Vedere l’alterità, sentire l’altro

Lo sguardo per Jean-Paul Sartre


Vedere e sentire.

Ma anche: vedere è sentire.


Se doveste essere costretti a scegliere un solo senso tra tutti, uno solo, quale scegliereste?


La domanda è volutamente provocatoria. Eppure le risposte più frequenti tendono a scegliere la vista e la consapevolezza (non a caso strettamente connesse).

Nella storia del pensiero filosofico, la vista ha ricoperto un ruolo importante: a volte magico, altre volte scientifico, persino teologico e psicologico.

È attraverso l’attività visiva che avviene l’accesso diretto al mondo che ci circonda, è la nostra attività conoscitiva consapevole primaria, attraverso la vista entriamo in relazione con le cose che ci circondano, con le persone che incontriamo, con gli ambienti nei quali viviamo e in cui siamo immersi.


In altri termini: attraverso la vista facciamo esperienza.


Eppure, in quello che parrebbe presentarsi come un senso unidirezionale (tradizionalmente: il soggetto vede l’oggetto che viene visto), vi è una dinamica autonoma e riflessiva di scambio di visioni, una relazione in cui soggetto e oggetto invertono i ruoli diventando, entrambi e insieme, contemporaneamente soggetti che vedono e oggetti che vengono visti.

Nella tradizione fenomenologica Jean-Paul Sartre, considerato tra gli esponenti più importanti dell’esistenzialismo, identifica questa ambivalenza fondamentale della relazione soggetto/oggetto, ponendo le basi di quella che sarà una dialettica della visione che vedrà sviluppi e riformulazioni nelle teorie di Emmanuel Lévinas e Maurice Merleau-Ponty, che affonda le sue radici nel pensiero di Edmund Husserl, senza risparmiare fondamentali riferimenti a Martin Heidegger.

Per Sartre, la vista è la chiave di accesso che apre all’incontro con l’altro, ed è in questo senso che il vedere l’altro, incontrarlo nella sua alterità prendendo coscienza della sua identità e contemporaneamente della nostra identità, si traduce nel “volgere lo sguardo” ad un altro io.


Ma come può un Io incontrare un altro Io?


Sartre identifica il punto di incontro proprio nello sguardo, in quel momento in cui due sguardi si incrociano, un Io incontra un altro io. In altri termini: quello che veniva considerato oggetto nella teoria della percezione visiva classica, per Sartre, attraverso lo sguardo, viene colto come soggetto, viene colto come alterità. E allora:


Come accade che l’altro venga colto come altro?


È fondamentale a questo punto tenere a mente ed evidenziare che lo sguardo non si manifesta come modalità di contemplazione pura, ma è uno sguardo incarnato e fortemente connaturato dalla corporeità.

Per Sartre, l’io diventa consapevole che l’altro è un soggetto, perché si sente guardato da lui, e il sentire si manifesta con tutte le accezioni concrete della corporeità attraverso un particolare affetto che Sartre individua nella vergogna.

Provate a compiere un ulteriore atto immaginativo attingendo alla realtà e pensate a cosa succede tutte quelle volte che si prova il sentire della vergogna: ci sudano le mani, diventiamo rossi, il battito cardiaco tende ad accelerare, vogliamo scomparire sottraendoci allo sguardo altrui annullandone l’effetto.


Perché si ha vergogna?


Perché si ha un corpo. E avere un corpo significa avere un’esteriorità. La consapevolezza di essere visti dall’esterno è prova, per il filosofo, di una verità non conosciuta fino a quel momento: siamo dotati di un’esteriorità che sfugge ad ogni tipo di controllo interno.

L’esteriorità costituisce una parte imprescindibile del manifestarsi e diventa cosciente del suo esserci nel momento in cui ne percepisce l’effetto della sua presenza. Per questo motivo diventa un problema: non la si può ignorare ma al contempo non si può agire su di essa.

È così che il soggetto, colto nella sua alterità e corporeità, è scisso tra quello che è e ciò che appare per l’altro. Il soggetto non può percepire il modo in cui l’altro lo percepisce e per questo motivo cerca il superamento della sua scissione nell’incontro con l’altro (che è a sua volta soggetto scisso).

È in questo senso che possiamo cogliere in che modo i riferimenti alla corporeità husserliana siano evidenti e fondanti pur andando nella direzione opposta: quella che per Husserl costituiva la condizione fondamentale per l’incontro dell’Io con l’altro, per Sartre è la causa di un conflitto irreversibile e insanabile. In entrambi i casi, però, è necessario il riconoscimento dei soggetti/oggetti che si incontrano/scontrano nella loro relazione.

Nel prossimo appuntamento vedremo come nella filosofia di Lévinas la stessa dinamica descritta da Sartre acquisisce un significato opposto.



Fonti

Jean-Paul Sartre, L’essere e il nulla [1943], Il Saggiatore, Milano 2014.

Lascia un commento