Il contrario della solitudine

Femminismo.

Un termine che ultimamente si sente spesso: in politica, attraverso i media o i social.

Una parola odiata o amata, che ripone in sé sensazioni di speranza e aspettativa, oppure di fastidio e, a volte, addirittura paura.

Ma vi siete mai chiesti che cosa si intenda realmente per femminismo?

Spesso si pensa che la sua definizione da dizionario sia sufficiente per convincere tutti del fatto che questo termine sia sinonimo di eguaglianza e che, di conseguenza, ne avremmo certamente bisogno nella nostra società.


Tuttavia, la definizione non basta.


A salvare la parola femminismo ci pensa Màrcia Tiburi, una delle teoriche di spicco di questo complesso termine, all’interno del suo saggio Il contrario della solitudine. Manifesto per un femminismo in comune.

Tiburi dimostra, sin dalle prime pagine, il suo obiettivo fondamentale: riuscire a pensare il femminismo con un processo di comprensione di tale termine che non può limitarsi all’identificazione di una sola definizione, ma che, al contrario, deve dare spazio alla critica e anche all’autocritica che il femminismo dovrebbe compiere su se stesso.


Il femminismo, nelle sue mille forme ed espressioni, ha da sempre un carattere comune: la critica al sistema patriarcale, tipico della società occidentale (e non solo).


Esso è diventato, nel corso dei secoli, un ordine di pensiero che detta regole e paradigmi sul modo in cui bisognerebbe vivere. Il patriarcato si è definito come un sistema di verità, all’interno del quale esiste una categoria dominante (l’uomo bianco ed etero), il detentore di tutto ciò che è positivo, e delle categorie dominate, ossia tutti gli individui che non corrispondono a tali caratteristiche e che, in quanto corrispondenti al suo negativo, sono state oppresse.

Una volta compreso il carattere esclusivo del patriarcato, ecco che Tiburi fa un passo in avanti nella sua riflessione: emerge l’autocritica.


Se il femminismo si pone come distruttore e critico del patriarcato, del maschilismo e di tutto ciò che esso comporta, in cosa si delinea il suo passo successivo? Qual è la pars construens del processo femminista?


Il rischio è che esso si sostituisca al patriarcato, nella misura in cui il femminismo vada a imporre semplicemente nuove categorie e nuovi rapporti di dominanza, ma non cambiando, nella sua sostanza, il sistema di oppressione. 

«Il femminismo è, in questo senso, un’utopia concreta in cui l’intreccio tra politica ed etica si orienta verso la difesa della singolarità delle persone. Il femminismo è la vera democrazia che vogliamo, una democrazia profonda, che inizia ponendo la questione dei diritti delle donne e prosegue interrogando l’urgenza dei diritti di tutti coloro che soffrono sotto gioghi diversi, in scenari in cui il potere del capitale stabilisce ogni forma di violenza, dalla più sottile alla più brutale». (1)

In queste parole di Tiburi è racchiuso tutto il significato più profondo che la parola “femminismo” dovrebbe assumere nel contesto sociale e politico attuale.


Non è un mezzo che cerca di imporre un nuovo ordine, ma è un metodo creativo per garantire la libertà e anche la rappresentazione di ogni identità esistente all’interno del nostro mondo, partendo dalle donne, ma arrivando a considerare tutte le minoranze.


Se maschilismo è status quo, femminismo è plasticità e creatività, ci dice l’autrice, nella misura in cui non si impongono nuove categorie, ma piuttosto si dà spazio alle identità diverse che già esistono e che non devono costruirsi sulla base di nuove categorie ideate a tavolino.

Per fare emergere tali identità Tiburi propone una narrazione delle storie di tutti coloro che una voce non l’hanno mai avuta, attraverso la creazione di uno spazio di parola.

Esso non è nient’altro che uno spazio di espressione democratico dove si sviluppa una lotta in cui, se pur in opposizione, l’altro viene riconosciuto come identità esistente.

Màrcia Tiburi, nel suo saggio, riesce a sviscerare il complesso concetto di femminismo togliendolo dalla membrana, a volte troppo superficiale e semplicistica, in cui esso spesso viene avvolto.

Perché per comprendere nel profondo non basta accontentarsi di una definizione: è necessario compiere un percorso complesso e autocritico per raggiungere una più chiara consapevolezza del significato di “femminismo”, e questo libro aiuta a non commettere l’errore di sottovalutarlo, di fraintenderlo, di perdere il valore intrinseco di questa parola, relegandola a un concetto superficiale.

È un libro per chi si reputa femminista, destinato a chi crede che non lo sarà mai e per chi ancora si domanda cosa significhi esserlo.

È un libro per tutti e tutte, che non lascia solo proprio nessuna/o: Il contrario della solitudine. 


Grazie Effequ!

M. Tiburi, Il contrario della solitudine. Manifesto per un femminismo in comune, Effequ, Firenze, 2020


(1) p. 55-56.

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