Quale disabilità? I diritti umani come forma di giustizia

Oggi 3 dicembre si celebra la Giornata internazionale delle persone con disabilità e in questa occasione vi voglio parlare di un documento importantissimo, che ha sancito e definito ufficialmente una rivoluzione in atto da anni, a proposito del modo di concepire la disabilità e le persone disabili: la Convenzione ONU per i diritti delle persone con disabilità, il primo trattato sui diritti umani del XXI secolo.

In un mondo ideale, i diritti proclamati nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948 sarebbero sufficienti a tutelare qualunque persona esistente.

In realtà, alcuni gruppi di individui – le donne, i bambini, gli immigrati, le persone con disabilità – sono più minacciati di altri, per questo sono state redatte alcune Convenzioni internazionali con l’obiettivo di proteggere e promuovere i loro diritti.

Sono 650 milioni le persone con disabilità che vivono nel mondo (circa il 10% della popolazione mondiale, la più grande minoranza esistente) e che rischiano attualmente di non poter godere di tutte le opportunità della maggior parte delle persone, a causa di ostacoli fisici, barriere sociali e culturali, mancanza di istruzione, impossibilità di trovare lavoro nonostante siano altamente qualificati, di accedere a informazioni, di viaggiare e di ottenere adeguate cure sanitarie.

Per questo, è stata ratificata nel 2006 la Convenzione ONU per i diritti delle persone con disabilità, la quale è uno strumento concreto che consente di combattere le discriminazioni e le violazioni dei diritti umani.

Adottata dall’Assemblea generale dell’ONU il 13 dicembre 2006 ed entrata in vigore il 3 maggio 2008, la Convenzione – di cui fanno parte 172 stati e l’Unione Europea – intende promuovere, proteggere e garantire il pieno godimento dei diritti umani da parte delle persone con disabilità e assicurare che godano della piena uguaglianza giuridica.

La Convenzione è stata il principale catalizzatore nel movimento globale per estirpare quella terrificante ed obsoleta visione delle persone con disabilità che le dipinge come oggetti di beneficenza, assistenza, cure mediche e protezione sociale, affermando al contrario la loro esistenza come membri della società a pieno titolo con uguali e imprescindibili diritti umani.

L’accessibilità di tutto per tutti, l’autodeterminazione, l’adozione di accomodamenti ragionevoli, il rafforzamento del ruolo delle organizzazioni di rappresentanza ed il mainstreaming della disabilità nel processo globale di sviluppo sono, pertanto, le priorità su cui si fonda la Convenzione. Tali priorità sono dirette a realizzare princìpi fondamentali quali la dignità, l’eguaglianza e la non-discriminazione, l’autonomia individuale, la partecipazione e l’inclusione nella società, l’accettazione della disabilità come parte della diversità umana.

Nel Preambolo la Convenzione enfatizza l’universalità dei diritti umani, che «o sono universali, o non lo sono», e ribadisce la dignità e il valore connaturati a tutti i membri della famiglia umana e i diritti uguali e inalienabili come fondamento di libertà, giustizia e pace nel mondo.

Nell’Articolo 1 è ben esplicito lo scopo della convenzione, ossia promuovere, proteggere e garantire il pieno e uguale godimento di tutti i diritti umani e di tutte le libertà fondamentali da parte delle persone con disabilità, e promuovere il rispetto per la loro intrinseca dignità.

La Convenzione non solo introduce il termine “persona con disabilità”, ma con questo afferma un nuovo modo di concepire la disabilità stessa. Essa è il risultato di una complessa relazione tra le funzionalità di un individuo e i fattori personali ed ambientali in cui vive. Disabilità diviene così una parola con una connotazione non più negativa, ma neutra, che identifica sia le capacità effettive della persona, che quelle mancanti. La disabilità è una condizione ordinaria del genere umano, non una condizione di salute, e nemmeno stigmatizza una ristretta cerchia di persone anormali. La persona non è disabile ma può avere o sperimentare una disabilità. Il passaggio dall’essere all’avere cambia radicalmente i modelli di approccio e di relazione: si passa da un approccio medico, in cui ancora si utilizzava il termine handicap come qualcosa di mancante, negativo ed e intrinseco all’individuo, a un modello sociale basato sui diritti e sull’appropriazione di questi, ripensando in questo modo il linguaggio, parlando di autodeterminazione e uguaglianza, di partecipazione, di società inclusiva, di principi antidiscriminatori, al suono del famoso motto Nothing on us without us.

