Nancy Fraser e la critica a Jürgen Habermas

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Nancy Fraser, filosofa statunitense impegnata da tempo nell’indagine sulla relazione tra oppressione femminile e capitalismo, in Fortune del femminismo. Dal capitalismo regolato dallo Stato alla crisi neoliberista ricostruisce gli sviluppi storici del movimento femminista di seconda ondata e ne individua tre fasi.

Nella prima, esso sarebbe stato in grado di svelare il carattere fortemente androcentrico del capitale e, di conseguenza, di concentrare i propri sforzi in direzione di un rinnovamento radicale della società. 

In una seconda fase, il movimento femminista avrebbe smarrito questo vigore, tendendo sempre più ad allinearsi alle politiche neoliberiste e a trasferire la lotta, fino a quel momento condotta nel campo dell’economia politica, sul piano culturale.

Infine, nei confronti della terza fase, ancora in corso, Fraser si dimostra fiduciosa: di fronte all’attuale crisi del neoliberismo, sostiene, si sta facendo strada un femminismo che sembra aver ritrovato la forza un tempo appartenuta al movimento e che potrebbe reinserire tra i propri obiettivi «la critica strutturale all’androcentrismo capitalista, l’analisi sistemica della dominazione maschile e la rilettura di genere di democrazia e giustizia» (1).

Nel primo capitolo, in particolare, Nancy Fraser prende in esame la teoria critica della società di Habermas allo scopo di capire fino a che punto essa «chiarisce e/o mistifica le basi della dominazione maschile e della subordinazione femminile nelle società moderne». (2)

Innanzitutto, Habermas opera una «distinzione tra riproduzione simbolica e riproduzione materiale della società» (3) e, senza troppe esitazioni, inserisce nella prima categoria l’insieme di attività svolto dalle donne, senza retribuzione, in ambiente domestico.

Questa classificazione, però, secondo Fraser, omette il fatto che lavori come quello di accudire la prole non sono esclusivamente pertinenti alla sfera della riproduzione simbolica, perché si tratta in realtà di «attività dall’“aspetto duale”» (4), attraverso le quali vengono soddisfatte anche esigenze riconducibili all’ambito della cosiddetta riproduzione materiale.

Habermas, aggiungendo al novero delle attività rilevanti dal punto di vista storico le attività simboliche, tra cui include i compiti di cura, avrebbe compiuto un passo in avanti rispetto all’androcentrismo del marxismo ortodosso.

Tuttavia, secondo Fraser, la posizione di Habermas:

«Nella migliore delle ipotesi, conduce a ciò che conosciamo come “teoria dei sistemi duali”, un approccio che presuppone l’esistenza di due diversi “sistemi” dell’attività umana e dunque di due distinti “sistemi” di oppressione: capitalismo e dominazione maschile. Questo è tuttavia fuorviante. Non si tratta di due sistemi distinti ma, piuttosto, di due dimensioni di una singola formazione sociale, tra loro profondamente connesse. Per comprendere tale formazione sociale, una teoria critica ha bisogno di un unico insieme di categorie e concetti che includano al loro interno sia il genere che l’economia politica (e forse anche la razza)» (5).

Secondo Fraser, la descrizione della cura della prole come attività unicamente riconducibile all’ambito della riproduzione simbolica potrebbe essere soggetta ad un uso ideologico finalizzato a giustificare la distinzione, esistente a livello istituzionale nelle società capitalistiche, tra cura familiare e lavoro salariato.

Distinzione, questa, che la filosofa afferma di reputare, al pari di altre femministe, «un pilastro delle moderne forme di subordinazione delle donne» (6) e che Habermas tende implicitamente ad assecondare quando sostiene che l’integrazione della cura della progenie nella sfera economica ufficiale non potrebbe che comportare risvolti «“patologici”» (7).

Nancy Fraser rivela delle perplessità anche riguardo alla possibilità, sostenuta da Habermas, di inserire tra i «contesti dell’agire “socialmente integrati”» (8) la moderna famiglia nucleare.

In contrapposizione al sistema economico capitalistico, la famiglia, secondo Habermas, non sarebbe attraversata dalle dinamiche del potere e del denaro.

Tuttavia, controbatte Fraser, anche l’organizzazione familiare presenta una «dimensione strategica ed economica» (9).

