La potenza delle madri

0
10

Pensare alla maternità all’interno del discorso femminista significa scontrarsi, da sempre, con un’eredità complessa e molto spesso respingente.

Per buona parte del femminismo storico, pensiamo alle riflessioni di Simone de Beauvoir (1) o alle tesi più radicali di autrici come Shulamith Firestone (2), la figura della madre è stata guardata con legittimo sospetto, se non addirittura rifiutata.

L’obiettivo era mostrare e criticare che cosa la maternità era diventata nel patriarcato, o cosa era sempre stata all’interno di esso la trappola biologica e sociale per eccellenza. Un destino imposto, un lavoro di cura invisibile e gratuito che confinava le donne nel chiuso dello spazio domestico, precludendo loro l’accesso alla sfera pubblica, all’autodeterminazione e all’azione politica. Mettere a nudo i limiti oppressivi dell’istituzione materna e sganciarsi da essa è stato quindi un passaggio vitale, un respiro necessario per l’emancipazione del femminile e delle donne.

Eppure, una volta de-costruita la narrazione romantica e sacrificale che il patriarcato ci ha cucito addosso, cosa rimane?

Cosa succede quando la maternità smette di essere considerata unicamente un limite biologico o una zavorra privata, e diventa invece il motore di un’azione politica collettiva?

È in questa frattura che si inserisce La potenza delle madri di Fatima Ouassak.

Politologa, militante ecologista, mamma attivista, femminista antirazzista e co-fondatrice del Front de mères (Sindacato delle madri dei quartieri popolari) in Francia, Ouassak compie un ribaltamento prospettico fondamentale: ci costringe a guardare la maternità non più come una debolezza da superare, ma come un nuovo soggetto politico, feroce e radicato.

«Politicizzare l’esperienza di madre è un atto sovversivo. È un gesto che smantella l’immaginario dominante (quello che relega queste donne al lavoro di cura e a  essere forza-lavoro), che strappa la maternità ai modelli del maternazionalismo, alla bianchezza, alla borghesia, alle destre, ai fascisti. È il rifiuto di essere costantemente  ridotte a madri arabe, nere o musulmane, «siamo madri. Siamo soggetti politici. E portiamo avanti una lotta universale».» (3)

Il libro di Ouassak sradica la riflessione sulla cura dalle comodità del femminismo bianco e borghese, calandola nella cruda realtà delle periferie francesi.

Qui, essere madre non si riduce al tentativo frustrante di conciliare carriera lavorativa e vita familiare. Per le madri razzializzate dei quartieri popolari, la maternità è una lotta quotidiana contro un sistema classista e razzista che minaccia la sopravvivenza stessa dei loro figli e delle loro figlie, vistə dallo Stato e dalle istituzioni come corpi estranei, problematici o sacrificabili.

La potenza a cui fa riferimento l’autrice è quella generativa, protettiva e trasformativa. Ouassak usa una metafora del drago: la madre non è la figura mite, sacrificale e accudente imposta dalla tradizione, ma una creatura mitologica e feroce, pronta a sputare fuoco per difendere la propria prole dalle violenze sistemiche, che si tratti di brutalità poliziesca o di discriminazione all’interno del sistema scolastico.

«Non ero io a decidere, chi volevo prendere in giro? Ho dovuto cedere a pratiche ostetriche inappropriate, infantilizzanti e brutali, subirne le conseguenze e soffrire in silenzio. Tutti i giorni con un groppo allo stomaco. Che ne sarebbe stato dei miei figli? Non ero autorizzata a decidere. O lo ero solo marginalmente. Il colore dei calzini, la marca dei pannolini. Altri, degli esperti, si sarebbero occupati di ciò che è importante e lo avrebbero fatto meglio di me. I medici, gli industriali, i media, il ministro dell’interno, quello dell’istruzione, avrebbero preso i miei figli sotto la loro protezione e si sarebbero occupati del loro destino. Abbi fiducia, mammina! Tutte queste persone avrebbero inculcato loro pian piano, fin dalla più tenera età, il modo in cui il sistema funziona e gerarchizza gli individui sulla base della classe sociale, del colore della pelle, del sesso. Avrebbero fatto loro accettare questo sistema basato essenzialmente sullo sfruttamento e la dominazione, fatto loro credere che è evidente che si tratti dell’unico possibile. All’epoca ero solo una madre, che nella società di oggi equivale a quasi nulla. Eppure, ero tutto per mia figlia quando la tenevo fra le braccia per allattarla, lei contava su di me, io ero il suo riferimento principale» (4).

