Membrana – intervista all’autore Chi Ta-wei

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Membrana

Il romanzo distopico di Chi Ta-wei, Membrana (Add Editore), ci porta in un viaggio alla riscoperta del sé, del proprio corpo e dei propri ricordi, attraverso le vicende di Momo, un’estetista che vive nella città di T. del futuro, dove la vita sulla Terra è radicalmente diversa da quella che conosciamo oggi. L’inquinamento e i cambiamenti climatici hanno reso impossibile vivere sulla superficie e, per sopravvivere, l’umanità è stata costretta a emigrare in fondo al mare. Qui, l’esistenza degli umani sotto l’acqua appare governata dalla tecnologia e dalle grandi corporation, che con la fabbricazione di androidi e con strumenti ipertecnologici hanno reso la quotidianità degli umani del futuro culturalmente distante dalla nostra.

In questo scenario dalle ambientazioni cibernetiche e futuristiche, Momo conduce una vita solitaria e appartata fino al compimento dei suoi trent’anni quando, per l’occasione, ha l’opportunità di riallacciare i rapporti con la madre. Proprio questo incontro sarà l’inizio di una riflessione che porterà la protagonista a fare i conti con la propria infanzia, con la propria identità di genere e con le proprie emozioni, attraverso una serie di questioni che pongono in dubbio il concetto stesso di corpo, di libertà e di esistenza.


Il romanzo affronta temi molto profondi come la libertà, i diritti, l’ecologia. Cosa hanno in comune queste tematiche e cosa ci racconta questo romanzo, ambientato nel futuro 2100, sul nostro presente? È possibile separare le lotte per i diritti dalle lotte ambientaliste?


Chi Ta-wei: Molti intellettuali oggi ci dicono che viviamo in “società del rischio” e che abbiamo “vite precarie”. Nonostante questi termini ci sembrino nuovi, in realtà si possono applicare anche al mio modo di pensare negli anni ‘90, e allo stesso modo al futuro immaginabile del 2100. Ad esempio, negli anni ‘90 noi (me incluso) sapevamo quale fosse il rischio di lasciare le password inserite in un dispositivo. Al giorno d’oggi, tutti siamo consapevoli di quanto sia terribile se le nostre password vengono rubate, e possiamo immaginare che queste (o le tecnologie di riconoscimento facciale) diventeranno sempre più cruciali in futuro (rendendoci così più vulnerabili). 

È interessante cercare elementi in comune tra la libertà, i diritti e l’ecologia. Direi che tutte e tre queste tematiche sono descritte come precarie e sotto assedio. Questo è il motivo per il quale in Membrana c’è un’ossessione per la protezione e per la fuga: gli esseri umani fuggono dalla terra verso il mare, dove cercano rifugio rinchiudendosi in una colonia sul fondo dell’oceano. Si può dire che i diritti della protagonista siano virtualmente imprigionati dalla madre proprio in nome della protezione (cioè per proteggerla da eventuali rischi). Il risultato di ciò è che la protagonista cerca di fuggire dalla madre, che rappresenta la sospensione dei suoi diritti. 

Credo che tutti abbiamo percepito questioni come la precarietà della vita, la “società del rischio”, il bisogno di protezione e la voglia di fuga durante la pandemia. Molti di noi sono stati o sono ancora rinchiusi in nome della sicurezza. Molti volevano fuggire dal lockdown. Abbiamo sentito che le nostre vite erano diventate molto precarie, e siamo diventati consapevoli dei potenziali rischi delle nostre società.

Dopo tutto ciò, non credo che i diritti delle persone possano più essere separati dalla tutela dell’ambiente (o dall’attacco che viene dall’ambiente, dalla sua vendetta). Sappiamo che durante il lockdown (la sospensione dei nostri diritti quotidiani) l’ambiente naturale è diventato più vivace: il cielo era più blu, l’oceano più pulito. Dopo la riapertura, mentre cerchiamo di convincerci di nuovo che noi umani possiamo fare tutto ciò che vogliamo, la Terra soffre di nuovo. I diritti che presumiamo di avere sono in conflitto con l’ambiente.


Nel romanzo la tecnologia rappresenta un’importante occasione per poter riflettere sul rapporto mente-corpo e sul ruolo che i vissuti e le esperienze riversano in questo dualismo. La figura dell’androide, nel libro, rappresenta l’Altro lacaniano nel quale Momo si rispecchia per trovare se stessa. Cosa ci possono insegnare gli androidi sul nostro modo di vivere la nostra individualità e il rapporto con il corpo, anche e soprattutto in relazione alle tematiche queer?


C.T.W.: Sono un docente universitario a Taiwan, e i miei corsi parlano di gender studies e LGBT studies. Spesso, scherzando (ma anche seriamente), dico ai miei studenti ventenni che devono uscire con esseri umani finché è ancora possibile, perché prevedo che molti di loro finiranno per avere appuntamenti con androidi o cyborg quando saranno più vecchi (tra una decina o una ventina d’anni, quando saranno trentenni o quarantenni). Forse questa non è una prospettiva così negativa, perché un androide o cyborg ha la capacità di essere “più attento” di un essere umano.