Habermas dimentica che anche la famiglia «è un luogo di lavoro» (10) e che, in ogni caso, tanto sul posto di lavoro retribuito quanto in famiglia le donne sono relegate a ruoli connotati come tipicamente femminili e sottoposte al dominio maschile.

Fraser valuta in modo senz’altro positivo le modalità inedite attraverso cui Habermas riesce a rendere conto del doppio piano su cui la distinzione tra pubblico e privato si realizza nelle società capitalistiche. Egli evidenzia una prima distinzione, dal punto di vista dei «“sistemi”» (11), tra Stato (sistema pubblico) ed economia ufficiale capitalistica (sistema privato).

Ma un’ulteriore differenziazione tra pubblico e privato si verificherebbe in rapporto con il «“mondo della vita”» (12), tra «spazio di formazione dell’opinione e della partecipazione politica» (13) da un lato e famiglia dall’altro.

Tuttavia Habermas incorre nel limite di non sviluppare in maniera articolata ciò che Fraser chiama «sottotesto di genere» (14).

Non prende cioè in considerazione le implicazioni prodotte nell’ambito dei rapporti di genere da quella dicotomia tra pubblico e privato su cui tanto si sofferma.

Sulla scena dell’interazione tra famiglia ed economia ufficiale compaiono, ad esempio, le figure del lavoratore e del consumatore, a ognuna delle quali, entro il rapporto sociale capitalista, è attribuita una connotazione di genere.

Eppure Habermas non si sofferma su quanto sia forte, nelle società capitalistiche, da un lato, l’associazione concettuale tra l’identità maschile e la figura del lavoratore, con funzione di garante del sostegno economico alla famiglia; dall’altro il contrasto percepito tra la femminilità e tale ruolo.

Le svantaggiose posizioni che le donne si ritrovano ad occupare nell’ambito del lavoro retribuito, sostiene Fraser, sono una chiara prova del fatto che al ruolo lavorativo sia stata attribuita una connotazione prettamente maschile.

Al contrario, il ruolo del consumatore presenta un «sottotesto femminile» (15) per il quale «gli uomini occupano tale ruolo con lo stesso sforzo concettuale e la stessa dissonanza cognitiva con cui le donne occupano il ruolo di lavoratrici» (16).

Non a caso accade infatti che, in coerenza con le linee suggerite dalla divisione sessuale del lavoro, ad essere pensate come principali destinatarie dei beni di consumo siano proprio le donne.

Anche quando analizza le sue considerazioni in merito al tardo capitalismo del welfare state, Fraser evidenzia la persistente tendenza di Habermas a non interpretare alcuni processi che in esso sono espressione sintomatica dell’oppressione di genere che è invece alla sua base.

Fraser mette in luce, ad esempio, come le donne che usufruiscono dei servizi del welfare, principalmente donne sole con figli oppure donne anziane, siano assegnate ad uno specifico programma, caratterizzato da una narrazione molto differente rispetto al corrispettivo maschile, in cui esse finiscono per essere rappresentate come componenti di famiglie che, in quanto prive di un capo uomo, risulterebbero incomplete.

In quanto sostenitrice di un femminismo anticapitalista, Fraser sottolinea dunque con forza come la teoria di Habermas avrebbe potuto valersi di una maggiore forza critica, se solo egli fosse riuscito a integrare nel suo discorso una lettura di genere capace di rivelare in che modo la supremazia maschile costituisca un elemento strutturalmente presente nel capitalismo.

  1. N. Fraser, Fortune del femminismo. Dal capitalismo regolato dallo Stato alla crisi neoliberista, trad. it. a cura di A. Curcio, Ombre Corte, Verona, 2014, p. 9.
  2. Ivi, p. 32.
  3. Ivi, p. 33.
  4. Ivi, p. 35.
  5. Ibidem.
  6. Ivi, p. 36.
  7. Ivi, p. 44.
  8. Ivi, p. 36.
  9. Ivi, p. 39.
  10. Ivi, p. 41.
  11. Ivi, p. 47.
  12. Ibidem.
  13. Ibidem.
  14. Ivi, p. 48.
  15. Ivi, p. 49.
  16. Ivi, p. 50.