
Non è nuovo il legame tra un noto artista pugliese e la filosofia: per questo merita approfondimento un brano dell’ultimo disco di Caparezza, l’album Orbit Orbit (1).
C’è un pezzo che mi ha colpita sin dal primo ascolto per il testo: triste, pesante ma, nella parte finale, così pieno di speranza e spirito di “guarigione”.
In Pathosfera, Caparezza racconta la storia di chi ha scelto di seppellire le proprie emozioni per sopravvivere al dolore e al trauma.
«Io l’ho fatto per proteggermi perché pensavo
che avrei vissuto con i traumi come un veterano
[…] È per difendermi dall’odio che ho letto in certi commenti, vomitati con due dita come da ubriaco,
è per un male che ha ridotto gli amici e i parenti a pezzi […]» (2).
Il protagonista del brano costruisce attorno a sé una corazza razionale – la ragione come “rottweiler da guardia” – e si trasforma progressivamente in qualcosa di meccanico, freddo, incapace di empatia.
Questo meccanismo di protezione, utilizzando un linguaggio psicologico, però, ha un costo altissimo: la perdita dell’umanità stessa (3).
Lo scarto tra razionalità ed emozioni è da sempre esplorato dalla filosofia, arrivando spesso a conclusioni sorprendentemente simili a quelle di Caparezza.
Gli Stoici – da Epitteto a Marco Aurelio, da Seneca a Cicerone – sostenevano che la saggezza consistesse nel non lasciarsi dominare dalle passioni. Il loro ideale era l’apatheia: non l’assenza di emozioni, ma il non divenire schiavi di esse. Il saggio stoico sente, ma non se ne fa travolgere.
Il protagonista di Pathosfera sembra fare qualcosa di simile, ma in realtà lo porta all’eccesso: non disciplina le emozioni, le soffoca. A questo punto, si apre un abisso tra lui e l’ideale stoico. Per Marco Aurelio (4), mantenere la calma interiore non significa smettere di riconoscere il dolore altrui, quanto – piuttosto – affrontarlo con chiarezza.
La freddezza assoluta che Caparezza descrive non è saggezza stoica: è la sua degenerazione che oggi potremmo definire patologica.
«[…] L’empatia è un atto violento e difetto in coraggio.
Sopprimo ogni emozione e tutto andrà liscio […]» (5).
Facendo un salto temporale molto avanti nella storia, troviamo un richiamo anche a Martin Heidegger (6): possiamo dire che le emozioni, secondo il filosofo tedesco, non sono semplici stati d’animo soggettivi. Sono qualcosa di molto più complesso: la Stimmung (tonalità emotiva, umore) è il modo in cui il mondo ci si rivela.
Non percepiamo la realtà in modo neutro, ma la rielaboriamo attraverso i sentimenti, in qualche modo: sono essi che ci aprono o ci chiudono la realtà stessa.
Insomma, se smetti di sentire, il mondo smette di parlarti. Le cose perdono peso, senso, direzione.
È esattamente ciò che descrive Caparezza nella terza strofa: dopo aver costruito la corazza, il protagonista non riesce più a percepire nemmeno la luce. In termini heideggeriani, è un essere-nel-mondo che ha perso la propria apertura al mondo.
Questa mancanza di emozioni porta anche all’immobilismo e alla mancanza di agency. Ritornando un po’ indietro nel tempo, Hegel, nelle sue Lezioni sulla filosofia della storia , scrisse una frase che si accorda perfettamente con Pathosfera.
«Nulla di grande è stato compiuto nel mondo senza passione» (7).
Per Hegel il pathos inteso come forza interiore, tensione emotiva verso qualcosa, non è debolezza: è il motore che spinge l’individuo a realizzarsi, a entrare nella storia, a diventare qualcuno, come diremmo al giorno d’oggi. È qualcosa che muove il mondo (8).
Chi rinuncia al pathos, come il protagonista della canzone, non diventa più forte: si ritira dal gioco e rinuncia in partenza. Diventa spettatore passivo, incapace di agire e di compiere scelte (9). Quella sorta di cyborg emotivo presentato da Pathosfera è, in senso hegeliano, una persona che ha abdicato alla propria umanità.
In tutta questa negatività, il finale è un soffio di speranza.
Il protagonista si rende conto di tutto quello che gli sta causando questa rinuncia alle emozioni:
«E adesso che la tenebra non penetra nella corazza
Non riesco a riconoscere la luce, ho perso la mia fiamma
Perché la vita va affrontata
Un tempo ridevo fino a strozzarmi
Un tempo piangevo come una fontana
Ora ho sorrisi falsi
Applaudo sfiorando i palmi dalla balconata
Gli occhi prosciugati come il lago d’Aral
Non voglio ritrovarmi dentro il campo santo
Come se fossi marmo dietro un altro marmo
Ho paura che stia diventando automa, cyborg
Ma se ho questa paura sono ancora salvo» (10).
Ecco che nella strofa finale il pathos torna a galla, simboleggiato da una farfalla che danza nello stomaco. È un’immagine di rinascita: tornare a sentire non è debolezza, anzi è il solo modo per tornare a essere veramente uman*.
Quella che Caparezza offre non è una “soluzione facile”: bisogna affrontare il proprio dolore e i propri traumi per ritornare a vivere davvero. Soffocare le emozioni significa non essere pienamente se stess* e questo è qualcosa di totalmente contrario allo scopo originario della filosofia.
Non affrontare le proprio emozioni, quindi, oltre ad essere pericoloso dal punto di visto psichico, non ci permetterebbe di avere una piena conoscenza di noi.
(1) Abbiamo già parlato, da altri punti di vista, dell’artista pugliese su Filosofemme nell’articolo Caparezza uno di noi
(2) Pathosfera, Caparezza.
(3) «Quando perdi la fiducia nell’umanità, è un attimo che perdi la tua umanità stessa», Ibidem.
(4) M, Aurelio, Pensieri, Milano, Mondadori, 2016.
(5) Ibidem.
(6) M. Heidegger, Essere e Tempo, Mondadori, Milano, 2017.
(7) G. W. F. Hegel, Lezioni sulla filosofia della storia, Laterza, Roma-Bari, 2003, p. 22.
(8) Godibile, a riguardo, questo articolo.
(9) Sul tema della scelta, si aprono tanti mondi. Lo stesso Caparezza si è già espresso, nel precedente album Exuvia, con la splendida canzone La scelta.
(10) Pathosfera, Caparezza.
L’immagine di copertina è utilizzata al solo scopo di fornire un contesto a chi legge. Nessun provento economico deriva dall’immagine. La redazione rimane a disposizione.
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