
Nonostante ad oggi l’analisi del mondo di Simone de Beauvoir possa sembrare superata, poiché fortemente caratterizzata dal binarismo di genere, molti dei suoi spunti di riflessione risultano drammaticamente attuali.
Infatti, se il femminismo intersezionale degli ultimi anni spinge per un modello educativo inclusivo in cui tutte le identità si possano riconoscere, è evidente come gli stereotipi di genere siano ancora alla base dell’istruzione dellǝ bambinǝ. In altre parole, l’educazione segue tuttora la divisione tra bambino e bambina, cambiando drasticamente a seconda del sesso di riferimento.
Secondo de Beauvoir la bambina, fin dalla più tenera età, inizia a sospettare che qualcosa nel suo corpo determini la sua posizione nel mondo e che quest’ultima sarà diversa rispetto a quella del maschio. L’importanza della dimensione corporale nella conoscenza del mondo è stata a lungo affrontata dall’antropologia e non solo: in Donne che corrono coi lupi (1) Clarissa Pinkola Estés racconta il corpo servendosi di miti e di racconti fiabeschi provenienti da diverse culture, tutti accomunati da una grande spiritualità.
In una di queste storie l’autrice paragona il corpo a un tappeto magico, al
«mezzo di locomozione speciale, che ci consente di vedere nel mondo e anche nella vita nascosta. […] Il corpo non è una cosa ottusa con cui lottiamo per liberarci. Nella debita prospettiva è una navicella spaziale, una serie di incroci atomici, un groviglio di ombelichi neurologici verso altri mondi e altre esperienze» (2).
Il corpo è il tappeto che usiamo per muoverci nel mondo, lo strumento che abbiamo a disposizione per captare le informazioni insite nella realtà che ci circonda. Non si porrebbe alcun problema se fosse universalmente accettato che le diverse visioni del mondo che derivano dai vari corpi sono ugualmente valide, ma non è questo il caso.
La bambina cresce notando fin da subito una netta differenza rispetto al suo coetaneo: al bambino vengono negate gradualmente tenerezze, gli viene insegnato che guardarsi allo specchio, piangere e cercare attenzioni sono cose che fanno le femmine. De Beauvoir ci dice che questa iniziale posizione di svantaggio del bambino non solo sarà destinata a ribaltarsi a suo favore, ma che i sacrifici che gli vengono chiesti
«sono una prova della sua superiorità maschile: per sostenerlo nella via difficile che ha davanti gli predicano l’orgoglio della sua virilità. Per lui questa astratta nozione prende subito un aspetto concreto: s’incarna nel pene» (3).
Ė a questo che si riduce la principale differenza che determinerà in futuro la gerarchia che vedrà la donna subordinata all’uomo.
La diversa configurazione del corpo non solo comporta un’educazione diversa tra bambina e bambino, ma è alla base dell’assegnazione di valore e ruoli nettamente diversi all’interno della società. Riprendendo Freud, la donna, che sia bambina o vecchia, rimane un “uomo mancato” o, «in un certo senso […] non ha sesso» (4). La mancanza del pene, nonostante non susciti nella bambina alcun senso di privazione dal punto di vista corporeo per cui «il suo corpo è evidentemente per lei qualcosa di pieno e completo» (5), diventa la principale causa che la condannerà a una vita anonima e nascosta.
Secondo de Beauvoir, se il fanciullo impara a considerare l’organo di cui è dotato come un alter ego, la fonte della propria soggettività, trascendenza e potenza, in cui parzialmente allinearsi e su cui proiettare le proprie paure per tenerle sotto controllo, alla bambina tutto questo è precluso.
Non può identificarsi in nessuna parte del proprio corpo, di cui, tra l’altro, impara fin da subito ad avere paura:
«ha un’ansia estrema di fronte a tutto ciò che avviene dentro di lei, è già in partenza molto più opaca ai propri occhi, investita più in profondità dal torbido mistero della vita di quanto lo sia il maschio» (6).
Ecco allora che per compensare alla mancanza anatomica della bambina, i genitori le donano un oggetto in cui possa riconoscersi allo stesso modo di come il bambino fa con il pene: l’alter ego femminile è una bambola.
