
I luoghi che vengono attraversati nella quotidianità sono veramente spazi neutri? Cosa rende uno spazio non sicuro? A cosa ci si riferisce con il termine sicurezza?
All’interno del paradigma neoliberale, il concetto di sicurezza ha un preciso significato: si presenta come una prerogativa individuale, orientata alla protezione dei beni, delle risorse e dello spazio privato. Questa declinazione della sicurezza non riguarda la tutela della comunità nel suo insieme, ma la difesa di ciò che si possiede – abitazione, proprietà e famiglia nucleare – alimentando una visione della società come insieme di individui in competizione e potenzialmente in conflitto.
La sicurezza diventa così, per le nuove destre, uno strumento retorico potente, funzionale alla costruzione di nemici esterni rispetto ai quali legittimare politiche di esclusione e rafforzamento dei confini, sia fisici che simbolici. In questo quadro, la retorica securitaria alimenta processi di militarizzazione urbana: presidi di polizia, sistemi di videosorveglianza, barriere architettoniche, sgomberi forzati. Lo spazio pubblico viene progressivamente sottratto alla sua funzione comune e ridisegnato secondo logiche di controllo e sorveglianza.
Un esempio emblematico sono le zone rosse, strumento adottato in diverse città italiane ed europee: perimetri territoriali all’interno dei quali viene vietata la presenza o la sosta a determinate categorie di persone considerate “un concreto pericolo per la sicurezza pubblica” (1).
I movimenti queer e transfemministi rivendicano un concetto di sicurezza inteso come possibilità di costruire legami e comunità resistenti.
Uno spazio sicuro è un luogo — fisico o simbolico — in cui le persone marginalizzate possono stare lontane dalla violenza strutturale e godere di una certa libertà di essere e di parlare. Non si tratta di proteggere proprietà o beni, ma di restituire alle persone la possibilità di farsi agenti e resistenti.
L’idea di spazio sicuro nasce da una necessità concreta: proteggersi da forme di aggressione e violenza che riflettono condizioni strutturali economiche, politiche e sociali. Viviamo una quotidianità di insicurezza diffusa, prodotta dalla violenza e dalla precarietà che attraversano lo spazio urbano in direzione disuguale.
Non tutti i corpi infatti possono abitare lo stesso spazio nello stesso modo: il genere, i processi di razzializzazione, la condizione lavorativa, l’età si intrecciano in modo intersezionale – ovvero si moltiplicano e si aggravano reciprocamente – determinando quanto ogni persona possa muoversi, sostare, parlare liberamente.
Per questo, lo spazio non è mai neutro: è sempre socialmente costruito e riflette le disuguaglianze prodotte dalla società.
L’ordine eteronormativo e cisnormativo esclude le minoranze sessuali e di genere; la gestione dello spazio urbano porta i segni di una storia razzista e coloniale che continua ad agire nel presente. La violenza strutturale si esercita attraverso meccanismi di controllo e potere – esclusione, sorveglianza, decoro – che disciplinano chi può stare dove, e a quali condizioni. Questa violenza non agisce soltanto attaccando direttamente: agisce soprattutto mantenendo le persone in uno stato di allerta costante, un’anticipazione del pericolo che consuma energie, restringe il campo delle possibilità, condiziona ogni scelta quotidiana. Per questo ci si trova a creare mappe informali e sempre provvisorie – zone più o meno sicure, orari da evitare, possibili percorsi pericolosi.
Da tempo i movimenti femministi e di lotta per i diritti sociali mettono in atto azioni di rivendicazione dello spazio urbano, tanto temporanee quanto durature.
Tra le prime rientrano performance in piazza e manifestazioni; tra le seconde, esperienze come le case delle donne, i consultori, gli spazi di mutuo aiuto e i centri sociali. Un esempio significativo sono le passeggiate notturne contro la violenza di genere, diffuse in Italia già a partire dagli anni Ottanta. Si tratta di pratiche collettive che permettono di rinegoziare il rapporto con lo spazio urbano: un modo per trasformare la paura in azione, nella consapevolezza di non essere solə.
