Donne e partecipazione politica, una ricerca in corso

Nel momento in cui scrivo, 513 donne (o che si identificano come tali) hanno risposto a un sondaggio che ho avuto l’ardire di diffondere nella prima settimana di agosto. Tonta, direte voi: ma infatti, eh, lo so bene che tempismo e pazienza non sono mai stati il mio forte.
E nonostante la calura agostana, le ferie, la voglia di cazzeggiare, già nella prima settimana più di 250 persone si sono prese la briga di compilarlo, condividerlo, ringraziarmi, darmi riscontri positivi e dire che era proprio una bella idea e che avrebbero voluto saperne di più. Perciò, eccomi qua. Con un procedimento quasi cinematografico, riavvolgo un attimo il nastro e parto dal principio della storia.

In un modo un po’ retorico e criptico, direi che la mia storia è la storia di tutte, che è poi la stessa storia da secoli: quella fatta di rappresentazioni culturali distorcenti e dinamiche socio-politiche che da qualche decennio stiamo cambiando, un pezzo alla volta.


È la storia della disparità di genere. 


Nei mesi scorsi mi sono resa conto che amiche, conoscenti, zie, mamme sembrano meno propense degli uomini a intervenire in modo deciso in discussioni su società, attualità, libri, cinema, musica, specialmente in contesti allargati. Noto spesso una titubanza, l’atteggiamento recalcitrante di chi non si sente del tutto a proprio agio o legittimato a dire la sua, pur tenendo conto dell’opinione altrui.

Questa sensazione di malessere ha trovato riscontro in tanti confronti informali con amiche e conoscenti – nonché agilmente nei molti libri sull’argomento – e tutto ciò mi pare dimostri un punto: questo particolare tipo di (auto)-esclusione femminile non è solo frutto della mia circoscritta esperienza personale, ma ha radici profonde nelle varie zavorre socio-culturali.

Personalmente percepisco in modo acuto e doloroso questa situazione, ma allo stesso tempo intravedo vie di uscita plausibili e praticabili: sono convinta che, al netto di una filosofia della storia lineare in cui le cose fanno il loro corso, abbiamo oggi il grimaldello per forzare lo status quo.

È così che lo scorso agosto ho cominciato a far circolare questo questionario, che mi auguro sia solo il primo passo di una piattaforma che si farà mano a mano plurale e partecipata.


Una panoramica sui dati che ho in mano


Sono mossa da un’idea semplice e banale, in fondo: credo che un mondo in cui si riesce a esprimere con libertà e fierezza le proprie opinioni sia un mondo più completo, dove personalmente vivrei più volentieri. Spero anche voi che state leggendo.
«Quanto spesso ti capita di parlare di politica?», «In quali argomenti ti senti ferrata?», «Hai a cuore la partecipazione politica femminile?» sono solo alcune delle domande che ho pensato di sottoporre a ragazze e donne mediante il questionario. 

Come scritto all’inizio, hanno risposto (per ora!) 513 persone, divise per fasce di età: 18-25 (24%), 26-35 (35,3%), 36-45 (15,4%) e più di 45 (24%).
Molte di loro sono del Nord Italia (42,3 %), un po’ meno del centro (33,3%), ancora meno risposte dal Sud Italia e isole (21,2%) e una piccola percentuale provenienti da altri paesi (2,3%). 

Il 60% lavora, di cui il 45% con contratto a tempo indeterminato, 21% a tempo determinato e un altro 21% con contratto di collaborazione/progetto: un quadro generalmente positivo, a cui però mi riallaccio più sotto nel paragrafo Limiti dei dati ottenuti.


Maggioritaria è l’idea che informarsi passi soprattutto dal votare alle elezioni e il mezzo più usato sono i social (78%).


L’89% risponde dicendo di interessarsi di politica, ma l’85% non è iscritta né a un partito né a un movimento: per quanto riguarda il terzo settore, il 66% non è iscritto a nessuna associazione.
A coronare questo quadro, il 76% si dichiara volenterosa a essere più attiva politicamente, ma le maggiori cause vengono rintracciate nel non riconoscersi in pieno in nessuna proposta politica (51%), nella mancanza di tempo (37%) e la paura di non essere abbastanza preparate (31%).
Gli argomenti di maggior interesse partono dai diritti civili (74%), all’istruzione (72%), ambiente ed ecologia (70%), per arrivare al lavoro (59%).

