
Nel precedente articolo sul legame tra linguaggio giuridico e democrazia abbiamo visto come la democrazia passi attraverso un diritto accessibile a tutt*. Non basta però questa astratta conoscibilità a rendere democratica una struttura politica statuale: il diritto ad accedere al diritto deve essere costantemente esercitato, vediamo adesso in che modo e con quali difficoltà.
La possibilità di conoscere la legge in anticipo risponde al principio costituzionale di uguaglianza formale.
Per quanto la norma in sé possa avere un contenuto non condivisibile (ad esempio, la pena di morte in epoca contemporanea è inconcepibile in alcuni ordinamenti e regolarmente applicata in altri), in una democrazia l’anteriorità e la conoscibilità ne sono attributi essenziali.
Per poter agire nel rispetto e nelle libertà della norma, tuttavia, bisogna anche capire cosa dice la legge e per farlo occorre un set minimo di strumenti linguistici ed epistemologici.
Leggere non basta: bisogna interpretare, bisogna collocare la norma nel quadro ordinamentale e poi metterla nel mondo, quello vero, tangibile, in cui ci muoviamo ogni giorno. Passare dalle parole ai fatti, per usare una frase fatta.
La conoscenza della legge non solo vincola gli amministratori al suo contenuto, ma consente un sindacato sulla legge stessa da parte della comunità amministrata. Un sindacato che sarà tanto più puntuale e proficuo quanto la comunità avrà dimestichezza con il linguaggio giuridico, con il ragionamento logico, con la capacità di adottare un approccio non apodittico ai grandi temi in discussione.
Temi che vengono regolarmente presentati come divisivi: che si tratti di ius soli o sanguinis, di fine vita, gestazione per altri, politiche migratorie, crisi climatica, e molto altro, la narrazione è sempre quella di una contrapposizione tra estremi irriducibili.
Ma la democrazia sta proprio nel mettere in piazza le questioni e argomentare i punti di vista.
La democrazia risiede nel pluralismo, nel consentire alla comunità di partecipare alla vita pubblica, a maggior ragione quando questa si riflette sulla sfera privata. Poiché tutto, alla fine, incide sulla sfera privata. La democrazia è l’opposto della divisione: è l’agorà in cui si ricerca lo scambio, in cui apprezzano le differenze, in cui ci si scontra.
La ricchezza del dibattito sta proprio nella molteplicità di esigenze, opinioni, progetti e visioni del mondo: occorre rifuggire dall’idea del popolo come entità ontologicamente autoportante ed omogenea «sempre unito e moralmente nel giusto» (1). Non facciamoci abbagliare dal popolo sbandierato come stendardo ogni volta che emerge una critica o una contestazione a chi governa (o ha governato): non abbiamo bisogno di populisti che fanno proselitismo al grido Deus vult (o Populus).
Il modo di presentare la discussione democratica come un guazzabuglio di idee scriteriate dove solo chi rappresenta “il vero popolo” ha la capacità e lo spessore morale di fare ordine, non è semplicemente descrittivo: ripetere continuamente che un certo argomento polarizza l’opinione pubblica finisce per incidere sulla percezione da parte della società e la conduce effettivamente a dividersi e a scontrarsi facendo il gioco di chi, sotto l’egida di alcune battaglie di principio, si occupa di molti altri affari.
Fermiamoci un attimo e chiediamoci: il mondo è solo bianco e nero, dobbiamo proprio dividerci drasticamente come le acque separate da Mosè, lo scontro dogmatico è inevitabile? Oppure ci sono aree di sovrapposizione, punti di distanza ma anche di punti di incontro, zone franche di confronto?
Non è che, forse, stiamo assistendo all’ennesima applicazione della strategia del divide et impera?
Chiediamoci se, contrariamente a quello che ci viene mostrato, esista un margine per discutere e trovare una soluzione, senza farci manipolare, senza farci dividere, senza farci tifare per chi si mostra come leader di un certo modo di pensare, ma riappropriandoci della nostra sovranità, del nostro ruolo centrale in una vera democrazia.
Noi siamo la cittadinanza, noi scegliamo ogni giorno la democrazia, che altro non è che dialogo evolutivo. Noi siamo il motivo per cui esiste l’apparato statale e noi abbiamo il dovere di controllarlo, avendogli delegato l’esercizio della sovranità ma senza rinunciarvi.
Se è vero che chi governa ha la responsabilità di rendere trasparente la costruzione complessa del diritto che regola il nostro agire, noi abbiamo quella di insistere affinché a questa costruzione possano contribuire tutt*.
A loro tocca abbattere le barriere linguistiche che creano disuguaglianze nell’accesso alle informazioni e seguire il principio di lealtà comunicativa; a noi tocca difendere la discussione e riportarla dai talk show televisivi al piano giuridico, quello più adatto a ospitarla.
Diritto e linguaggio condividono il sostrato comune della società in cui si sviluppano: come il linguaggio si evolve nei significati e nel vocabolario, così il diritto si sviluppa per regolare nuove aree di interesse.
Il linguaggio si modella sulle nuove esigenze e incide sul diritto quando gli operatori adottano nomenclature e definizioni. A sua volta, il diritto influenza il linguaggio quando certe forme del parlato comune vengono cooptate nei testi normativi ed entrano nel patrimonio del linguaggio giuridico.
Linguaggio e diritto condividono l’attitudine al cambiamento: tanto le norme grammaticali e sintattiche quanto quelle giuridiche sono soggette a mutare, le une ad esempio capaci di accogliere neologismi, le altre sottoposte allo scrutinio del tempo.
La duttilità delle norme è infatti un requisito essenziale della democrazia: la possibilità di cambiare le leggi, di sottoporle a revisione, di intervenire su quanto già stabilito costituisce il principio di auto-limitazione del potere che proprio in un sistema democratico non può essere messo in dubbio.
Questo resta vero finché si partecipa consapevolmente a questa evoluzione intrecciata tra storia lingua e diritto, finché si possiedono ricchezza lessicale e capacità espressive che ci aiutano a capire e a dire la nostra.
Non smettiamo mai di provarci.
- G. Carofiglio, La nuova manomissione della parola, Feltrinelli, Milano, 2024, p. 100.
Bibliografia
G. Carofiglio, La nuova manomissione della parola, Feltrinelli, Milano, 2024.
R. Nodari, Linguicismo e potere, Eris edizioni, 2025.
J. B. White, Quando le parole perdono il loro significato. Linguaggio, individuo, comunità, trad. R.
Casertano, Giuffrè, 2010, Milano.
G. Lazzaro, Diritto e linguaggio comune in «Rivista trimestrale di Diritto e Procedura civile», Anno
XXXV, num. 1, marzo 1981.
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