Rivendicare il corpo. Dora Russell e il femminismo agli inizi del Novecento

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Se la prima ondata femminista aveva reso le donne cittadine, la seconda le ha rese umane.

Agli inizi del XIX secolo, infatti, troviamo in Europa il movimento suffragista inglese che si batte per la rivendicazione del diritto al voto per le donne: una volta conquistato, rimangono aperte tutte le altre strade che avrebbero portato alle donne una maggiore consapevolezza di loro stesse, non solo nell’ambito della vita pubblica, ma anche in quella privata.

Tra le attiviste femministe che si sono distinte in questa battaglia troviamo una figura meno conosciuta ma che, per tutta la sua vita, si è battuta, attraverso la politica e l’attivismo, per una nuova visione del corpo e del sesso per le donne: Dora Winifred Black, meglio nota come Dora Russell.

Nel 1925, infatti, all’indomani della sua sconfitta alle elezioni dell’anno precedente, in cui si era candidata nella sezione femminile del Labour Party, viene pubblicato Ipazia e la guerra tra i sessi: un testo molto scorrevole, in cui Russell utilizza le figure del mito per raccontare la vita degli uomini e delle donne e dei loro rapporti alla luce delle sue convinzioni ideali.

Giasone e Medea, Aspasia ed Ecuba, a loro modo riportano nella contemporaneità i problemi matrimoniali, i ruoli di madre e amante nella società.

Nella vita e nelle opere, Dora Russell si impegna a rivendicare una sessualità meno legata alle convenzioni sociali, alla poligamia e alla poliandria, alla maggiore diffusione di contraccettivi e a un rinnovamento dell’educazione dei bambini e delle bambine.

La convinzione fondamentale che sottostà ai suoi impegni in campo sociale e politico consiste nella non separazione fra corpo e mente: secondo Russell, le prime femministe, nell’intento di rivendicare una capacità razionale e logica alle donne (dopo secoli in cui i testi colti avevano messo in dubbio sia la capacità razionale delle donne, sia la loro stessa appartenenza al genere umano al pari degli uomini), avrebbero dimenticato la sfera materiale e corporea della soggettività.

Russell ammette in ogni caso che già agli inizi del secolo stava cominciando a diffondersi una nuova moda che rendeva i capi d’abbigliamento femminili meno costrittivi rispetto al passato: l’utilizzo di pantaloni e la graduale scomparsa dei corsetti avevano permesso, seppur in minima parte, una rivalutazione del corpo delle donne non più come mero strumento di bellezza, ma come modalità di espressione di sé, anche attraverso il sesso.

Infatti, in anticipo sui tempi probabilmente, facendo riferimento alla vita di coppia e alle abitudini sessuali, argomento censurato per lo più all’epoca in cui scrive, Russell propugna non solo alternative di vita coniugale più libere, ma incoraggia anche un modo di vivere in cui la sessualità, anche in relazioni adultere, sia vissuta con gioia e piacere, anziché come obbligo in vite matrimoniali infelici:

«Il sesso, anche senza bambini e fuori dal matrimonio, è ormai per loro qualcosa di degno, bello e giocoso. Tutti i puritani, e la maggior parte dei maschi per quanto possano ricordare, hanno cercato di convincere la donna che la sua parte nella vita sessuale non contemplava alcun piacere fuggente, ma si limitava alla gravidanza e al parto.» (1)

Una sessualità non necessariamente procreativa per le donne poteva destare scalpore, tanto più se veniva menzionata non soltanto la poligamia, ma anche la poliandria. Secondo l’attivista inglese, non ci sarebbero problemi «se tutti trovassero soddisfacente una vita siffatta» (2).

Il punto di svolta della sua rivendicazione a una libera sessualità è racchiuso in queste parole che risuonano familiari se si pensa a quello che scriveva Simone de Beauvoir a proposito dell’amore di due esseri liberi: 

«Tutti gli uomini e le donne dotati di intelligenza e vitalità potranno testimoniare che l’essersi conosciuti come amanti significa aver completato una conoscenza reciproca che è mentale e spirituale, oltre che fisica, e essersi arricchiti per sempre l’un l’altro nelle proprie capacità ed energie, nella propria immaginazione. Non c’è davvero bisogno di questa divisione fra mente e corpo. Perché non c’è in realtà differenza.» (3)

Quella dicotomia di cartesiana memoria e che è dura a morire, ovvero la separazione fra corpo e mente, è messa sotto attacco da Russell proprio perché lega strettamente la componente fisica a quella spirituale, senza porre gerarchicamente l’una sull’altra. 

Agli albori di quella che sarà poi una grande rivoluzione del secolo scorso, quella femminista appunto, Dora Russell anticipa in questo saggio il ruolo che secondo lei il femminismo dovrà ricoprire:

«Il compito del femminismo moderno, per me, è dunque quello di accettare e proclamare il sesso. Di seppellire per sempre la menzogna che per troppo tempo ha corrotto la nostra società, quella secondo la quale il corpo non è che un impaccio per la mente e che il sesso è solo un male necessario alla sopravvivenza della specie.» (4)

La chiosa finale la lasciamo alle parole dell’autrice, molto commoventi per certi versi, per intendere il dispiegarsi dell’amore tra esseri umani:

«Gli uomini e le donne non sono creature d’argilla, né spiriti disincarnati. Sono fuochi che si intrecciano nella conoscenza, torrenti che balzano in cascate d’estasi condivisa. Non c’è niente nella vita che possa paragonarsi a questo unirsi di menti e corpi di uomini e donne che hanno lasciato da parte ostilità e paura e che cercano nell’amore la più piena comprensione di sé stessi e dell’universo.» (5)

  1. D. Russell, Ipazia e la guerra tra i sessi, trad. it. di Simone Lenzi, La Tartaruga, Milano 2012, p. 44.
  2. Ivi, p. 45.
  3. Ibid.
  4. Ivi, pp. 38-39.
  5. Ivi, p. 75.