Nascono in questo modo gli spazi safe, luoghi in cui riconoscersi, creare comunità, spazi liberi – o meglio, spazi il più liberi possibile – dalle dinamiche violente e oppressive che governano il mondo al di fuori. Sono luoghi che intervengono sul territorio rispondendo alle dinamiche di gentrificazione, speculazione edilizia e alla logica consumistica. Sono spazi trasformativi poiché non si limitano a proteggere soggettə marginalizzatə, ma mettono in atto una critica politica alle modalità di esistenza dominanti, proponendo alternative concrete.
Riferendosi agli spazi femministi, Giada Bonu Rosenkranz descrive lo spazio safe come
«una soglia tra il dentro e il fuori, tra la sopravvivenza e il desiderio. È un luogo in cui si rigenerano risorse materiali (cibo, reti di mutuo aiuto, indicazioni per trovare lavoro) e risorse simboliche (tempo, ascolto e riconoscimento). […] lo spazio sicuro appare come una soglia di trasformazione» (2).
Questi spazi offrono la possibilità di autodeterminarsi tanto nella dimensione materiale quanto in quella affettiva.
Sul piano materiale, rispondono a differenti carenze istituzionali attraverso una serie di servizi concreti: sportelli antiviolenza, spazi di self-help, consultori, archivi e luoghi di trasmissione di saperi. Sul piano affettivo, generano legami di cura, affetto e riconoscimento reciproco.
«L’affetto vago e indistinto diventa concreto, precipitato nelle assemblee, nell’organizzazione politica. Non solo un’emozione individuale, che affatica e consuma ma una carica di energia, uno slancio per andare incontro alle-3 altre-3, per cambiare il corso delle cose» (3).
Nominare le proprie emozioni, risalire alla loro radice, elaborare paura e rabbia: tutto questo diventa il terreno su cui costruire strategie per trasformarle in azione.
Lo spazio sicuro non è un luogo definito, stabile, dai confini netti: i suoi margini sono porosi e conflittuali. Non è mai neutro, ma costantemente prodotto e riprodotto da dinamiche di potere. Si tratta di un concetto complesso e relazionale: non esistono spazi sicuri in senso assoluto, ma tentativi, processi in divenire. Sono spazi di intimità e relazione che servono non solo per uscire dalla violenza, ma per diventare agenti – per aprire smagliature nel tessuto urbano, sfidare il potere politico e modificare il mondo al di fuori. Sono quelli che alcune teoriche chiamano brave spaces: luoghi in cui le comunità marginalizzate si affermano con coraggio e resistono. Come si legge in Per una giustizia trasformativa, non si tratta di
«spazi in cui ci sono meno pericoli, ma spazi in cui possiamo affrontarli, o trovare insieme il modo di farlo — in cui ci sentiamo meno vulnerabili e sole» (4).
Questi spazi non sono perfetti né universalizzabili – e non devono esserlo. Per questo è più preciso parlare di spazi più sicuri. Definire uno spazio sicuro porta con sé il rischio di immaginare un luogo purificato dalle dinamiche conflittuali, quando forse ciò che lo rende sicuro è la capacità di riconoscerle e trasformarle insieme. Il conflitto non è qualcosa da eliminare: fa parte della comunità stessa, e quando viene elaborato collettivamente può diventare una risorsa.
L’obiettivo non è isolarsi dal mondo esterno né ignorarlo, ma affrontarlo e negoziare con esso per trasformarlo.
(1) Per ulteriori informazioni sulle normative relative alle zone rosse: https://www.interno.gov.it/it/notizie/zone-rosse-nelle-grandi-citta-direttiva-ministro-piantedosi-innalzare-sicurezza-urbana.
(2) G. Bonu Rosenkranz, Ci muove il desiderio. Una storia di femminismi e di spazi più sicuri, Meltemi editore, Milano, 2025, cit., 168.
(3) Ivi, cit., 106.
(4) A. Maree Brown, Per una giustizia trasformativa. Una critica alla cancel culture, Laboratorio Smaschieramenti, Meltemi editore, Milano, 2024, cit, 134. (Recensione qui)
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