sempre più piede. 

A differenza infatti del libro Disobbedire, che su ammissione critica dell’autore appariva come un testo più intellettuale poiché «non rendeva conto di molte rivendicazioni e minimizzava la potenza immaginativa delle lotte» (2), l’opera matura di Gros sulla vergogna risulta maggiormente efficace nella misura in cui esalta la portata immaginativa di tale sentimento, a partire dalla quale porre le basi per un eventuale cambiamento.

In effetti, solo in reazione a una fondamentale «vergogna del mondo» (3), di cui già Primo Levi parlava, è possibile per Gros pensare a un’alternativa allo stato vigente delle cose, immaginando un diverso corso per quest’ultime. Analogamente, soltanto provando vergogna per laltro umiliato o – in maniera forse ancor più significativa – per l’umiliatore insensibile che «che ci costringe a vergognarci in sua vece, poiché lui non prova nessuna vergogna» (4), le offese subite possono essere rielaborate, di modo da diventare «molle» (5) propulsive verso una presa di posizione e, contestualmente, verso una condanna e un mutamento.

D’altronde, per Gros, la principale virtù eversiva della vergogna sembra consistere proprio nel suo carattere reversibile, ovvero in quella forza di “cambiare lato”, per usare le recenti parole di una figura divenuta oramai esemplare per la lotta odierna contro la violenza di genere: mi riferisco ovviamente a Gisèle Pelicot.

Per questo suo pregio, la vergogna passa così dalla vittima al carnefice, dall’oppresso all’oppressore, lacerando il silenzio complice e neutralizzante che spesso marginalizza chi sopravvive a uno stupro. 

In ultima istanza, attingendo dalla letteratura di James Baldwin, Annie Erneaux, Primo Levi, Virgine Despentes e dalle figure mitiche e letterarie di Lucrezia, Fedra, la Boule de suif di Maupassant, Anna Karerina di Tolstoj, le operaie della fabbrica di Daewoo del racconto di François Bon (6), Frédéric Gros tratteggia una complessa costellazione filosofica intorno alle diverse figure e percezioni della vergogna. Soprattutto, dimostra come ciò che in un primo momento appare come il minus della vergogna, e cioè il senso di impotenza da essa scaturente che getta l’individuo nell’isolamento e nella disperazione, rappresenta in realtà il suo tratto positivo – nonché veramente trasformativo e, per ciò stesso, rivoluzionario – allorché scuote il singolo dallo sconforto, inducendolo a reagire. 

«La vergogna, come affetto, è sempre legata al trattenere, al contenere al sospendere, al reprimere. Può coincidere con la potenza etica del tenersi (aidos) sul ciglio della volgarità, dell’immoralità, figurandosi quel che immaginano gli altri: cosa penseranno, cosa diranno, già lo vedo dai loro volti… Oppure coincide con l’esperienza urtificante del sentirsi prigioniero, tenuto in gabbia, esposto alla luce cruda e crudele dello sguardo altrui; non si desidera nient’altro che scomparire, sprofondare mille leghe sottoterra. Infine può coincidere con lo scandalo per questo mondo iniquo, mediocre, stupido. E poiché ci strema confrontandoci con i nostri limiti, incessantemente la vergogna ci esorta al cambiamento.» (7)

Grazie nottetempo!

Frédéric Gros, La vergogna è un sentimento rivoluzionario, trad.it. di R. A. Ventura, Nottetempo, Milano, 2023.

(1) Frédéric Gros, La vergogna è un sentimento rivoluzionario, trad.it. di R. A. Ventura, Nottetempo, Milano, 2023, p. 13. 

(2) Ivi p. 16. 

(3) Ibidem.  

(4) Ibidem

(5) Ivi p. 17. 

(6) Ivi p. 13. 

(7) Ivi p. 161.