Urge un cambiamento.

Lo spettro dei comportamenti violenti e prevaricatori nei confronti delle donne è spesso identificato con l’atto che ne è il culmine: il femminicidio (1). Tuttavia, se non si considera questo estremo come il punto di arrivo di una complessa e sfaccettata parabola socio-culturale, è difficile comprenderne il reale significato e anche poter mettere in campo dei meccanismi concreti di contrasto a questa pratica.


Per inquadrare meglio il fenomeno può essere utile ritornare al 1993, anno in cui l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato la Dichiarazione sull’eliminazione della violenza contro le donne (2). All’Articolo 2 si legge che:


La violenza contro le donne dovrà comprendere, ma non limitarsi a, quanto segue:
a) La violenza fisica, sessuale e psicologica che avviene in famiglia, incluse le percosse, l’abuso sessuale delle bambine nel luogo domestico, la violenza legata alla dote, lo stupro da parte del marito, le mutilazioni genitali femminili e altre pratiche tradizionali dannose per le donne, la violenza non maritale e la violenza legata allo sfruttamento;
b) La violenza fisica, sessuale e psicologica che avviene all’interno della comunità nel suo complesso, incluso lo stupro, l’abuso sessuale, la molestia sessuale e l’intimidazione sul posto di lavoro, negli istituti educativi e altrove, il traffico delle donne e la prostituzione forzata;
c) La violenza fisica, sessuale e psicologica perpetrata o condotta dallo Stato, ovunque essa accada.

Successivamente, l’Articolo 4 stabilisce che, assieme a molte altre azioni, è opportuno che gli Stati si impegnino a

Adottare tutte le misure appropriate, specialmente nel campo dell’educazione, per modificare i modelli di comportamento sociali e culturali degli uomini e delle donne e per eliminare i pregiudizi, le pratiche consuetudinarie e ogni altra pratica basata sull’idea dell’inferiorità o della superiorità di uno dei due sessi e su ruoli stereotipati per gli uomini e per le donne.


Il problema è che approcciare la questione dal punto di vista di una necessaria rivoluzione culturale lo rende più complesso e meno condivisibile.


Ventisei anni dopo quel 1993, oggi le Nazioni Unite denunciano che nel mondo una donna su tre subisce o subirà nella propria vita violenza fisica o sessuale, frequentemente proprio ad opera di un membro della sua famiglia (3). Numeri tali non si possono spiegare con la solita retorica dello stupratore-mostro o della pazzia improvvisa di un uomo in precedenza perfettamente equilibrato.

I dati ISTAT più recenti (4) fotografano la dimensione pervasiva del fenomeno anche in Italia: Il 31,5% delle 16-70enni (6 milioni 788 mila) ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale, e il 5,4% (1 milione 157 mila) è stata vittima delle sue forme più gravi come lo stupro (652 mila) e il tentato stupro (746 mila).


Di queste, le donne che hanno subìto violenze fisiche o sessuali da partner o ex partner sono il 13,6% (2 milioni 800 mila).


Con numeri tali, è urgente smettere di trattare ogni singolo caso di cronaca come un fatto isolato da imputare a follia o ignoranza (5), e cominciare invece ad occuparsene come il risultato di una cultura in cui le relazioni tra i generi e l’amore vengono rappresentati ed insegnati come imbevuti in una retorica del possesso che difficilmente può produrre conseguenze diverse da queste.

L’idea dell’amore romantico come unico possibile completamento di una vita altrimenti sempre a metà, come la realizzazione di tutti i nostri sogni e delle nostre potenzialità e l’incontro e la fusione con l’Anima Gemella – il soggetto con il quale siamo predestinati a fonderci e confonderci perdendo noi stessi per trovare la realizzazione nella coppia.

Questi messaggi sono onnipresenti nella narrazione pubblica dell’amore e della vita di coppia, a partire dalle favole dove solo il Vero Amore può spezzare ogni incantesimo per finire all’orizzonte grottesco e un po’ comico dei profili Facebook di coppia, dove l’identità del singolo sparisce per lasciare posto ad una chimera composta a due teste che mette in scena una rappresentazione forzata dell’intimità che di intimo e genuino non ha più quasi nulla.

In una cultura in cui si esalta continuamente la gelosia e la possessività verso la partner come massima dimostrazione dell’amore, comportamenti allarmanti come tentare di controllare i contatti sociali della partner o di limitarne la libertà sono continuamente normalizzati come espressioni forse un po’ troppo accese di una gelosia che in fin dei conti continua ad essere considerata una lusinga, una prova dell’attaccamento e dell’affetto e perciò qualcosa che non può essere di per sé negativo né preoccupante.

Una società in cui le donne sono ancora considerate soggetti fragili, preziosi e delicati, che “non si toccano nemmeno con un fiore” (tanto che le donne forti e indipendenti sono immediatamente qualificate come non-donne in quanto hanno “le palle”), produce una gerarchia di ruoli di genere che è complice di questa violenza, la nutre e la coltiva, allontanando  la soluzione e impedendo quel cambiamento culturale che è il necessario strumento per creare un mondo in cui gli uomini saranno in grado di accettare il fallimento di una relazione senza annientare la loro ex-compagna e in cui le donne sapranno riconoscere i campanelli d’allarme di un comportamento pericoloso come tali, senza interpretarli come sintomi di Vero Amore.


Urge un cambiamento di prospettiva.


Se si vuole davvero mettere un freno alla violenza sulle donne bisogna smettere di considerare questo come un problema marginale, che riguarda solo le donne e i loro carnefici (pazzi o accecati dalla gelosia, come troppo spesso vengono descritti negli articoli di cronaca nera) e iniziare a considerarlo per ciò che è: un problema che tocca le radici più profonde della nostra cultura, la cui soluzione richiede un ripensamento radicale della nostra società. 





(1) Sulle specificità e i perché dell’uso di questa parola, si veda
https://accademiadellacrusca.it/it/consulenza/femminicidio-i-perche-di-una-parola/803
(2) https://www.esteri.it/mae/approfondimenti/20090827_allegato2_it.pdf
(3) https://www.un.org/en/events/endviolenceday
(4) https://www.istat.it/it/violenza-sulle-donne/il-fenomeno/violenza-dentro-e-fuori-la-famiglia/numero-delle-vittime-e-forme-di-violenza
(5) Per un’analisi approfondita dei dati relativi alla violenza sulle donne con distribuzione geografica e socio-economica si veda R. Gabrieli, Femminicidio, Elemento 115, Roma, 2016.

Cecilia Bucci

Author: Cecilia Bucci

Laureata in Scienze Filosofiche presso l’Università di Ferrara con una tesi sulla Teoria istituzionale dell’Arte di George Dickie, si occupa di attivismo femminista ed LGBTQ+. È insegnante di Storia e Filosofia alla Smiling International School di Ferrara.