Dopo il principe azzurro. Il complesso di Cenerentola oggi

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Colette Dowling nel 1981 pubblicò Il complesso di Cenerentola, un testo nel quale dava un nome a qualcosa che, a suo avviso, continuava a sopravvivere anche nelle donne che avevano ormai conquistato spazi di autonomia impensabili soltanto qualche decennio prima.

La paura dell’indipendenza e il desiderio, più o meno confessabile, che a un certo punto qualcuno arrivasse a sollevarle dal peso della vita adulta giaceva nel loro subconscio (1).

Cenerentola, d’altronde, non è stata scelta a caso.

È la fanciulla che resiste, sopporta e attende finché qualcuno (non un “qualcuno” qualsiasi, ma un principe) non interviene a trasformare la sua miserabile vita di fatiche. E secondo Dowling qualcosa di quella promessa rimaneva depositato anche nelle donne apparentemente emancipate: avvocate, mediche, giornaliste, donne perfettamente capaci di mantenersi e provvedere a se stesse, ma cresciute con l’idea che l’autonomia fosse sì auspicabile, purché non le consegnasse al noviziato permanente (2).

Tutte lì a giocare alle donne indipendenti, insomma, salvo poi cercare la manica della giacca del babbo quando il mondo si fa troppo oscuro e incerto. 

Sì, sto volutamente caricaturando, ma l’esagerazione serve a rendere visibile la brutalità della dipendenza indotta di cui parlava Dowling. Di certo lo scopo non era – e non dovrebbe diventarlo neppure oggi – attribuire alle donne una qualche naturale inclinazione alla dipendenza; al contrario:

«non ci hanno mai allenate alla libertà, ma al suo estremo opposto, la dipendenza» (3). 

L’iperprotezione può infatti somigliare alla cura, simularla, ma non sempre produce sicurezza, talvolta comunica esattamente il contrario, cioè che il mondo è troppo pericoloso perché tu possa affrontarlo da sola.

Incoraggiate ad avere timore anche della nostra medesima ombra, come ci si può aspettare da noi di sentirci tranquille e sicure ad abitare questo mondo?

Naturalmente qualcosa è cambiato. Sempre più bambine vengono cresciute nell’idea di poter studiare, lavorare, viaggiare, vivere sole, scegliere per sé da sé. Eppure, la conquista della possibilità formale di fare qualcosa non coincide necessariamente con la capacità di sentirsi pienamente autorizzate a farla. 

Una ricerca qualitativa condotta su donne lavoratrici, sposate e non sposate, ha per esempio rilevato come l’autonomia professionale possa convivere con difficoltà nel prendere decisioni indipendenti, ridimensionamento delle proprie ambizioni e con l’idea che la carriera maschile debba, in qualche modo, conservare una precedenza simbolica (4). Non è una fotografia universale delle donne contemporanee, né potrebbe esserlo, ma suggerisce qualcosa di interessante: avere uno stipendio non basta necessariamente a disimparare ciò che abbiamo appreso sulle relazioni.

Il complesso di Cenerentola è ancora interessante oggi non perché il principe debba ancora arrivare materialmente a salvarci dalla necessità di lavorare, ma perché potrebbe essere sopravvissuta la grammatica della fiaba: lui agisce, lei riceve; lui protegge, lei viene protetta; lui sceglie, lei viene scelta.

Uno studio pubblicato su PLOS ONE nel 2019 ha analizzato migliaia di libri, sceneggiature e sinossi cinematografiche e ha trovato una persistenza sorprendente proprio di questa struttura (5). I personaggi maschili risultano maggiormente associati all’azione, all’avventura e alla carriera, mentre quelli femminili vengono più frequentemente definiti attraverso le relazioni romantiche. Nelle narrazioni analizzate, inoltre, la felicità delle protagoniste tende a dipendere dalla presenza maschile molto più di quanto accada nella direzione opposta.

Insomma, siamo diventate competenti, istruite, professionalmente capaci, ma l’immaginario sembra essere più lento di noi.

Gli stessi autori osservano come, nel tempo, sia cresciuta l’associazione delle donne con competenza e intelligenza senza un incremento altrettanto netto della loro rappresentazione come soggetti dotati di agency, cioè capaci di agire e determinare autonomamente il corso degli eventi. 

