
Introducendo il Progetto di collaborazione istituzionale tra il Senato della Repubblica e l’Università di Pavia La lingua del diritto, ormai quasi dieci anni fa, il Presidente del Senato Pietro Grasso ricordava che
«la certezza del diritto vive della chiarezza del diritto» (1).
Dal momento che il diritto vive in una dimensione necessariamente comunicazionale, le sue forme espressive devono essere comprensibili e trasparenti affinché il popolo si possa relazionare, nei reciproci rapporti tra cittadin* e nella vita pubblica, in condizioni di parità e di uguaglianza. Al contrario, quando la norma è oscura perché la lettera della disposizione è difettosa, il rapporto tra pubblico e privato risulta inevitabilmente sbilanciato a favore di chi ha il potere di applicare la legge dandone un’interpretazione assoluta.
Pur utilizzando il linguaggio naturale come fondamenta del discorso giuridico, il diritto deve ricorrere ad un vocabolario specializzato adeguato all’esigenza di determinatezza della norma: troviamo infatti tecnicismi che hanno un significato solo all’interno della materia giuridica (evizione), parole comuni in un’accezione diversa (compromesso), accezioni specifiche tra i possibili significati comuni (parente). Inoltre, vengono cooptate parole dal linguaggio tecnico di altre discipline come la fisica, l’economia o la medicina ogni volta che serve.
La pluralità di fonti e di interpretazioni rende quello giuridico un linguaggio amministrato
«da tanti giocatori […], tra i quali vi sono molteplici opportunità di negoziazione dei significati, talvolta all’insegna del dialogo e della cooperazione, talvolta all’insegna del conflitto» (2).
Ma chi conduce il gioco? Chi decide l’interpretazione corretta di una disposizione di legge, di una sentenza, di un qualsiasi atto normativo?
Le parole nel diritto non sono solo parole, sono strumenti in grado di incidere sulla vita delle persone. La selezione del significato giusto non è un tema astratto di pura teoria del diritto ma un problema politico e giuridico, poiché la scelta sull’interpretazione degli enunciati giuridici esprime una forza esecutiva in grado di plasmare la realtà. Scarpelli a questo proposito affermava:
«le più grosse ed importanti battaglie di politica del diritto si combattono intorno al metodo dell’interpretazione» (3).
L’interpretazione è un momento centrale del processo creativo del diritto e farne un uso distorto spalanca la strada alle più varie deformazioni giuridiche, danneggiando la coerenza dell’ordinamento e la fiducia della cittadinanza nel diritto e nelle istituzioni che lo amministrano.
E quando si verifica uno strappo tra l’affidamento della comunità sul diritto e l’istituzione che lo amministra si apre una lacerazione tra autorità e società.
Entro certi limiti il contrasto tra interpretazione dell’autorità e sentire sociale rappresenta un elemento positivo: la dialettica funge da motore per il cambiamento all’interno della struttura ordinamentale, spinge in avanti il progresso mantenendo la coerenza del quadro generale.
Il meccanismo resta in equilibrio fintanto che le parti hanno accesso agli strumenti per incidere sulla produzione e sull’interpretazione del diritto secondo regole di buon funzionamento ispirate al pluralismo, ma quando l’equilibrio si rompe l’alternativa è tra scivolare verso l’anarchia o verso l’autoritarismo, a seconda che prevalga il nichilismo anarchico o la deriva totalitarista del pensiero unico.
«La consapevolezza del fatto che nel linguaggio si annidano le condizioni del potere è il primo passo per creare le condizioni della democrazia» (4).
La democrazia è stata felicemente descritta come «una comunità di ascoltatori» (5) che incarna il pluralismo in opposizione all’assolutismo dogmatico e la fiducia nella capacità della comunità rispetto al particolarismo estremo. Sviluppare la tutela giuridica di esigenze emergenti presuppone un atteggiamento di apertura verso tutte le componenti della società, una postura di ascolto e di mediazione tra interessi in potenziale conflitto.
Parliamo di diritto alla genitorialità, all’editing genico, di fine-vita, di diritti sul materiale genetico proprio e altrui, di personalità giuridica degli embrioni, di identità biologica e genetica, di sperimentazione animale e trapianti di organi, di ricorso alle cellule staminali umane ai fini di ricerca e riproduzione. Ancora, parliamo di diritto all’oblio informatico, all’accesso ad Internet e contrasto al digital divide, di diritto all’autonomia cognitiva. Parliamo di diritti allo sviluppo economico, all’accesso alle risorse naturali e alimentari, all’acqua, del diritto delle generazioni future a uno sviluppo globale sostenibile. Parliamo di diritti dei migranti economici e climatici, della tutela delle differenze etniche e linguistiche, delle rivendicazioni della comunità LGBTQIA+, e di tutto ciò che porterà il futuro e oggi non immaginiamo ancora.