Mentre il ragazzo si cerca nel pene in quanto soggetto autonomo, la bambina vezzeggia e abbiglia la bambola nel modo in cui sogna d’esser lei vezzeggiata e abbigliata; inversamente, si pensa come una meravigliosa bambola. Nei complimenti e nei rimproveri, nelle immagini e nelle parole, scopre il senso delle parole «carina» e «brutta» e cerca di assomigliare a un dipinto, si trucca, si guarda negli specchi, si paragona alle principesse e alle fate delle favole (7).
Se al bambino spettano prove di coraggio e sfide in cui il suo corpo diventa protagonista attivo, la bambina impara a valorizzare la propria corporeità solo dal punto di vista passivo: il suo aspetto esteriore è ciò che può attirare l’attenzione e i complimenti degli adulti, motivo per cui dovrà sempre essere impeccabile.
Il mito della bellezza di cui parla Naomi Wolf (8) non è qualcosa che compare nella vita delle donne in un determinato momento, bensì una prigione che la limita da sempre e che la spinge da subito a ricercare l’approvazione altrui attraverso suo aspetto fisico. La bambina è condannata in futuro a diventare la subordinata, perché capisce che non spetta a lei dimostrare di essere curiosa, coraggiosa e intraprendente. De Beauvoir sostiene che la passività che caratterizza la donna «cresce in lei fin dall’infanzia» (9) e non potrebbe essere altrimenti, se pensiamo a come educatori e società la spingano in questa direzione.
A questo proposito, l’autrice parla proprio delle figure che si occupano dell’educazione femminile, che rappresentano per la bambina una vera e propria «maledizione» (10): le altre donne (11). Ovviamente non parla delle educatrici per incolpare le donne della formazione passiva che le bambine ricevono, ma per sottolineare come la cultura femminile venga perpetuata dal sistema sempre allo stesso modo: le donne più anziane hanno il compito di formare le più giovani in linea con i dettami della società di cui fanno parte.
L’unico modo per spezzare questo circolo vizioso è che una delle due parti si rifiuti di svolgere il compito che la società si aspetta da lei: o le donne adulte, principali modelli di riferimento culturale per le più giovani, opteranno per forme di educazione inclusive e paritarie, oppure le più giovani dimostreranno di essere delle pessime allieve.
Il punto fondamentale rimane sostenere che l’educazione può essere vincente solo al di fuori del binarismo di genere, in una prospettiva che vede le diverse identità libere di scegliere il modello culturale in cui si riconoscono.
(1) C. P. Estes, Women Who Run With the Wolves: Myths and Stories of the Wild Woman Archetype, New York: Ballantine Books, 1992; trad. di M. Pizzorno, Donne che corrono coi lupi, Milano: Sperling & Kupfer, 2016.
(2) C. P. Estès, op. cit., p. 210.
(3) S. de Beauvoir, Le Deuxième Sexe, 1949, trad.it. di Roberto Cantini e Mario Andreose, Il secondo sesso, Milano: ilSaggiatore, 1961, p. 274.
(4) Ibidem.
(5) Ivi, p. 275.
(6) Ivi, p.279.
(7) Ibidem.
(8) N. Wolf, The Beauty Myth: How Images of Beauty Are Used Against Women; USA: William Morrow & Co, 1990: trad. di M.C. Bado, Il mito della bellezza, Roma: Tlon, 2023.
(9) Ivi, p. 280.
(10) Ivi, p. 281.
(11) «[…] scelgono per lei libri e giochi adatti a iniziarla al suo destino, le riempiono le orecchie con i tesori della saggezza femminile, delle virtù femminili, le insegnano a far da mangiare, a cucire, a tenere una casa e anche a vestirsi, a essere pudica e affascinante; le mettono addosso vesti scomode e preziose, che deve tenere in grande ordine, la pettinano in modo complicato, impongono delle regole al suo contegno: sta’ dritta, non camminare come un’anitra; per parere vezzosa, bisogna che soffochi qualunque movimento spontaneo; vogliono che non prenda atteggiamenti maschili, le proibiscono gli esercizi violenti, la lotta; in breve, la costringono a diventare, come le donne che l’hanno preceduta, una schiava e un idolo». Ivi, p.282.
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