Immagino che i cyborg in futuro potranno analizzare e massimizzare la nostra salute proprio come molti di noi provano già a fare usando i nostri Apple watch (o Google watch, Samsung watch, Xiaomi watch, ecc… ). Quando penso a un futuro in cui si possano avere appuntamenti con un cyborg, me lo immagino come una sorta di versione più grande e umanoide dei nostri smartwatch. Possiamo pensare di uscire con il nostro smartwatch e amoreggiare con lui? Perché no? Sostanzialmente lo stiamo già facendo. Il mio smartwatch dorme con me ogni notte ed è sempre con me quando faccio la doccia o il bagno. è già il mio boyfriend, o meglio il mio Boyfriend Plus

La questione dell’individualità oggi è una sorta di paradosso. Mi sembra che molti di noi stiano affidando la propria individualità a device che possiamo indossare (oggi gli smartwatch, domani probabilmente androidi o cyborg). Da un lato consegniamo ad altri molti dettagli su di noi (come dormiamo, mangiamo, le nostre sensazioni e paranoie…). Al tempo stesso però questi dispositivi ci aiutano a conservare la nostra individualità. Ad esempio, potrei non ricordare che cinque giorni fa ero di cattivo umore a meno che non vada a controllare i dati che ho salvato in proposito. Oppure, immaginiamo che mi innamori di nuovo o disinnamori. Potrei dover consultare i miei dispositivi per assicurarmi che ciò sia davvero successo.


Affidando sempre più la nostra individualità ai dispositivi, questi la proteggono e ci consentono di ricostruirla più nel dettaglio in un secondo momento. 


Per quanto riguarda le identità queer, quando ho scritto Membrana (nel 1990) sapevamo già che cosa fossero. Frequentavamo locali gay o lesbici e incontravamo le persone che, in quei luoghi, condividevano il desidero di una maggiore fluidità (almeno sessuale) e che flirtavano con noi. 

Oggi però è molto difficile parlare di identità queer come facevamo al tempo. Anche prima della pandemia, molti studenti ventenni a Taiwan si innamoravano di persone mai incontrate prima che avevano conosciuto sulle dating app. Andare nei locali è troppo costoso e scomodo, mentre usare le app è semplice e comodissimo. Ok, ma non sappiamo nemmeno se queste persone incontrate sulle app sono esseri umani o robots. Se un ragazzo gay si innamora di un presunto daddy su una app, dove quest’uomo è virtuale e non reale, possiamo dire che il ragazzo sta avendo una relazione gay? Se non si sono mai incontrati e non hanno mai fatto sesso fisico, non è piuttosto una relazione asessuale che una omosessuale? 

Durante la pandemia, a causa del lockdown molti di noi hanno dovuto rinunciare al sesso con persone fisicamente presenti. Abbiamo sostituito i rapporti sessuali reali con siti come Onlyfans. In questo scenario, siti e app come questo sono molto simili a cyborg, che sostituiscono altri esseri umani. Possiamo ancora definirci queer se ci relazioniamo solo con surrogati tecnologici di altri esseri umani? Se è così, di sicuro deve essere un queer diverso da quello degli anni ‘90.


Le ultime pagine del romanzo ci conducono verso un plot twist inaspettato, verso un rovesciamento che lascia senza parole e con un sapore amaro in bocca. Cercando di incuriosire chi legge senza fare troppi spoiler, si può dire che il libro racconta anche e soprattutto di solitudine. Momo spesso parla di sé come di un canarino in gabbia e questa immagine ritorna spesso nella vita della protagonista così come nel rapporto con la madre. Cosa rappresenta questa immagine? Siamo davvero, in fondo, tutti destinati alla solitudine?


C.T.W.: Grazie. L’essenza di questa terza domanda è già emersa nelle mie risposte precedenti. Al giorno d’oggi, ho la sensazione che chiunque utilizzi uno smartphone o sia utente di Onlyfans sia simile a Momo dentro Membrana. Questi utenti sono come canarini prigionieri nella gabbia, lo spazio virtuale offerto dai dispositivi e dagli ambienti online. Molti di loro preferiscono rimanere dentro quelle gabbie il più a lungo possibile. Sono troppo impegnati a interagire con la gabbia per ricordare la propria solitudine. 

Per quanto riguarda il rapporto madre-figlia: questa è una relazione archetipica. Molte differenti relazioni non sono altro che variazioni di questa. Sarò felice di rappresentarne altre in futuro.

Grazie!

Chi Ta-wei, Membrana, Add Editore, Torino, 2022.

Grazie a Chi Ta-wei e Add Editore!