Forse allora ciò che abbiamo letto, guardato e osannato per anni come amore conteneva anche una quota di bisogno che abbiamo imparato a considerare romantica. E così gli anni passano, magari ti trovi sulla soglia dei trent’anni, una lunga relazione è finita e improvvisamente ti senti una naufraga sulla battigia della tua stessa vita; una specie di Cast Away, solo che al posto di Wilson tieni stretto il barattolo del gelato. Non perché una donna single sia inevitabilmente incompleta, ma perché se per anni abbiamo imparato a misurare una parte del nostro valore attraverso l’essere scelte, desiderate, accompagnate, allora doverlo riconoscere autonomamente può essere molto più difficile di quanto racconti la retorica dell’indipendenza. 

Ed eccoci al presente: durante un confronto nel noto programma televisivo Temptation Island, Soraya, una delle fidanzate recatesi lì per chiarire i suoi dubbi circa la sua relazione, confessa a un tentatore di avere paura di restare sola e di aver sempre sentito il bisogno di avere accanto un uomo. Poco dopo, il tentatore rafforza un’altra prassi universalmente nota: un vero uomo non fa pagare la cena alla propria fidanzata. Sia chiaro, il punto non è la cena, che qualcuno voglia offrirla è un gesto carino. Così come sono carini i fiori, essere accompagnate a casa o trovare qualcuno che venga a prenderci.

Il problema comincia quando il gesto smette di essere un atto di cura e diventa una “prova di genere”, l’uomo deve dimostrare di essere “abbastanza uomo”, deve pagare perché è l’uomo; deve passare a prenderti perché è l’uomo; deve proteggerti perché è l’uomo. E, specularmente, tu devi essere destinataria di tutto questo perché sei la donna. Il web e i social sembrano aver dato nuova vita a questa rigida spartizione dei ruoli, persino attraverso espressioni apparentemente innocue come princess treatment o I’m just a girl.

Ma una principessa, per definizione, aspetta di essere trattata da principessa da qualcun altro.

E forse la domanda non dovrebbe essere se meritiamo i fiori, ma perché continuiamo a ritenere tanto rivoluzionario riceverli e così poco naturale comprarli noi. 

La cosa interessante è che perfino le narrazioni stereotipiche sembrano ottenere una forma di ricompensa culturale: nello studio sui film e sui libri citati poc’anzi, le storie nelle quali la felicità femminile cresce in relazione alla presenza maschile risultavano associate a una maggiore approvazione del pubblico. Non è quindi soltanto una questione di ciò che scegliamo individualmente, ma anche dei modelli che continuiamo collettivamente a riconoscere come romantici, desiderabili, persino rassicuranti.

Naturalmente emanciparsi non significa diventare impermeabili al bisogno degli altri, non sarebbe altro che un nuovo oppio individualista. Sarebbe un errore sostituire alla Cenerentola dipendente l’ideale altrettanto soffocante della donna che non deve avere bisogno di nessuno. Jean Baker Miller ha criticato proprio l’idea che la maturità coincida necessariamente con l’autosufficienza, ricordando che le relazioni possono essere luoghi di crescita, riconoscimento e costruzione del sé (6) . 

La soluzione, allora, non è tra dipendenza e solitudine, ma distinguere la dipendenza dall’interdipendenza.

Avere bisogno di affetto, sostegno, rassicurazione e cura non ci rende meno libere.

La libertà viene meno quando quelle funzioni vengono attribuite in partenza a qualcuno sulla base del genere; quando uno deve necessariamente proteggere e l’altra necessariamente essere protetta; quando la relazione diventa la fonte del nostro valore anziché il luogo nel quale due valori già esistenti decidono di incontrarsi.

Forse il complesso di Cenerentola non è scomparso, ha semplicemente imparato a mimetizzarsi meglio. E allora il lieto fine non consiste necessariamente nel rinunciare al principe azzurro. Forse consiste nello smettere di aspettare che sia lui a salvarci.

(1) J.B. Miller, What Do We Mean by Relationships?, Work in progress n° 22, Stone Center, Wellesly College, 1986.
(2) C. Dowling, Il Complesso di Cenerentola. La segreta paura delle donne di essere indipendenti, p. 9, TEADUE, Milano, 1996.
(3) Ivi, p. 17. 
(4) Ivi, p. 8.
(5) V. Chastine, N. K. Darmasetiawan, Cinderella complex on working women, Proceedings of the 16th International Symposium on Management, Advances in Social Science, Education and Humanities Research, vol. 308, pp. 103-106, 2019.
(6) Xu H, Zhang Z, Wu L, Wang C-J (2019), The Cinderella Complex: Word embeddings reveal gender stereotypes in movies and books. PLoS ONE, 22/11/2019.