L’invenzione del bene e del male

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«Lasciate che vi racconti una storia. […] È una lunga storia, una storia che riguarda tutto ciò che per noi è stato importante: i nostri valori, i nostri principi, le origini della nostra identità, le fondamenta della nostra comunità, l’essere l’uno con l’altro e contro l’altro, le due facce del giudicare e dell’essere giudicati.» (1)

Quella che Hanno Sauer vuole raccontare è la storia dei nostri giudizi, delle nostre norme, la loro nascita e le loro trasformazioni: una storia genealogica o, meglio, una genealogia della morale

Ne L’Invenzione del bene e del male, edito per Laterza (2023) Sauer, professore di Filosofia presso l’università di Utrecht, ripercorre ben 5.000.000 anni di storia, componendo una narrazione ambiziosa che, attraverso una lente evoluzionistica, psicologica e filosofica, rintraccia le origini della morale e ne mappa gli sviluppi. 

Una prima tappa importante nella “mutazione morale” della nostra specie è rappresentata, per Sauer, dalla capacità adattativa di cooperare con i nostri simili.

In effetti, la scelta di un atteggiamento cooperativo si rivelò sin da subito vantaggiosa, dal momento che anteponeva agli interessi del singolo quelli comuni. La nostra morale è, dunque, «specificamente umana» (2), nella misura in cui promosse e valorizzò tale tendenza cooperativa, quale migliore risposta evolutiva per sopravvivere all’ambiente circostante.

Successivamente, l’umanità imparò a sanzionare e punire ogni azione che recasse danno alla cooperazione collettiva, introducendo nell’essere umano il principio di autocontrollo, che finì per “addomesticarlo” e renderlo in grado di vivere in una società civile. 

Se la storia morale sembrerebbe, come Sauer argomenta, configurarsi come «storia di nuove forme di cooperazione all’interno di gruppi sempre più grandi» (3), a partire dal XX secolo si assiste, invece, ad un nuovo fenomeno, ovvero all’allargamento del perimetro morale verso categorie marginalizzate e minoritarie. Pertanto, la morale si demoralizza, rivalutando comportamenti considerati anormali e portando, al contrario, sul banco degli imputati gli atteggiamenti discriminatori, fino a quel momento ritenuti inoffensivi. 

La demoralizzazione della morale, tipica della storia recente, corrisponde a nient’altro che alla sua necessaria e inevitabile evoluzione. 

A ben vedere, infatti, il progresso morale è dato precisamente da questo doppio movimento che, da un lato, neutralizza le azioni solitamente viste come immorali e, dall’altro, riconosce come ingiusti quei comportamenti che furono a lungo ritenuti neutri dalla nostra tradizione morale (4). In altre parole, come Sauer riassume, «de-moralizzare la morale significa liberalizzare la società» (5) e, di conseguenza, anche il nostro pensiero e il nostro modo di relazionarci all’altro. 

Nonostante il titolo accattivante, L’invenzione del bene e del male impiega, a mio avviso, del tempo per appassionare chi legge, conquistandolə solo oltre la metà del volume, quando l’autore dà finalmente prova del suo spirito teorico nell’analizzare le trasformazioni morali del nostro tempo.

In effetti, l’opera si dichiara sin da subito come contributo per una migliore comprensione del presente e riesce nel suo scopo in seguito ad un approfondito itinerario nel nostro passato morale. 

Senza dubbio, il libro è il risultato di una ricerca specialistica e stratificata, la cui esposizione può essere utile soprattutto per chi si interessi alle tematiche trattate. 

Grazie Laterza!

H. Sauer, L’invenzione del bene e del male, trad.it. B. Baroni e M. Pugliano, Laterza, Bari-Roma, 2023

(1) Cfr. H. Sauer, L’invenzione del bene e del male, trad.it. B. Baroni e M. Pugliano, Laterza, Bari-Roma, 2023, p. 3. 

(2) Ivi p. 42. 

(3) Ivi p. 243. 

(4) Ivi p 285. 

(5) Ivi p. 280.