Gli occhi di Gaza

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Poco prima di scrivere la recensione che segue è apparsa nel mio feed di Instagram un’immagine tristissima, ma dolcissima da Gaza. Tra i palazzi distrutti, ridotti a scheletri, in mezzo alle tende, è stato creato un cinema all’aperto e viene proiettato Il Re Leone (la cosa mi commuove ancora di più perché è uno dei miei cartoni preferiti). 

L’immagine tocca il cuore, ma non mi sorprende, perché penso a Gli occhi di Gaza (1), che ho da poco finito, e la trovo perfettamente allineata con quanto descritto dalla giornalista, scrittrice e poeta Plestia Alaqad.

Lə gazawi che non hanno niente e quindi condividono tutto.

Anche in mezzo alla città dilaniata, i suoi piccoli abitanti, non avendo più nulla, continuano a giocare con quello che trovano a terra.

Insomma, quello che fa Alaqad in questo libro – che altro non è che il suo diario – è farci vedere Gaza da dentro, nella sua quotidianità. L’autrice ci permette di conoscere da vicino le persone che abitano qui e di affezionarci a loro. 

Spesso vediamo Gaza solo come un territorio dilaniato dalla guerra, ma è molto di più e l’amore della scrittrice – combattuto, ma vero – per la sua terra, tocca il cuore: 

«Come si fa a voler così bene a una città così piccola? Come fa un posto del genere a frantumarti il cuore? Io ti amo, Gaza, ma sono anche arrabbiata con te. Lo so che stai soffrendo, ma stiamo soffrendo anche noi ed è come se tu ci guardassi in silenzio. Ti prego, Gaza, ti scongiuro: parlami. Dimmi che andrà meglio. Dimmi che risorgerai più forte di prima. Mentimi, se devi, ma dimmi qualcosa, qualunque cosa. Il tuo silenzio è assordante» (2). 

Il libro inizia raccontando la situzione precedente al 7 ottobre. Da quando esiste lo stato di Israele (3), infatti, Gaza subisce continue aggressioni, ma la vita in quel territorio va comunque avanti, pur controllata costantemente dai coloni. Alaqad ci descrive momenti sereni come i ritrovi con gli amici al bar e le prime esperienze di lavoro. 

Dal 7 ottobre 2023 tutto, però, cambia completamente.

Da quel momento è un escalation di orrore: dall’Aggressione si passa al Genocidio. Pare di rivivere la Nakba (4), che la nonna ha già suo malgrado vissuto. 

Col passare dei capitoli, vediamo il cambiamento di Alaqad: prima vuole a tutti i costi documentare il più possibile cosa sta succedendo e lo fa insieme al collega Mohamad (5). Non piange, vuole rimanere lucida, resistere. 

Piano piano, però, arrivano lo sconforto e la disperazione e, per quanto ancora devota alla causa, Alaqad vacilla. Non è più possibile per lei rimanere distaccata: il dolore del suo popolo è troppo, anche se permangono momenti di speranza. 

Questa parte della storia è durissima, ma quella successiva non è da meno. 

Infatti, c’è un “dopo Gaza”.

Ma non perché la guerra sia finita. C’è qualche tregua, è vero, ma questi cessate il fuoco sono stati puntualmente violati. Inoltre, il danno ormai pare irreversibile: 

«Le guerre non finiscono quando smettono di cadere le bombe. Rimangono nella mente dei sopravvissuti e nel vuoto lasciato da chi invece non ce l’ha fatta. Per i palestinesi la guerra non è mai finita e il cessate il fuoco costituisce solo un intervallo fra tragedie. In quell’intervallo, continuiamo a portare con noi il peso insopportabile di ricordi che non si possono disfare» (6).

C’è un “dopo”, quindi, perché Alaqad e la sua famiglia (composta prettamente da donne) vengono portate da un familiare – tramite un visto umanitario – in Australia. Con grande senso di colpa e una forte sindrome del sopravvissuto, la ragazza si trasferirà dall’altra parte del mondo, in un posto a lei sconosciuto, lasciando le persone care, il suo lavoro e la sua amatissima terra. 

Successivamente, si riavvicinerà a Gaza, andando in Libano, ma anche qua gli israeliani non la lasceranno in pace.

In una delle pagine più belle del libro, Alaqad cita Anna Frank:

«Perché studiamo la storia, se è così chiaro che nessuno impara niente? Sono fortunata a essere sopravvissuta fin qui. Gli esseri umani usano le storie per comprendere il mondo che li circonda, ma quando il mondo che li circonda è folle come quello che circonda me, non ne restano molte a cui guardare. La storia di Anna Frank è un’eccezione e io mi ci aggrappo. Mi domando se un giorno qualcuno, mentre il suo mondo si starà sgretolando, leggerà quello che sto scrivendo adesso ed entrerà in empatia con i miei racconti» (7).

In questi ultimi anni, e sempre di più ogni giorno, pare veramente che nessuno abbia imparato nulla dalla storia. 

Forse coloro che dal passato non hanno tratto nessuna lezione, non leggeranno mai Gli occhi di Gaza, ma rimane comunque fondamentale diffondere queste testimonianze, tanto più se così ben scritte: perché non dobbiamo abituarci alla sofferenza e perché dobbiamo continuare ad indignarci, a provare disgusto per la violazione dei diritti umani, a sperare che qualcun altro apra gli occhi.

Grazie Sonda!

Plestia Alaqad, Gli occhi di Gaza, trad. Anna Rusconi, Edizioni Sonda, Milano, 2026.

(1) Plestia Alaqad, Gli occhi di Gaza, trad. Anna Rusconi, Edizioni Sonda, Milano, 2026;
(2) Ivi, p.106;
(3) Cioè dal 1948;
(4) Il termine Nakba (che, in arabo significa “la catastrofe”) indica l’esodo forzato e l’espulsione di oltre 700.000 palestinesi dalle loro terre durante la guerra del 1948, in seguito alla fondazione dello Stato di Israele;
(5) Nel testo, l’autrice cita le persone che conosce e frequenta solo per nome;
(6) Plestia Alaqad, Gli occhi di Gaza, p.191;
(7) Ivi, p.110.