Vi sono in questi passaggi dei termini fondamentali utilizzati per la prima volta in una Convenzione ufficiale, tra cui persona con disabilità, in cui viene valorizzato l’essere innanzitutto persona con connaturati diritti umani; disabilità come interazione tra la persona e le barriere, la dignità, l’autonomia e la non discriminazione.

Proprio sulla nozione di dignità si basa la Convenzione ONU per i diritti delle persone con disabilità: come abbiamo visto, ed è importante sottolinearlo, essa è lo strumento ufficiale per rivoluzionare la concezione di disabilità, passando dalla vecchia rappresentazione delle persone con disabilità come soggetti passivi di carità e protezione sociale, a membri a pieno titolo della società, in parità con altri cittadini e ugualmente detentori di dignità e diritti.

Il comitato che ha redatto la convenzione avrebbe potuto seguire due strade: la prima basata sui diritti economici e sociali, e quindi risorse dipendenti e assistenziali, mentre la seconda fondata sui diritti umani. È proprio quest’ultima la strada scelta, che rappresenta un cambiamento epocale, consentendo il superamento dei modelli medici basati sull’assistenzialismo e la passività del soggetto disabile, scegliendo di puntare sulla cittadinanza alla pari, la dignità, la non discriminazione, l’eguaglianza, la partecipazione, l’autonomia e l’inclusione.

Cambia così ufficialmente il modo di leggere la disabilità: ogni persona ha una posizione paritetica nella società, qualsiasi caratteristica abbia e quindi qualsiasi modalità di funzionamento abbia. Il vecchio concetto di handicap si sposta così dall’individuo alla società stessa, che presenta gravi mancanze nell’inclusione dei cittadini che ne fanno parte. Non sono dunque io – che mi muovo in sedia a rotelle – che non posso salire su un autobus, ma è l’impresa di trasporti che deve mettere a disposizione un veicolo con rampe accessibili; quindi è la società ad essere handicappata, non la persona.

La società, infatti, deve garantire il godimento di tutti i diritti, indipendentemente dalle diverse funzionalità di ciascuno.

Si arriva così a una nuova concezione di giustizia, non più legata alla garanzia di assistenza e di protezione sociale, ma che coincide ora con il pieno godimento dei diritti umani.

È una giustizia che rimuove ostacoli e barriere, combatte le discriminazioni e promuove l’empowerment dei cittadini, qualsiasi siano le modalità di funzionamento, ossia il rafforzamento delle potenzialità partendo dalle sue stesse caratteristiche.

Proprio dal preambolo della Convenzione si evince che la disabilità si manifesta quando le persone non hanno le stesse opportunità dei loro concittadini di porre in atto i funzionamenti da loro desiderati, a causa di un contesto sfavorevole che non valorizza la diversità umana.

La disabilità, dunque, non è più vista come una condizione soggettiva, poiché non è affatto vero che ad una limitazione nell’uso delle funzioni corporee corrisponda sempre comunque una diminuzione delle capacità e delle prestazioni: questi dipendono da fattori sociali e individuali.

Ogni volta che si trascurano le caratteristiche di funzionamento, la società crea una barriera e nega la partecipazione, e dunque vìola un diritto umano.

Per questo la Convenzione, basandosi sui diritti umani, sulla libertà e sull’uguaglianza, obbliga gli Stati che ne fanno parte a capire e a prendere atto dei funzionamenti delle persone, in modo tale da trovare le soluzioni più idonee per sostenerli e migliorare la loro esistenza in nome dell’autonomia, delle pari opportunità e della dignità, che sono le stesse per tutti i cittadini.

Per terminare l’articolo e darvi un po’ di brio, voglio mostrarvi il video che ha fatto Channel 4 per le Paralimpiadi di Rio. Scommetto che finito di guardarlo non vedrete l’ora di salire e provare una carrozzina!

Sofia Righetti

Author: Sofia Righetti

Laureata in Filosofia all’Università di Bologna con una tesi triennale in Filosofia della Medicina e una magistrale in Scienze Filosofiche in Filosofia del Diritto, è campionessa nazionale di sci alpino paralimpico. Scrive di diritto animale, diritto delle persone con disabilità e femminismo.