L’amicizia ai tempi della società liquida

Siamo alla fine dei ruggenti anni venti: nonostante le prime avvisaglie di quella che sarà in seguito definita come “Grande Depressione”, in Kansas il giovane figlio di un pastore metodista, originario del Nebraska, decide di mettersi in affari e tentare la fortuna in un campo all’epoca del tutto insolito: quello dei biglietti di auguri.


Per promuovere la sua nuova azienda, l’imprenditore decide di lanciare un “Friendship Day”, fissato per il 2 agosto del 1930 (1). 


Il nome di quel giovane è Joyce Hall, la sua impresa la Hallmark Cards – futuro colosso del settore – e, nonostante l’iniziale fallimento di quella che apparve, all’epoca, come una pura e semplice operazione commerciale malriuscita, proprio l’idea del Friendship Day, accantonata per molti anni, è stata ripresa in un’importante dichiarazione del 27 Aprile 2011 formulata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (2).

Il progetto di risoluzione sostenuto da più di quaranta Stati membri dell’Assemblea, tra cui l’Italia, rientra nel più ampio Programme of Action on a Culture of Peace e dell’International Decade for a Cutlure of Peace and Non-Violence for the Children of the World (3) e fissa per il 30 luglio la giornata simbolicamente dedicata all’amicizia.

Secondo l’Assemblea, infatti, sarebbe proprio questo nobile e virtuoso sentimento  uno dei principi cardine alla base di una più ampia aspirazione di unione e pace tra i popoli: la forza, la  trasversalità e la (relativa) semplicità dell’Amicizia possono fornire un contributo inestimabile nella costruzione di veri e propri ponti tra culture differenti, sempre più spesso in contrasto tra loro, promuovendo il rispetto dell’alterità, la reciproca comprensione, il dialogo civile e costruttivo, la solidarietà tra singoli individui e gruppi.

In sostanza il documento formulato dall’ONU sembra ispirarsi a una visione quasi ciceroniana (4) dell’amicizia, dove virtù, integrità morale e affetto disinteressato ne costituiscono le fondamenta e il presupposto ontologico.

Punto di vista che trova molti meno sostenitori, è doveroso sottolinearlo, tra gli scrittori, i filosofi e i sociologi contemporanei: è il caso, per citarne uno su tutti, di Zygmunt Bauman, con la sua celebre e articolatissima teoria della società liquida (5).


Come sostiene Bauman, il mondo cosiddetto occidentale si ritrova nei fatti a fronteggiare fenomeni di difficile codifica se non partendo dall’analisi della crisi identitaria tipica delle ultime decadi. 


Se, come sottolineato più volte anche dal nostro compianto Umberto Eco (6), nella società liquida è messa in discussione la libertà d’azione del singolo Stato di fronte a potenze sovranazionali, la cui origine è labile, sfumata e incerta, a maggior ragione la volontà del singolo individuo di definirsi e agire all’interno di un mondo così confuso e privo di punti di orientamento ben delineati viene a sgretolarsi in maniera quasi fatale (7).

In tal modo ci ritroviamo di fronte a un vero e proprio paradosso: una moltitudine di individui isolati tra loro come monadi, collegati senza soluzione di continuità a una rete globale dove è facile confondersi, cambiare identità e, in qualche misura, nascondersi e finire per perderla.

Bauman riprende un concetto già espresso da Fromm in tempi non sospetti (8): in una società dominata dal demone del consumismo e disfunzionale in modo radicale è di fatto impossibile instaurare delle relazioni sane e autentiche

Il consumismo radicale, insito nella forma più estrema e degenerata del capitalismo, porterebbe così i singoli individui all’apice di quella forma di alienazione già individuata da Marx a proposito del rapporto della forza lavoro con le macchine. Tale alienazione finirebbe in questo caso per trascendere sé stessa, assumendo la straordinaria e orrorifica funzione di trasmutare il soggetto in oggetto, facendolo precipitare nel gran tritacarne della corsa al consumo.


È così che ogni relazione perde il suo più originario senso comunitario, la sua antica virtù di ciceroniana memoria, trasformandosi in un’azione volta al consumo di un bene, al ricavo di un interesse, allo scambio di un favore.


L’uomo post-moderno sembra quindi essere condannato a una solitudine esistenziale, identitaria, ontologica, senza possibilità d’appello, diviso a metà tra un fenomeno di annichilimento progressivo e la pur presente spinta verso l’Altro. Una continua domanda rivolta all’esterno, da soggetto a soggetto che, tuttavia, non riuscendo a trovare risposta, rinuncia del tutto alla sua formulazione.

Ciò nonostante è proprio la natura in qualche modo irrinunciabile di questa tensione verso l’Altro-da-sé a caratterizzare l’essere umano e, in ultima analisi, a poter assumere quella funzione soteriologica (10) di cui abbiamo totalmente perso traccia nella contemporaneità e a cui pure disperatamente aneliamo.

