Viziati e contenti

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La favola delle api

«Una delle più importanti ragioni per cui pochissime persone comprendono se stesse è che la maggior parte degli scrittori insegnano agli uomini sempre quel che dovrebbero essere, e difficilmente turbano le loro menti col dir loro quello che realmente sono.» (1)

Così Bernard Mandeville apre l’introduzione in prosa di un poemetto satirico, del 1705, chiamato originariamente L’alveare scontento, ovvero i furfanti diventati onesti, che poi prenderà nel 1714 il celeberrimo titolo di: La favola delle api. Vizi privati e pubbliche virtù


L’ambizioso proposito di Mandeville, studioso di filosofia e medicina e appassionato di letteratura, è precisamente quello di mettere in luce la reale natura dell’essere umano, senza fronzoli metafisici né tanto meno orpelli di natura etica.


L’uomo è, essenzialmente, un concentrato di vizi e di passioni che di volta in volta lo attanagliano e lo condizionano, e non ha nulla a che vedere con le rosee e illusorie raffigurazioni dei filosofi che lo dipingono come naturalmente inclinato al bene, all’altruismo e alla virtù.

Tuttavia, nelle intenzioni del nostro provocatore filosofo, questo non è un giudizio morale, bensì una semplice constatazione, un invito al realismo. La tesi realmente originale di questa manciata di versi, che sollevò nell’Inghilterra settecentesca un vero e proprio scandalo, è che non solo il vizio ci fa da padrone, ma che è giusto che sia così, che deve andare proprio in questo modo. Dunque, non bisogna eliminare i vizi, perché è esattamente in essi che risiede la chiave per il progresso e la prosperità delle grandi società. 

Suona paradossale, vero? 


Com’è possibile, ci si può legittimamente chiedere, che una società prosperi, se i cittadini di essa vengono lasciati in balìa dei più bassi istinti? 


Ebbene, il fulcro dell’argomentazione è che le grandi e popolose società devono la propria sopravvivenza solo ed esclusivamente all’egoistico perseguimento dei propri interessi da parte di ciascuno, perché solo così il commercio ha luogo, generando maggiore ricchezza materiale, e infine garantendo il benessere economico di tutti. La metafora dell’alveare scontento si basa sul presupposto che, se in un ipotetico alveare tutte le api diventassero improvvisamente oneste, cesserebbe ogni condizione di benessere materiale, perché il motore di ogni attività commerciale è precisamente il vizio. 


Ma, allora, qual è in tutto questo il ruolo dello Stato, dei politici, del governo? 


Per Mandeville, è necessario che la politica faccia buon viso a cattivo gioco, e per spiegarsi meglio ricorre a numerosi esempi. Uno di questi riguarda l’alcool: in una società prospera, lo Stato fa mostra della propria moralità condannando pubblicamente il consumo eccessivo di alcolici, sostenendo che essi causano la “rovina morale e materiale” di molte famiglie. Ciononostante, allo stesso tempo, lo Stato sa benissimo che trae da questo commercio grandi guadagni, perciò concretamente non fa nulla per impedirlo (2).

In questo ultimo punto sta tutta l’attualità del discorso mandevilliano: più che provocare i benpensanti e rispettabili signori dei salotti inglesi, questo accenno all’atteggiamento dei politici sembra rispecchiare fedelmente tutti i canoni impliciti dei meccanismi che muovono il sistema politico contemporaneo. Se, dall’Inghilterra di inizio Settecento, facessimo un salto nell’Italia dei nostri giorni (neanche mesi, proprio giorni), ci renderemmo conto che anche gli esponenti di partiti sedicenti progressisti fanno bella mostra di paroloni e grandi ideali, in una continua e stagnante atmosfera da campagna elettorale, ma di fatto traggono guadagni contingenti e materiali, perlomeno in chiave elettorale e dal loro ristretto punto di vista, dal fare buon viso a cattivo gioco. 

Quando Mandeville scriveva, si cominciavano a immaginare i primi, grandiosi effetti di quella che sarebbe stata l’imponente Rivoluzione Industriale, si intravedevano all’orizzonte paesaggi paradisiaci dai quali l’umanità tutta non avrebbe potuto far altro che trarre vantaggio.


Dopo tre secoli, nei quali la storia ha fatto svariati giri su se stessa, siamo in grado di vedere le involuzioni, oltre che le evoluzioni; il regresso, ben oltre il progresso; e soprattutto sono diventati chiari e limpidi tutti i giochetti ai quali una logora classe politica si àncora tenacemente per timore del nuovo.





(1) B. Mandeville, La favola delle api. Vizi privati e pubbliche virtù, Rizzoli, Milano, 2018.

(2) Ivi, Nota G, pp. 70-78.

Immagine di copertina: https://pixabay.com/it/illustrations/alveare-ape-vintage-%e2%96%be-favo-sfondo-3434143/