Lunga vita al tortellino (?)

Venerdì 4 ottobre Bologna festeggerà S. Petronio, patrono delle due Torri. Come con tutta probabilità saprete, accanto alla tradizionale proposta del tortellino emiliano sarà offerta una variante con ripieno a base di pollo, “per consentire a tutti di consumare uno dei principali simboli della nostra città. Anche a chi per motivi religiosi o di salute non può consumare le carni suine” (1).


E da qui, la grande polemica.


Procediamo allora con un’analisi pressappoco socio-antropologica delle ragioni che hanno portato a questa scelta e delle critiche che ha generato.

Quello che è stato definito “il tortellino dell’accoglienza” ha prevedibilmente comportato un tweet dell’ex vicepremier Matteo Salvini, che protesta affermando: “[…] è come dire vino rosso in Umbria senza uva per rispetto”. Potrei essermi persa qualche dogma coranico che vieta l’uva (Matteone nazionale, sarebbe l’alcol il problema) e in tal caso aspetto ragguagli, ma il punto è che – in coda o non a questo cinguettio social – si è aperto il dibattito: tra gli chef, ma soprattutto tra la gente.

Denominatore comune dei detrattori del tortellino dell’integrazione è l’invocazione di evitare una distruzione culturale, un’eresia nei confronti della tradizione italiana (e io che pensavo che fossimo solo noi emiliani a tirarcela per il tortellino). Dunque: fermo restando che nessuno viene privato del diritto di strafogarsi di tortellini sacri e tradizionali all’ombra delle due Torri, credo sia bene specificare alcuni punti.


Punto uno: non solo la religione islamica vieta il consumo di carne suina (in quanto facente parte degli animali immolati in nome della fede), ma anche quella ebraica.


Si dà il fatto che i primi cristiani mantennero in uso questa imposizione, fino a quando vennero superati i formalismi ebraici in nome dell’impurità non di ciò che entra nella bocca, ma di ciò che ne esce (2). In altre parole: additiamo come mostri che ci derubano della nostra cultura i praticanti di fede islamica perché sono il nostro capro espiatorio preferito, ma ci sono altre minoranze etnico-religiose di cui non ci curiamo affatto che prescrivono precetti simili.

Ancora, l’induismo prevede il vegetarianismo, quindi Shiva non voglia che a Bologna vivano induisti praticanti che risulterebbero esclusi dall’intenzione di integrare diverse culture (o anche solo vegetariani, così per dire). Allora, anche quella di non nutrirsi di cibi contenente maiale era una tradizione, che poi è cambiata. Sì, le tradizioni sono cose che a un certo punto nascono come nuove, poi si radicano negli usi e prendono – appunto – il nome di “tradizione”.


Punto due: nessuno ci sta derubando di niente, nessuno ci sta imponendo niente.


Noi abbiamo scelto di essere un paese civile che tenta la strada dell’integrazione e no, non sarebbe stata la stessa cosa proporre tortellini emiliani classici e tortelloni di zucca: è chiaro che ha più efficacia la scelta di un simbolo principe della tradizione, proposto in una variante più inclusiva (volete chiamarla “sfoglia chiusa a mo’ di ombelico” per non sporcarne il nome? Va bene), al fine di promuovere un’idea di tolleranza, di predisposizione al compromesso.

Se invitassimo a cena una famiglia composta da onnivori e vegetariani e/o vegani, faremmo finta di niente servendo solo lasagne con il ragù o ci preoccuperemmo di far mangiare tutti i commensali offrendo anche una lasagna dove le zucchine fungono da sfoglia e una dadolata di verdure da ragù? Un riguardo nei confronti degli invitati sarebbe definita educazione, di certo non offesa alla tradizione. Poi, liberi di rinominarle come preferite per urtare meno la sensibilità di un Paese che non disdegna le (spettacolari, devo dirlo) pizze gourmet anche se sfidano la tradizione della pizza margherita con la pummarola in coppa. Però il tortellino no, untouchable (che poi, chi lo ha toccato?).


Punto tre, il più importante: sono costretta a riprendere un’affermazione salviniana, perché emulata da una sterminata gamma di ululati offesi: “Se un italiano andasse in un paese arabo a insegnare come mangiare, bere e pregare, come reagirebbero?”.


Eh, e quindi? Non ci deve stupire la mancata pregnanza logica delle sue argomentazioni, ma soffermiamoci. Incrociamo le gambe, uniamo l’indice e il pollice delle mani, rivolgiamo lo sguardo al sole e ripetiamo: nessuno ci ha imposto niente. Ipotizziamo il caso sottoposto alla nostra immaginazione: se ci trovassimo in un paese che non ci concede un minimo di libertà nell’espressione della nostra cultura, lo definiremmo autoritario e incivile. Dobbiamo porci alla stregua di un prospettato stato che noi stessi giudicheremmo deprecabile?

La rappresentanza della Co-mai (comunità del mondo arabo in Italia) ha sottolineato, pur ringraziando ogni iniziativa che tenga conto della diversità culturale, che non basta un tortellino per fare integrazione, che essa si ottiene quando ambedue le parti in causa agiscono con rispetto e reciprocità (3). Nulla da aggiungere.

Mi quieto e tento una conclusione che racchiuda una riflessione senza sarcasmo (o quasi). Lungi da me mettere in discussione l’autorevolezza del Tortellino, davvero. Giurin giuretto. In sostanza, mi chiedo: un’aggiunta (perché di questo si tratta: nessuna sostituzione, nessuna imposizione, nessuna cancellazione culturale) minaccia ciò che già abbiamo? Realmente ci priva di qualcosa che sentiamo come costitutivo della nostra identità?L’interfacciarsi con l’altro può sì fare paura, ma relegarci in maniera difensiva dietro di essa ci arricchisce in qualche modo, o ci rende biechi, inclini alla rabbia e alla debolezza?


Se siamo così forti delle nostre tradizioni, così orgogliosi, non dovremmo avere timore che “ce le portino via”.


Una reazione rabbiosa di fronte a una questione che non dovrebbe sollevare tali polemiche è sintomatica del clima che una fetta di popolazione crea, in risposta a stimoli che vengono dall’alto.

Dobbiamo affrontare il fatto di vivere in un contesto multi e transculturale, in cui una serena convivenza passa anche dalla condivisione del piatto in cui si mangia, persino preparandone due – uno un po’ diverso dall’altro. Che tutto questo, però, non sia di facciata. Che chi si trova a condividere quanto scritto si renda conto che il caso del Re Tortellino è un simbolo che deve essere seguito da provvedimenti di tutt’altro genere, a partire da uno sforzo di elasticità culturale.

(1) Il resto del carlino, 30 settembre 2019.
(2) Cfr. Matteo 15,11.
(3) Cfr. bolognatoday, 2 ottobre 2019.

Martina Sargenti

Author: Martina Sargenti

Redattrice di Filosofemme. Laureata prima in Filosofia con una tesi in Bioetica all’Università di Bologna, si è poi specializzata in Editoria e Giornalismo presso l’Università di Verona.