Uno degli aspetti più affascinanti e filosoficamente densi del saggio è la sua declinazione nell’ambito dell’ecofemminismo. L’ecologia di Ouassak non è quella dei summit internazionali lontani dalla vita vera.

È un’ecologia carnale, che parte dal respiro e dai corpi dellə bambinə.

«Dobbiamo dispiegare la potenza delle madri, trasformarci in soggetti politici, ritrovare il nostro potere di draghi. Perché il nostro potere di fare mondo è immenso. È per questo che ne veniamo private, spogliate dei nostri saperi millenari, messe a partorire in posizioni scomode e pericolose per facilitare il comfort degli ostetrici, ostacolate nella nostra consapevolezza di appartenere a una comunità universale. Non dobbiamo più accontentarci di essere donne o genitori. Dobbiamo liberarci ed esistere politicamente in quanto madri, organizzarci come tali ovunque, in ogni spazio sociale. E unirci alle file di tutte e tutti coloro che rifiutano questo mondo regolato dalla logica capitalista, distruttrice della natura e dell’umanità. È in quest’ottica che propongo qui un progetto ecologista di riconquista del potere e dei territori confiscati» (5).

Quando le madri del Front de mères si mobilitano per pretendere un’alternativa vegetariana nelle mense scolastiche, non lo fanno in nome della loro religione o di un astratto purismo etico, ma per garantire a bambine e bambini il diritto di nutrirsi con dignità, insieme agli altri. Quando lottano contro l’inquinamento nei loro quartieri, non parlano solo di salvare il pianeta, ma denunciano i tassi allarmanti di asma che tolgono letteralmente l’aria allə loro figliə, compromettono il loro respiro.

L’ecologia diventa così una questione di giustizia sociale totale, radicata in un’etica della cura che si fa pratica di resistenza e di riappropriazione dello spazio pubblico negato.

Leggere La potenza delle madri significa fare i conti con un pensiero della differenza che rifiuta l’omologazione. Ouassak ci ricorda che la vulnerabilità dei corpi può e deve essere il terreno su cui fondare una solidarietà radicale.

Il corpo rimesso al centro per esistere, questo è il suo obiettivo.

Ancora di più se questo corpo è quello delle madri con i loro figli e le loro figlie.

Ma il progetto politico delle madri non si esaurisce nel proteggere la propria prole, mira infatti a innescare una trasformazione sociale profonda che renda il mondo abitabile per chiunque, per ogni essere vivente, smantellando le gerarchie di chi ha diritto di respirare in pace e chi no.

Grazie Tangerin!

Fatima Oussak, La potenza delle madri. Per un nuovo soggetto politico, trad. Valeria Gennari, Napoli, Tangerin, 2026.

(1) Ne Il secondo sesso Simone de Beauvoir afferma che la maternità non è un destino biologico a cui tutte le donne arrivano in maniera naturale o il loro unico scopo nella vita, piuttosto è diventato uno strumento di sottomissione nella società patriarcale, per far sì che le donne perdano il loro potere autodeterminante. 

(2) Ne La dialettica dei sessi Shulamith Firestone afferma che la maternità biologica e i vincoli della riproduzione diventano la radice primaria dell’oppressione e della disuguaglianza di genere per le donne. In particolar modo: la gravidanza, il parto e l’allattamento rendono le donne dipendenti e subordinate sul piano sociale. 

(3) Fatima Oussak, La potenza delle madri. Per un nuovo soggetto politico, trad. Valeria Gennari, Napoli, Tangerin, 2026, pp. 11-12.

(4) Ivi, pp. 33-34.

(5) Ivi, p. 46.