La pedagogia di uno scalatore

SCALATORE PEDAGOGISTA FILOSOFEMME

«Quando vi separate dall’amico, non rattristatevi: la sua assenza può chiarirvi ciò che in lui più amate, come allo scalatore la montagna appare più chiara dalla pianura.» (1).


È con questo aforisma del poeta Khalil Gibran che il Magnifico Rettore dell’Università di Bergamo Remo Morzenti Pellegrini apre la conferenza “In dialogo con Paolo Perticari. La pedagogia di uno scalatore” tenutasi martedì 3 dicembre presso la sede universitaria di Sant’Agostino, per ricordare il Professore Paolo Perticari e i suoi studi a un anno della scomparsa.

Paolo Perticari (2) è stato docente di Pedagogia Generale e di Filosofia della Formazione presso l’Università degli Studi di Bergamo, e anche uno scalatore, un appassionato di montagna e di alpinismo,  socio del CAI (Club Alpino Italiano) di Cesena dal 1977 al 1991. 

Tema chiave di questo dialogo, trattato da Mauro Ceruti, Pietro Barbetta, Paride Braibanti, Paola Gandolfi, Ivo Lizzola (3), è stato l’analogia del pedagogista e dello scalatore, vista sotto due prospettive fondamentali:

(i) il pedagogista deve adottare una visione d’insieme del processo educativo,  assumere “un punto di vista dall’alto”, come uno scalatore che, giunto sulla cima del monte, riesce ad ammirare tutta la complessità del percorso intrapreso, senza però mai distaccarsi dal contesto in cui si sta esaminando. Ogni pedagogista che analizza un sistema educativo fa parte del sistema educativo stesso, non ne è escluso.

(ii) Il pedagogista come uno scalatore deve avere dei punti di appoggio solidi a cui appigliarsi, dei principi teorici e pratici irrinunciabili che sono il frutto del lungo percorso della ricerca pedagogica compiuta fino a quel momento. Tuttavia egli deve ricercare punti di appoggio nuovi che inizialmente possono sembrare del tutto imprevisti e inattesi. Prendere in considerazione l’imprevisto deve essere un procedimento necessario per far progredire la ricerca pedagogica stessa, per esplorare costantemente sentieri prima sconosciuti.


La pedagogia non è un sapere certo e immutabile.


Per questo il dubbio, l’incertezza e la consapevolezza della non conoscenza sono elementi che devono fare parte dello studio dei processi educativi in quanto espressione della complessità della realtà. Il pedagogista deve avere la cognizione di non poter elaborare una teoria inconfutabile, in quanto la ricerca e lo studio dell’educazione non potranno mai avere una fine. 


Purtroppo però all’interno delle istituzioni scolastiche, dalla scuola materna e talvolta persino all’università, l’imprevisto non viene preso in considerazione.


Vi è l’idea che insegnare significhi seguire un programma ben preciso, in una sua strutturazione lineare, all’interno di un processo educativo in cui l’insegnante trasmette delle conoscenze al discente.


Questa convinzione educativa, conosciuta come «l’imbuto di Norimberga» (4) e consistente in un passaggio di sapere che avviene unicamente dall’educatore all’allievo, deve essere messa in discussione. L’insegnante infatti non è solo colui che insegna, ma è soprattutto colui che apprende dall’alunno e dai suoi bisogni, e quest’ultimo non è solo colui che assimila conoscenze, come se fosse una lavagna vuota su cui scrivere, ma è anche colui che educa.

Perticari ha compiuto una distinzione, all’interno dei sistemi educativi, tra domande illegittime, di cui si conosce già la risposta, e domande legittime, a cui non si sa ancora rispondere (5). Nei contesti scolastici si continuano a porre unicamente domande illegittime.

I bambini vengono categorizzati come “bravi” o “impreparati” se sanno rispondere o meno a queste domande, premiando chi di fatto riesce ad adeguarsi alle richieste del sistema educativo tradizionale. Ciò causa una grave e dannosa «banalizzazione» (6) della ricerca pedagogica che impedisce la comprensione della natura dell’individuo e delle sue modalità di apprendimento.


Si inibisce in questo modo la possibilità di far fronte all’imprevisto e all’inatteso.


Si ostacola lo studente nell’assumersi delle responsabilità, «un rischio di sforzo, una ricerca di qualcosa, una capacità di attendere o di inventare nuove forme di curiosità. La realtà, ma soprattutto chi si trova più in difficoltà e soprattutto i bambini, fa emergere la necessità di porsi domande non più illegittime; ma di saper vivere i rischi e il fascino di un gioco del chiedere fatto di domande di cui non sappiamo già la risposta» (7).

La scuola deve avere l’obbligo di favorire lo sviluppo delle molteplici potenzialità presenti nell’individuo, delle diverse forme di intelligenza e sensibilità, non di ostacolarle e di limitarle per una «strumentalizzazione dei processi educativi» (8) finalizzati all’acquisizione di mere nozioni.


Il sistema scolastico non deve essere un’istituzione coercitiva e rigida, bensì  flessibile, a seconda delle esigenze dei discenti.


L’apprendimento e l’intelligenza del bambino non possono essere calcolati, non possono essere reificati in voti. Spesso dietro ai disagi scolastici degli studenti vi è una vera e propria difficoltà da parte degli educatori di riconoscere l’Altro, i suoi tempi di apprendimento e le sue potenzialità inespresse. Le risposte sbagliate e impreviste degli alunni non devono essere considerate errori o fallimenti, ma «ipotesi» (9) con cui c’è bisogno di confrontarsi necessariamente e senza pregiudizi. 

Il professore Perticari ci ha lasciato degli studi importanti per comprendere la natura del bambino e del rapporto difficoltoso tra insegnamento e apprendimento. Il percorso educativo non può avvenire nella precisione di un programma scolastico: l’imprevisto, i fallimenti e le difficoltà degli studenti sono delle grandi risorse che possono fare progredire la ricerca pedagogica (10). Gli insegnanti, i pedagogisti, gli educatori e i genitori devono liberarsi da tutti i pregiudizi, dalle rigide strutture mentali poste dall’educazione tradizionale, per finalmente superare il conflitto tra ciò che educativamente è atteso e inatteso. 




(1) Aforisma del poeta e pittore libanese Khalil Gibran (1883- 1931).

(2) Si consiglia anche la lettura dell’articolo: https://www.filosofemme.it/2018/12/17/che-cose-la-pedagogia-nera-in-ricordo-del-prof-paolo-perticari/

(3) I relatori dell’incontro sono Professori del dipartimento di Scienze Umane e Sociali, hanno analizzato alcuni dei principali saggi di Perticari come “Attesi imprevisti”, “Smarrita l’anima?”, “L’educazione impensabile”.

(4) Paolo Perticari, Attesi imprevisti. Uno sguardo ritrovato su difficoltà di insegnamento/apprendimento e diversità delle intelligenze a scuola, Torino, Bollati Boringhieri, 1996, p. 32.

(5) Cfr. ivi, p. 25. 

(6) Ibidem.

(7) Ibidem.

(8) Ivi, p. 29.

(9) Ivi, p. 57.

(10) Cfr. ibidem.

Elena Magalotti

Author: Elena Magalotti

Si laurea in Filosofia presso l’Università di Bologna con una tesi in Storia della Psicologia, e poi alla magistrale di Scienze Filosofiche con una tesi in Storia delle Donne e dell’Identità di Genere: "La dignità della donna e la sua violazione. Una riflessione tra la filosofia di genere e il diritto". Scrive soprattutto di storia di genere e del femminismo, storia della sessualità e storia della scienza.