
C’è un saggio pubblicato da Fandango Libri che, sin dall’introduzione, ci immerge in una prospettiva fino ad ora inedita e radicale.
Sophie Lewis, attingendo dalla letteratura militante queer, transfemminista e da quella dellə sex worker, propone un’analisi della gestazione per altri – GPA, o anche surrogazione di gravidanza – come chiave per immaginare un futuro gestazionale queer e comunista.
L’intento teorico è quello di usare la surrogazione di gravidanza come lente attraverso cui ripensare radicalmente il corpo gestante, il lavoro riproduttivo e la famiglia, non come caso limite da regolamentare o condannare. Come scrive l’autrice nelle prime pagine del saggio
«l’obiettivo è quello di partire dalla riproduzione borghese contemporanea (stratificata, mercificata, cisnormativa e neocoloniale) per allungare lo sguardo verso un nuovo orizzonte di comunismo gestazionale» (1).
Inizia la sua trattazione con una decostruzione della gravidanza come esperienza naturale, armoniosa e pacifica, opponendosi all’ideologia fondante delle retoriche anti-GPA basata «sulla convinzione che la gestazione non sia un lavoro, ma l’apice dell’integrità e della realizzazione» (2) del soggetto donna.
Pur riconoscendo gli stati emotivi positivi associati al concetto di gravidanza, Lewis si basa su un punto di vista biofisico e descrive comeprocesso gestazionale sia altamente distruttivo e il rapporto tra feto e corpo gestante alquanto violento e conflittuale (3). Considera, inoltre, il tasso di mortalità e di disturbo da stress post traumatico che segue il parto, definendo la gravidanza come un’esperienza tutt’altro che armoniosa e desiderabile. Oltre a ciò, sottolinea che già da tempo la gestazione e la gravidanza sono tecnologicamente assistite e altamente medicalizzate, sfatando il mito di una maternità “naturale” da tutelare.
Una delle maggiori critiche che viene mossa alla GPA commerciale è l’idea riprovevole, dal punto di vista morale, della vendita di un «bambino-merce» (4).
Eppure, Lewis mostra come lə bambinə risultino mercificatə sia all’interno del processo di gestazione commerciale sia nella gestazione così detta “naturale”, in quanto “oggetto” di proprietà da parte delle persone genitrici.
«La non fungibilità del bambino – la sua qualità di essere mio – è paradossalmente ciò che mi permette di tradurlo in un quantitativo di lavoro astratto» (5).
Di conseguenza, che si tratti o meno di una forma commerciale, la gestazione risulta essere un lavoro con l’unica differenza che, all’interno della GPA commerciale, viene reso visibile grazie, o forse a causa, del sistema capitalistico neoliberale. Innegabilmente la GPA, nella sua forma commerciale neoliberale, rappresenta un processo produttivo alienante e sfruttato: mancati pagamenti, carenza di assistenza e mancanza di tutele dal punto di vista giuridico e medico.
Ma davvero la GPA commerciale è intrinsecamente l’apice dell’alienazione e della mercificazione?
Riconoscere l’attività riproduttiva come un lavoro è un passo fondamentale per spostare il piano dell’argomentazione dalla retorica morale e salvazionista a una prospettiva materialistica e marxista, che considera il lavoro riproduttivo come rivendicabile e autogestibile da parte delle surrogate. Così da riuscire a rendere concreto e reale il motto «per le surrogate, gestito dalle surrogate» (6).
Quali potenzialità può avere la GPA, una volta sottratta alla sfera biopolitica del capitalismo neoliberale?
In un’ottica abolizionista nei confronti della famiglia, secondo l’autrice
«consente di immaginare un futuro della procreazione oltre il sangue, lo spazio privato della coppia e il feticcio dei geni» (7).
Con “abolizione della famiglia”, Lewis non invita alla distruzione dei legami affettivi esistenti, ma a svelare l’organismo familiare come dispositivo politico, economico e sociale.
La famiglia nucleare, lungi dall’essere un’istituzione naturale, è una costruzione storica funzionale al capitalismo: riproduce la forza lavoro, concentra la proprietà privata e disciplina i corpi secondo logiche di produttività e controllo.
Smontare questa naturalizzazione è il primo passo per immaginare forme alternative di riproduzione, di cura e di appartenenza.
Attraverso uno sguardo critico-utopico, Lewis propone di ripensare la GPA come mezzo per giungere a una “surrogazione universale”, aprendo così la possibilità a una gestazione accessibile per tuttə, collaborativa e orizzontale, che mette in crisi le nozioni tradizionali di parentela. Un modo per creare legami al di là del sangue, reti di cura, affetto e resistenza da sempre presenti nelle comunità marginalizzate.
L’autrice si riferisce «in particolare, alle comunità trans, nere, migranti, delle sex worker e queer» (8) che hanno creato legami grazie ai quali è stato possibile non solo resistere, ma anche sopravvivere. Vuol dire immaginare «una lotta che ridistribuendo il peso del lavoro, dissolva allo stesso tempo la distinzione tra chi si riproduce e che non lo fa, tra madri e non madri» (9).
È proprio a partire dalla nozione di stratificazione riproduttiva — la profonda diseguaglianza strutturale che determina chi può permettersi di non gestare e chi è invece costretta a farlo per necessità economica, lungo linee di classe, razza e genere — che Lewis elabora la sua proposta più radicale. La surrogazione universale non è pensata come estensione del mercato riproduttivo esistente, ma come suo rovesciamento: un orizzonte in cui la gestazione smetta di essere un privilegio o un onere distribuito inegualmente, e diventi invece una pratica collettiva e solidale, sottratta alla logica dello sfruttamento neoliberale.
Surrogata Universale si contrappone alle retoriche moraliste, proponendo un’analisi politica e filosofica sulla GPA estremamente concreta che dà voce alle istanze e alle lotte delle surrogate. Mostra, attraverso una prospettiva marxista, a tratti destabilizzante, che siamo tuttə merce sotto il capitalismo.
Uscendo dal dibattito giuridico e politico attuale, permette di immaginare un futuro altro e di chiedersi: è realizzabile una genitorialità queer?
«Ovvero, possiamo essere genitori in modo politico, speranzoso, non riproduttivo – in un modo che sia solidale e comunitario?» (10).
Grazie Fandango!
S. Lewis, Surrogata universale. Rovesciamo la famiglia, Fandango libri, Roma, 2025.
(1) S. Lewis, Surrogata universale. Rovesciamo la famiglia, Fandango libri, Roma, 2025, cit., 41.
(2) Ivi, p. 93.
(3) Lewis fa riferimento in particolare agli studi della biologa evoluzionista Suzanne Sadedin.
(4) Ivi, p. 19.
(5) Ivi, p. 157.
(6) Motto della Dottoressa Patel della clinica di surrogazione transnazionale indiana Akanksha ripreso in modo provocatorio da Lewis. Ivi, p. 170.
(7) Ivi, p. 39.
(8) Ivi, p. 279.
(9) Ivi, p. 53.
(10) Ivi, p. 221.
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