Hitler e la pedagogia nera

“La mia è una pedagogia dura. La debolezza dev’essere bandita. Nelle mie cittadelle dell’Ordine crescerà una gioventù di cui il mondo dovrà aver paura. Io voglio giovani violenti, dominatori, temerari e crudeli. I giovani devono essere tutto questo. Devono sopportare il dolore. In loro non ci dev’essere debolezza o gentilezza alcuna (1).”

È con queste brutali parole di Adolf Hitler che Alice Miller apre il capitolo dedicato allo studio dell’infanzia del dittatore tedesco presente nel libro La persecuzione del bambino. Le radici della violenza. Per Alice Miller, psicoanalista e saggista svizzera, analizzare l’infanzia di quello che viene considerato uno dei più crudeli criminali della storia dell’umanità può essere utile per rispondere a delle questioni fondamentali: esistono veramente persone che nascono cattive? Da dove derivano l’odio e l’aggressività umana?

È importante condurre questo tipo di riflessione perché talvolta si arriva a definire Hitler come “disumano”, dotato di una spietatezza e di una malignità che non sembrano appartenere né alla natura umana né alla bestialità.


Eppure un simile ragionamento causa un grave errore etico, in quanto comporta il non voler considerare l’odio verso l’altro come un aspetto dell’umanità, che invece è inevitabilmente presente in essa, sebbene spesso sia nascosto o latente.


Il rischio è proprio quello di deresponsabilizzare l’essere umano in quanto tale. Conoscere invece da dove deriva l’odio che ha animato Hitler e le tante altre persone che lo hanno sostenuto è un gesto di responsabilità sia individuale che sociale, affinché in futuro certe situazioni non possano più accadere. Oggi più che mai è necessario conoscere le origini dell’odio e dell’aggressività umana, sempre pronti a esplodere verso sé stessi e verso gli altri.

Studiare il caso di Adolf Hitler può essere quindi utile a capire la provenienza di queste emozioni negative e come si generano all’interno dell’individuo. Alice Miller però rifiuta la spiegazione tradizionale della psicoanalisi che le definisce come espressioni della pulsione di morte, che assieme alla pulsione di eros, vengono considerate innate nell’uomo (2).

L’autrice ha provato a dare una spiegazione differente sull’origine dell’aggressività umana individuando nell’infanzia un momento particolarmente delicato: se si subiscono in questa fase violenze e soprusi, queste possono generare nell’individuo una certa insensibilità e mancanza di empatia nei confronti dell’altro, caratteristiche che lo possono portare a reiterare quei comportamenti violenti subiti durante il periodo infantile.


Questa catena invisibile del male trasmessa di generazione in generazione si chiama pedagogia nera, ed è un metodo di correzione e condizionamento precoce diffuso e ancora radicato nella nostra cultura (3).


Alice Miller ha analizzato il contesto familiare in cui Hitler è cresciuto, cercando di capire quali fossero il clima e i principi educativi che gli sono stati impartiti. La struttura della famiglia viene descritta quasi come il prototipo di un regime totalitario, in cui il padre Alois Hitler aveva un’autorità pressoché incontrastata sulla moglie, Klara Pölzl, e sui suoi figli, i quali erano completamente assoggettati alla sua volontà. Questi ultimi erano soliti subire umiliazioni, soprusi e violenze sia di natura fisica che psicologica dalla figura paterna, che pretendeva obbedienza assoluta e rispetto nei confronti della sua tirannia domestica (4). Alois era severo, rigido e anaffettivo, si infuriava se i suoi figli non eseguivano all’istante i suoi ordini; Adolf spesso ne sfidava l’autorità e per questo comportamento veniva regolarmente picchiato. 

John Toland, storico statunitense, riporta nella sua biografia di Hitler un episodio in cui Adolf da ragazzo marinò la scuola per tre giorni e il padre lo frustò e lo seviziò fino a fargli perdere coscienza. Violenze di questo genere gli furono imposte non solo durante la giovinezza ma anche nell’infanzia, anche quando Adolf aveva un’età inferiore ai 4 anni, in una fase davvero delicata della vita in cui un individuo è debole, indifeso e completamente dipendente dai genitori (5).


Era inoltre solito chiamarlo attraverso un fischio, in una condizione di totale anonimia e disprezzo nei riguardi della sua dignità di persona. 


Alice Miller avanza un’ipotesi molto interessante dal punto di vista psicoanalitico sul perché quell’indifeso bambino sia poi diventato un crudele criminale: «il bambino un tempo perseguitato diventa lui stesso persecutore» (6), rinnegando il proprio dolore e la propria sofferenza e identificandosi con l’aggressore. I problemi irrisolti di Hitler hanno trovato come unica valvola di sfogo lo scaricare  l’aggressività e l’odio verso un capro espiatorio, trasferendo sulle persone da lui considerate deboli e inferiori tutto l’orrore del suo trauma familiare (7).

Secondo l’autrice non c’è però nessun tipo di determinismo: non tutti gli individui che subiscono violenza da piccoli diventeranno criminali, ma è probabile invece che tutti i criminali abbiano avuto un’infanzia difficile, contornata da violenze e soprusi, perché nessun individuo nasce cattivo.


Non vi è nemmeno il tentativo da parte dell’autrice di giustificare le atrocità commesse da Hitler, perché ogni persona può trovare dentro di sé infiniti modi per prendere consapevolezza e reagire di fronte alle ingiustizie subite (8). 


Miller in questo studio svela l’effetto devastante che può avere un certo tipo di educazione, improntata all’obbedienza e al subire passivamente le frustrazioni genitoriali irrisolte, sia sul singolo individuo che sull’intera società. La pedagogia nera soffoca ogni tipo di empatia verso l’altro e causa una vera e propria difficoltà nell’individuo di comprendere e gestire le emozioni negative. Ci insegna anche l’importanza di rispettare il bambino nella sua dignità di essere umano; che è necessario avere attenzione per i suoi bisogni e per i suoi diritti, comprendere i suoi sentimenti, perché è in lui che nascerà l’umanità futura. 





(1) Adolf Hitler in Alice Miller, La persecuzione del bambino. Le radici della violenza, Bollati Boringhieri, Torino, 1995, p. 127.

(2) Cfr. Alice Miller, La persecuzione del bambino, cit., p. 129.

(3) Per approfondire il tema si consiglia il seguente articolo: https://www.filosofemme.it/2018/12/17/che-cose-la-pedagogia-nera-in-ricordo-del-prof-paolo-perticari/

(4) Ivi, p. 131.

(5) Cfr. John Toland, Adolf Hitler, Doubleday, New York, 1976.

(6) Ivi, p. 130.

(7) Cfr. ivi, p. 161.

(8) Cfr. Alice Miller, La persecuzione del bambino, cit., pp. 158-159.

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Elena Magalotti

Author: Elena Magalotti

Si laurea in Filosofia presso l’Università di Bologna con una tesi in Storia della Psicologia, e poi alla magistrale di Scienze Filosofiche con una tesi in Storia delle Donne e dell’Identità di Genere: "La dignità della donna e la sua violazione. Una riflessione tra la filosofia di genere e il diritto". Scrive soprattutto di storia di genere e del femminismo, storia della sessualità e storia della scienza.