
In I mostri non esistono. All’origine della violenza di genere, Michela Giacchetta tratta un tema caldo, ossia la violenza di genere, sottolineando l’importanza di una forma di educazione che miri, sin dalla tenera età, ad una formazione emotiva e che permetta il riconoscimento delle emozioni, specie quelle “negative”, affinché non si cementino in una sorta di tradizione.
«L’aspetto culturale è dominante”, dice Arena. E la cultura è frutto di quello che vivi, sono anni di quotidianità dentro e fuori le case, riguarda l’educazione ricevuta, ma anche quello che fai, come lo fai. E per chi frequenta il Centro per uomini maltrattanti di Palermo, ma non certo solo per loro, è ancora “tu sei maschio e lei è femmina, tu sei forte, devi essere forte, e lei è debole, naturalmente debole”. Sono tutti pensieri che diventano azioni. “Da questo punto di vista non c’è differenza fra i giovani e le persone più avanti con gli anni, anche se chiaramente chi ha 50 anni ha una storia di questo tipo più radicata alle spalle.» (1)
L’autrice ci racconta, attraverso una serie di incontri, le esperienze presso i Centri Anti Violenza italiani, fondamentali e tuttavia sommariamente trattati dai più e di cui poche persone sono a conoscenza. Questi istituti prendono come punto di riferimento gli ATV (Alternative to Violence) di Oslo, aperti già nel 1987 nonché primi in Europa a sorgere. Queste strutture hanno il fine ultimo di accompagnare gli uomini macchiatisi di violenza in un percorso fino ad assumersi le proprie responsabilità, alla cessazione di questi comportamenti e all’evitare di cadere nella recidività.
Un pattern molto importante da analizzare e interrompere è proprio quello della minimizzazione delle proprie azioni da parte del carnefice che deve evitare, in particolar modo, di giustificare atteggiamenti violenti riconducendoli ad una storia famigliare pregressa: indipendentemente dal proprio passato, è essenziale comprendere che la violenza è sempre una scelta.
I centri antiviolenza lavorano infatti sul senso di vergogna del carnefice, sulla gestione della rabbia e di altre emozioni, lungo un percorso di ascolto ed educazione all’empatia, all’immedesimazione nell’altrə.
Rispetto ad altri tipi di istituzioni, però, le risorse son ben poche, e si cerca di collaborare con più servizi e professionalità possibili del territorio: psicologə, sanitarə, screening nel caso di gravidanze nelle vittime e ovviamente prevenzione per quanto riguarda i minori.
«È sempre questo il valore aggiunto delle reti, della collaborazione, in ogni campo. E la violenza di genere non fa eccezione, anzi. Lavorare tutti insieme, mettendo in comune competenze e professionalità, anche fatiche e punti di vista diversi, permetterebbe di raggiungere prima l’obiettivo di interrompere la violenza sulle donne e i bambini ed evitare la recidiva. Che è l’obiettivo di tutti.» (2)
I mostri non esistono si presenta come un testo crudo e diretto che ci chiede di confrontarci con i suoi portavoce – gli uomini violenti – i quali prendono a volte atto dalle proprie azioni e delle conseguenze fisiche e psichiche sulle vittime. Nella loro onestà, parlano dei lividi da loro stessi inflitti, della profonda vergogna, delle vittime e della vita “dopo”. Una franchezza destabilizzante quanto utile per comprendere a pieno la gravità dell’accaduto e la sua frequenza.
Tra loro però c’è chi invece “resiste” al cambiamento, negando il proprio comportamento e soprattutto manifestando una scarsa motivazione alla trasformazione di questi pattern.
«Negare significa, ad esempio, dire “Non ho mai dato uno schiaffo a mia moglie”, quando, invece, quello schiaffo c’è stato.
Diversa cosa, in ambito clinico, è minimizzare, deresponsabilizzare. Cosa vuol dire minimizzare?
“Secondo me mia moglie è depressa, in casa si occupa solo del bambino. Il fatto che si stesse lasciando andare mi ha fatto scattare il nervosismo. Io mi dicevo: si sta cullando, non cerca lavoro. Lei si è adagiata troppo, non si è rimboccata le maniche. Faccio sempre tutto io, anche la spesa.» (3)
Grazie al protocollo Zeus del 2018, agli individui ammoniti da una sorta di “cartellino giallo” dal questore si consiglia di intraprendere un percorso terapeutico-trattamentale presso questi centri. Un invito certo, non un obbligo, per creare uno spazio dove il carnefice e la vittima trovano voce, vengono ascoltatə e aiutati entrambi, creando una sorta di triade di assistenza.
Con l’avvento del Codice rosso della legge n.69 del 2019, invece, molti uomini vengono mandati presso le sedi antiviolenza del territorio al fine di optare per la sospensione della pena.
Quello che Michela Giacchetta auspica con questa indagine è la creazione urgente di una “cultura sulla violenza”, una comprensione sistemica del fenomeno della violenza di genere, affinché la collettività sia coinvolta e conscia di quello che comporta, senza provare vergogna o tentare di nascondere “sotto al tappeto”. Scandagliare il pregiudizio dell’irrecuperabilità degli uomini violenti, senza tuttavia cadere nel pensiero semplicistico terapia individuale che da sola può risolvere tutti i problemi: il viaggio è indubbiamente lungo e periglioso, ma doveroso a scardinare pezzo per pezzo le aggressività represse e far sì che vengano riconosciute apertamente. Affinché «nessuno si senta offeso, Nessuno si senta escluso». (4)
Grazie Fandango Libri!
- M. Giacchetta, I mostri non esistono. All’origine della violenza di genere, Roma, Fandango Libri, 2024, p.124.
- Ivi, p.86.
- Ivi, p.24.
- Ivi, p.230.
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