In difesa dell’esistenzialismo

Esistenzialismo

Che l’esistenzialismo sia una filosofia dell’angoscia e della disperazione è un dato innegabile. Tuttavia non bisogna cadere nell’errore di pensare che essa sia soltanto una filosofia buia, tetra, che si limita a «mettere in evidenza i lati peggiori dell’uomo, di mostrare ovunque il torbido, il sordido, il vischioso e di trascurare le bellezze ridenti e gli aspetti luminosi della natura umana» (1). Già nella metà degli anni quaranta del Novecento la corrente esistenzialista aveva acquistato questa oscura fama, divenendo, per moda o per incomprensione, il manifesto della più opaca tragicità dell’esistenza

Questo è in parte vero. L’esistenzialismo è figlio di anni poco radiosi per l’umanità: la crudele violenza dei conflitti bellici, l’orrore dei totalitarismi, i genocidi e gli stermini di massa avevano portato sicuramente a molte domande e ad un generale sconforto.


Ma limitarsi a prendere in considerazione solo questa parentesi riflessiva rischia di trascurare il grande ottimismo che si cela dietro questa corrente.


Nel saggio L’esistenzialismo è un umanismo, Jean-Paul Sartre cerca di porre argine alle numerose critiche mosse all’esistenzialismo, spingendo i lettori ad andare oltre questi pregiudizi. Innanzitutto bisogna pensare all’esistenzialismo come alla filosofia della libertà, della possibilità e, in un certo senso, della speranza. Non la buia disperazione, quindi, accompagna l’uomo nella sua esistenza, piuttosto la spinta a rimboccarsi le maniche e a ripensare se stesso.

Punto centrale di questa corrente è che, per quanto riguarda la vita umana, l’esistenza precede l’essenza. 

Sarà più facile cogliere questo concetto facendo riferimento ad un esempio. Pensiamo ad un oggetto come una sedia. Prima che la sedia venisse creata, l’artigiano si è riferito ad una certa immagine generale di sedia: quello per cui essa ha quattro gambe, uno schienale, che può essere usata per sedersi, per raggiungere le mensole più alte della cucina, che può essere di legno, ecc. Insomma, prima che la sedia venisse costruita, essa esisteva già come progetto, come idea.


Diremo quindi che, per quanto riguarda una sedia, la sua essenza, ovvero come essa è, a cosa serve, quale sarà la sua funzione, precede la sua esistenza, in quanto ciò che la definisce come sedia e non come matita è già presente come concetto nella mente dell’artigiano. 


Ma non solo: una volta creata, la sedia sarà così come l’artigiano ha deciso, avrà le stesse misure del progetto e la stessa forma che è stata pensata per lei. La sua esistenza è quindi, in qualche modo, già definita, chiusa. Non sarà più possibile per la sedia essere altro da ciò che essa è.


Questo non può di certo valere di per l’umanità


Prima della comparsa dell’uomo nel mondo, prima cioè della sua nascita, non è dato alcun progetto, nessuna idea generale.

Prima che io venissi al mondo, nulla di me era già conosciuto: il colore dei miei occhi, il mio carattere, le mie passioni, persino il mio nome. E non è stato nemmeno possibile idearmi, cioè stabilire di me tutte quelle cose che mi rendono me stessa piuttosto che un’altra. Nemmeno la scienza è giunta a tale livello di progettazione da potermi rendere tanto prevedibile quanto una sedia a cui manca solo il lavoro di un artigiano per darle forma.

In altre parole, nulla di me era già stato deciso, o persino immaginabile.

A differenza della sedia, alla mia esistenza, a ciò che veramente io sono, non precede nulla: non c’è un disegno, un destino che chiuda il mio vivere in qualcosa di concreto e già definito. Non c’è un progetto, un’idea che mi definisca una volta per tutte. Io sarò me stessa solo una volta esistita, dopo aver vissuto, ma prima di allora di me rimarrà sempre qualcosa di nascosto, di incompleto, di imprevedibile e di sconosciuto.


Nel caso dell’essere umano, quindi, è l’esistenza, il fatto che esiste, che precede l’essenza, ciò che esso è, che diventerà.


Scrive infatti Sartre: «L’uomo, secondo la concezione esistenzialistica, non è definibile, in quanto all’inizio non è niente. Sarà solo in seguito, e sarà quale si sarà fatto […] : l’uomo non è altro ciò che si fa» (2). 

Questo porta con sé due grandi conseguenze: non solo che l’essere umano è libero di essere ciò che egli progetta per sé, ma che ha anche il potere di diventare ciò che egli decide di essere.

Ma come può l’essere umano crearsi?  

È solo attraverso le azioni che l’individuo crea se stesso. L’essere umano si fa mediante le parole, le idee, le immagini che porta con sé e che agisce, che sceglie con la sua esistenza.


Ma se l’esistenzialismo è la filosofia della libertà, della possibilità, della scelta, da dove proviene il pregiudizio dell’esistenzialismo come filosofia buia, tragica?


Per gli esistenzialisti l’uomo non solo è libero di scegliere, ma è condannato alla scelta.

Questo significa, da un lato, che ciò che siamo è il frutto delle nostre scelte; dall’altro che è proprio perché è da noi che proviene la nostra esistenza, che ne siamo responsabili

Proprio la responsabilità che si cela dietro alla scelta, il comprendere che dietro ad ogni parola, ogni gesto, si crea se stessi, conduce all’esperienza dell’angoscia.

Certo, l’angoscia e la disperazione che scaturiscono dalla consapevolezza di essere artefici della propria sventura sono naturali, accompagnano il nostro esistere e sono parte della condizione umana. Ma c’è qualcos’altro che vale la pena di cogliere, di più profondo e radicale: e cioè che non siamo condannati all’immutabilità, né al caso.


Sì, è vero, siamo gettati nel mondo senza uno scopo e senza una ragione, ma c’è sempre una possibilità, un’alternativa, un diverso modo per compiersi, per trasformarsi, per essere il meglio di noi e questa possibilità è solo nelle mani di chi ha il coraggio di sceglierla, esistendo.





(1) J.P. Sartre, L’esistenzialismo è un umanismo, Ugo Mursia Editore, Milano, 1946, p. 19.

(2) Ivi, pp. 28-29.