Per funzionare davvero, la democrazia deve parlare un linguaggio giuridico in grado di bilanciare le esigenze di certezza e di stabilità con la capacità di evolversi per tutelare nuove pretese e nuovi bisogni, estendendosi in ambiti inediti e accogliendo anche le voci di dissenso quali spunti per esplorare altri punti di vista.
Questo chiaramente richiede uno sforzo educativo e intellettuale che mal si concilia con le diffuse evidenze di impoverimento linguistico, meccanizzazione del linguaggio e livellamento verso il basso delle competenze comunicative della società nel suo complesso. Si tratta di fattori che limitano significativamente la capacità di esercitare in piena consapevolezza le prerogative della cittadinanza (6).
Alla semplificazione del linguaggio corrisponde la semplificazione del pensiero; con un vocabolario ridotto è difficile argomentare, difendere, partecipare.
La povertà espressiva, che riflette una diseducazione alla vita pubblica ed agli strumenti del confronto democratico, innesca una spirale di appiattimento tale per cui chi ha opinioni divergenti da quelle mainstream tende ad astenersi dalla discussione pubblica rifugiandosi nella passività sociale, denunciata da Bobbio già oltre quarant’anni fa (7). È un tracciato rischioso: in un domani che è quasi oggi, la minima parte che padroneggia la strumentazione intellettuale necessaria al discorso giuridico si approprierà in modo esclusivo della forza creatrice del diritto, con buona pace dei principi democratici.
Irti ci avvisa che l’esito finale della de-alfabetizzazione democratica sarà di (tornare a) pretendere dal popolo «non […] più di capire, ma di un semplice e nudo obbedire» (8).
Esito a cui dobbiamo opporci riprendendoci come cittadin* e come persone gli spazi conquistati dalle regole economiche, finanziarie, dai nuovi centri di potere della tecnocrazia e dell’infocrazia, per riportare la dialettica sui diritti nel campo a cui appartiene: quello del Diritto e del suo linguaggio. Difficile, a volte ostico, faticoso, ma indispensabile per disegnare una società pluralista, liberale, solidale, partecipata.
Solo entrando consapevolmente nel meccanismo della produzione del diritto il popolo può esercitare con pienezza la sua sovranità attraverso il voto, l’iniziativa legislativa popolare e gli altri diritti politici e civili. Così si concretizza la dialettica tra potere pubblico e cittadinanza, sostanziando il principio democratico cui la Costituzione è informata.
Così si può dire, come auspicava Calamandrei, che lo Stato siamo noi.
(1) P. Grasso in Le parole giuste. Scrittura tecnica e cultura linguistica per il buon funzionamento della pubblica amministrazione e della giustizia. Atti del convegno di presentazione, Senato della Repubblica, Roma, 2017.
(2) G. Pino, L’interpretazione nel diritto, Giappichelli, Torino, 2021.
(3) U. Scarpelli, Filosofia analitica e giurisprudenza, Facoltà di Giurisprudenza della Università di Milano, Casa editrice Nuvoletti, Milano, 1953, pp. 86-88.
(4) S. Borutti in Le parole giuste. Scrittura tecnica e cultura linguistica per il buon funzionamento della pubblica amministrazione e della giustizia. Atti del convegno di presentazione, Senato della Repubblica, Roma, 2017.
(5) Byung-Chul Han, Infocrazia. Le nostre vite manipolate dalla rete, Einaudi, Torino, 2023, p. 46.
(6) Tra gli altri, Gianrico Carofiglio parla di tentativo da parte di un certo linguaggio politico di «infantilizzare il pubblico» attraverso un lessico semplice e colloquiale, talvolta volgare, «amplificato dai social network, che esasperano il patetismo» con l’obiettivo di fondare il potere sulla risposta emotiva e sull’affetto del pubblico «invece di spingerlo a fare scelte ragionando.» La nuova manomissione della parola, Feltrinelli, Milano, 2024, p. 45.
(7) N. Bobbio, Il futuro della democrazia, Einaudi, Torino, 2012. Il saggio è apparso per la prima volta in «Nuova civiltà delle macchine», II, estate 1984, pp. 11-20.
(8) N. Irti, Riconoscersi nella parola, Il Mulino, Bologna, 2020, p. 87 e ss.
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