Recuperando il pensiero classico e in particolare quello di Aristotele, possiamo affermare con sicurezza che senza l’Altro-da-sè risulta pressoché vano qualsiasi tentativo di conoscenza di sé stessi. 

In altri termini, senza l’Altro – quell’altro che nella vita quotidiana identifichiamo come il nostro vicino di casa, il nostro concittadino, il nostro collega o compagno di studi – e soprattutto senza il confronto con l’Altro, nessuno di noi può in alcun modo definire la propria identità.


Senza l’Altro-da-me non solo diventa impossibile una definizione del Sé, ma risulta anche impensabile  una trasformazione della realtà circostante. 


Al di là di ogni mitologia sfrenatamente individualista, se guardiamo con attenzione alla storia, tutto, a partire dalle grandi scoperte scientifiche fino alle rivoluzioni sociali o culturali, è stato fatto non da un singolo individuo isolato, ma da gruppi di esseri umani posti in relazione e che in tale relazione si confrontavano, dialogavano, condividevano saperi e conoscenze, valori e ideali. Individui che hanno unito i propri scopi personali in vista di un fine collettivo, dando vita a un movimento corale.

L’amicizia, intesa quindi quale unione solidale di uomini e donne, ispirata dai principi della tolleranza, del confronto e dall’autenticità e trasparenza dei rapporti, costituisce la chiave di volta del tempio della civiltà umana e, forse, persino il segreto del suo successo in termini evolutivi. 

Il valore dell’amicizia, con la sua capacità di andare oltre il sesso, la razza, il ceto sociale, il grado di istruzione, si configura, sotto quest’ottica, come una delle forze più potenti al mondo, in grado davvero di infrangere barriere altrimenti invalicabili.




(1) Cfr. E. L. Schmidt, The Commercialisation of the Calendar: American Holydays and the Culture of Consumption, 1870-1930, «The Journal of American History», vol. 78, Oxford University Press, 1991 pp. 887-916.
(2) UN Resolution A/65/L.72, reperibile open source sul sito ufficiale delle Nazioni Unite, al seguente indirizzo web: https://www.un.org/ga/search/view_doc.asp?symbol=A/65/L.72.
(3) Entrambi i progetti sono contenuti rispettivamente nelle risoluzioni 53/243B e 53/25 liberamente consultabili al seguente indirizzo web: http://cpnn-world.org/resolutions/resA-53-243B.html.
(4) Cfr. M.T. Cicerone, Laelius seu De Amicitia, a cura di N. Flocchini, Mursia, Milano 1991.
(5) Per approfondire si vedano dello stesso autore, a mero titolo di esempio, Z. Bauman, Vita liquida, Laterza, Roma-Bari, 2006; Paura liquida, Laterza, Roma-Bari, 2006; Communitas. Uguali e diversi nella società liquida, Alberti, Roma, 2013 e Z. Bauman, C. Bordoni , Stato di crisi, Einaudi, Torino, 2015.
(6) Si veda, ad esempio, U. Eco, La società liquida, La bustina di Minerva, in «L’Espresso»,  29 maggio 2015.
(7) Cfr. Ibidem. Secondo l’interpretazione di Eco, infatti, cadute le “grandi narrazioni” già ampiamente entrate in crisi nell’epoca postmoderna, le vecchie ideologie si svuotano di senso, finendo per perdere il loro naturale potere coagulante all’interno della popolazione.
(8) La vastissima produzione Frommiana tratta quasi sempre, anche solo in modo trasversale, il tema relazionale, quindi per un ulteriore approfondimento ci limiteremo a segnalare E. Fromm, Avere o Essere, Mondadori, Milano, 1977 e L’arte di amare, Mondadori, Milano, 1963.
(9) A tale proposito e a mero titolo di esempio, sono interessanti i dati provenienti da un rapporto Istat datato 2015 (e collegato a un più ampio studio sulla salute di Eurostat), che stimerebbe a 2,8 milioni l’ammontare di individui affetti da depressione in Italia. Cfr. https://www.istat.it/it/archivio/219807.
(10) Dal greco σωτηρία (sōtēria), “salvezza” e λόγος (logos), “principio”, “parola” o “ragione”, la soteriologia è quella dottrina che si occupa, nella storia delle religioni, del problema della salvezza dell’essere umano da una condizione indesiderata e che si occupa, in senso più ampio, del problema del male. In questo contesto abbiamo preso il termine a prestito in modo laico, facendo riferimento alla funzione salvifica della relazione con l’altro dal senso di vuoto e annichilimento originato dalla crisi identitaria.

Maria Vittoria Cristiano

Author: Maria Vittoria Cristiano

Laureata in Filosofia e Comunicazione all’Orientale di Napoli, si specializza in Scienze Filosofiche a Bologna con una tesi in Bioetica, quindi si diploma alla Scuola Parresia. Vincitrice del premio nazionale di filosofia, pubblica alcuni componimenti per Sillabe di Sale (antologia). Attualmente è Consulente Filosofico, responsabile di APPF per la sua città e redattrice presso Phronein.