Socialismo di metà-terra

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«Anche se a volte le nostre proposte potranno sembrare stravaganti – il nostro libro, dopo tutto, appartiene alla tradizione dell’utopia – esse hanno lo scopo di incoraggiare la sinistra e il movimento ambientalista a prendere sul serio non solo la sfida di sopravvivere al prossimo secolo, ma anche quella di creare una società migliore, in una biosfera più stabile e in cui la natura sia più selvaggia». (1)

In un mondo sempre più distopico come quello che si va delineando negli ultimi anni, parlare di utopia appare doppiamente utopico (scusate il giro di parole).

Costruire un mondo migliore, dal punto di vista politico e ambientale, pare qualcosa di sempre più difficile da realizzare, tra guerre, crisi economica, instabilità politica e numerosi passi indietro sui temi legati ai diritti e all’ambiente.

Nonostante ciò (o forse proprio per questo), Socialismo di metà-terra di Drew Pendergrass e Troy Vettese fornisce alcuni spunti concreti per impostare un ecosocialismo partendo da proposte ed esperienze concrete di scienziatə e studiosə.

Il titolo stesso sorprende per la sua originalità, in quanto sorge spontaneo interrogarsi sul suo significato.

Questo concetto deriva originariamente da una proposta dall’entomologo e biologo evoluzionista O. Wilson (di cui abbiamo parlato qui e qui), che sostiene che per arrestare la sesta estinzione di massa, dovuta principalmente ad una perdita di biodiversità, l’umanità dovrebbe dedicare metà della superficie terrestre a riserve naturali protette, lasciandola il più possibile priva di presenza umana intensiva. All’interno del libro, però, i due scienziati approfondiscono il concetto anche da un punto di vista economico-sociale, cosa che Wilson non aveva fatto, rendendo la proposta un’unione indissolubile di giustizia ecologica e giustizia sociale.

Nel primo capitolo vengono fornite le basi teoriche e filosofiche della loro proposta: si parla ovviamente di Marx e del suo “prometeismo”, di Hegel, di Malthus e Jenner. La riflessione relativa a Marx risulta essere particolarmente interessante, in quanto per il filosofo risultava fondamentale il controllo totale della natura, da parte dell’uomo, per la propria libertà, una visione che non può che essere in contrapposizione con l’ambientalismo. Per questo, per Pendergrass e Vettese, bisogna guardarsi attorno e scoprire ulteriori voci.

Tra queste c’è il sociologo, economista e filosofo austriaco Neurath, la cui teoria risulta essere molto lungimirante per l’ecosocialismo ben pianificato teorizzato dagli autori: egli sosteneva, infatti, che «il socialismo doveva essere il controllo cosciente della produzione e della distribuzione, un atto politico che trasforma l’economia nel “dominio della volontà”» (2).

Parlando della natura proteiforme della conoscenza, Neurath fa da guida per Vettese e Pendergrass, i quali sostengono l’inconoscibilità della natura e la sua complessità, fondamentale per avere una concezione di socialismo di metà terra veramente fruttuosa.

Nel secondo capitolo, il cui titolo – Una nuova Repubblica – rimanda esplicitamente a Platone, si passa dalla teoria alla pratica: qui vengono analizzate possibili soluzioni proposte, ad esempio, dall’ambientalismo tradizionale. Molte di esse sono delle «semi-utopie non entusiasmanti» (3), per citare gli autori stessi, che risultano essere inadeguate non solo perché non fermerebbero, nel concreto, la perdita di biosfera, ma soprattutto perché non contemplano un cambiamento radicale della società in tutte le sue sfaccettature. 

Un esempio? L’adozione di una dieta vegana non è contemplata da molti ambientalisti.

Probabilmente non solo perché viene sottovalutato l’impatto dell’industria della carne, ma anche perché il cambiamento è spesso visto come troppo radicale.

Per Pendergrass e Vettese, però, sembrerebbe qualcosa di fondamentale per abbattere la presenza di carbonio nell’aria, il secondo obiettivo che si pone il socialismo di metà terra. Gli altri, estremamente interessanti e ben analizzati, sono: prevenire la Sesta estinzione attraverso il rewilding e creare energie completamente rinnovabili (escludendo, quindi, quella nucleare).

La proposta si fa ancora più concreta nel terzo capitolo, nel quale gli studiosi parlano del tema della pianificazione socialista, da collocare, però – e questo per loro è fondamentale – all’interno di una democrazia. Essendo per loro la natura non conoscibile, così come la società, potranno sorgere dei problemi nella pianificazione socialista(4), ma nonostante ciò si diffonderà una tale consapevolezza che l’essere umano potrà realizzare la propria libertà in un mondo in cui la natura non sia assoggettata, ma «lasciata alle proprie volontà» (5).

Dopo aver raccontato la storia di un uomo che si addormenta e si risveglia nel 2047, in un luogo in cui finalmente si è realizzata l’utopia raccontata nel libro; nel quarto capitolo, gli autori riflettono per l’ultima volta su tale concetto: l’utopia non è solo «un romanzetto speculativo» (6), ma è «una parte necessaria del lavoro pratico per realizzare il socialismo» (7).

La speranza degli autori è che, leggendo le proposte concrete contenute all’interno del libro, il lettore si renda conto che «alcuni sacrifici sono giustificati, se vogliamo evitare il peggio della crisi ambientale» (8) e per immaginare, ancora, «una buona vita per miliardi di persone» (9).

Per quanto sia difficile, al giorno d’oggi, pensare ad un mondo migliore, le proposte estremamente concrete di questo libro, infondono un po’ di speranza e voglia di continuare, comunque, a fare qualcosa.

Grazie Mimesis!

T. Vettese e D. Pendergrass, Socialismo di metà-terra, Mimesis, Milano, 2025.

NOTE: 

(1) T. Vettese e D. Pendergrass, Socialismo di metà terra, Mimesis, Milano, 2025, p.34.

(2) Ivi, p. 92.

(3)  Ivi, p. 137.

(4) La pianificazione socialista immaginata nel libro è, riassumendo, una forma di controllo della produzione e della distribuzione che, però, non usa il denaro come unità di calcolo, ma ragiona direttamente in termini fisici – ettari, calorie, joule – seguendo l’intuizione di Neurath. C’è una cosa fondamentale, però, da ricordare: sia la natura che la società sono sistemi così complessi e interconnessi da non poter essere mai compresi o previsti completamente. Questo ha una conseguenza diretta sulla pianificazione: se si pensa di poter conoscere tutto, si finisce per costruire un sistema rigido e autoritario (come il socialismo sovietico). Se, invece, si accetta l’inconoscibilità come dato di partenza, sia della natura che della società, si lascia spazio alla partecipazione democratica. L’obiettivo non è massimizzare la produzione ma garantire una vita dignitosa riducendo l’impatto ambientale.

(5)  Ivi, p. 192.

(6)  Ivi, p. 223.

(7) Ibidem.

(8) Ivi, p. 225.

(9) Ivi, p. 232.