L’interesse per i movimenti femministi è dichiarato solo da 218 rispondenti, e una cosa appare subito chiara: “il” movimento è Non una di meno, seguito per numero di occorrenza da qualche sparuto Se non ora quando. Il 54% si dice interessato alla questione della partecipazione delle donne in politica.
Grande cautela e posizioni sfumate – dall’“assolutamente sì” all’ “assolutamente no” passando per il “solo temporaneamente” – riguardo al meccanismo delle quote rosa.
In ultimo, alla domanda “Secondo te, a cosa porterebbe una maggiore partecipazione femminile alla politica?” l’80% decreta “un cambiamento culturale” e subito dopo “diversità di vedute” (43,5%).


Limiti dei dati ottenuti


Un dato su cui vorrei insistere e che mi fa pensare che devo andare avanti nell’analisi, è questo: il 59% dice di avere opinioni forti e di esprimerle con convinzione in conversazioni con uomini e donne indifferentemente.
Non voglio fare la guastafeste – e non è nemmeno che io non conosca donne e ragazze che dicono la propria con fermezza – ma allora perché non sono convinta che questa percentuale rispecchi la realtà?

Il motivo è presto detto: il mio “campione” è più eterogeneo di quanto potessi aspettarmi, ma rimane drogato. Si spiega facilmente con il fatto che sono una 28enne del centro Italia, piuttosto alfabetizzata e, di rimando, anche le mie cerchie amicali e social-virtuali sono abbastanza uniformi negli interessi, nell’età e nello status sociale. È difficile sia che io conosca decine di principesse ereditiere di 21 anni sia molte donne indigenti di mezza età. È un problema ai fini del rilevamento? Ovvio che sì, e ho intenzione di colmarlo, come spiego sotto.

Altra criticità è la mancanza di appeal della “politica” che, in modo paradossale, sembra perlopiù interessare chi già se ne interessa. Il percorso di avvicinamento alla bruciante materia dell’attualità non è né inesorabile né lineare ma, quando accade, è spesso accidentato. Ne è esempio plastico quel 51% che corrisponde al non riconoscersi pienamente in nessuna proposta politica. E se aderire a una progettualità politica è difficile per quelle che si interessano, quanto diventa difficile per tutte quelle persone che sono ancora più lontane, ancora meno disponibili – per scelta o meno – a pensare in termini di collettività sociale e comunità politica?

Dovremmo essere più coraggiose e, se ci preme, andare a parlare di discriminazioni, lavoro, istruzione ed ecologia in tutte quelle pieghe di realtà dove la politica istituzionale arriva di meno. Poi mi rendo conto che io stessa mi trovo in imbarazzo a farlo con alcune persone a me vicine: ho paura di sembrare una ragazzina in vena di fesserie, che non conosce le fatiche della vita di tutti i giorni, che non conosce l’asprezza delle tasse e così via. Questa cosa deve cambiare.


E ora, cosa fare? (o dei proponimenti futuri)


Ho in cantiere una piattaforma dove tenterò di diffondere e spingere il questionario più che posso; vorrei che questo diventasse un progetto dal e per il 99%, nel senso delineato da teoriche come Nancy Fraser: una militanza che sia di tutti e tutte per tutti e tutte.
99% è la percentuale divenuta simbolo dei numerosi movimenti “Occupy” occorsi in varie parti del mondo a partire dal 2011 a Zuccotti Park (NY) quando, al grido di “We are the 99%!”, militanti e cittadini si stanziarono davanti alla borsa di New York per un mese, chiedendo di avere risposte dal governo in fatto di equità e giustizia sociali, welfare, diritti. Risposte forti per tutti quelli che non rientrano nell’élite dell’1% più ricco del mondo: tutti noi, tranne pochissimi.

Da questa prima esperienza americana, 99% è una percentuale che è andata rappresentando via via un bacino sempre più grande di battaglie in giro per il globo: per l’emancipazione, per il diritto all’abitare, per il salario minimo, per l’uguaglianza di genere.

E l’1% chi è? L’1% non è un nemico dato una volta per tutte, ma è il numero, piccolo e sghembo, di tutti quelli che non sono disposti ad ascoltare né a collaborare, quelli che perpetuano gli stereotipi, quelli che hanno timore che più libertà espressiva delle donne significhi minore libertà maschile.

La mia ricerca rappresenta bene quello che penso da tempo nella mia vita adulta: non esistono né il femminile relegato a guardiano dell’oikos, né tantomeno il maschile come unico detentore del discorso nella sfera pubblica. Ci sono solo un grande numero di occasioni mancate, occasioni che la politica non ha saputo cogliere per aumentare la partecipazione femminile.

E se oggi la politica è definita dai cosiddetti ‘compiti urgenti’ questo è di certo uno di essi: che le donne comincino in massa a vivere la cosa pubblica come contesto in cui anche loro, anche noi, qualcosa da dire ce l’abbiamo e abbiamo voglia di alzare il tappeto per vedere quanta polvere c’è sotto.