Desiderio e sessualità: una rivoluzione permanente 

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Maggio ‘68. Numerose studentesse e studenti riempiono i boulevards parigini al fianco degli operai e dei lavoratori nel movimento probabilmente più importante del XX secolo.

Striscioni, slogan, occupazioni delle università: tutto sembra incitare alla rivoluzione.

Una rivoluzione che si declina però anche come un movimento di liberazione sessuale — a partire dal quale poi, nei primi anni ‘70, si delineerà il MLF (Mouvement de Libération des Femmes) — con l’obiettivo di svincolare l’eros dai moralizzanti e moralisti valori borghesi.

Il parallelismo tra una progettualità sociale rivoluzionaria e la promozione di una sessualità più libera non è nuova nella storia delle rivoluzioni: ricordiamo Alexandra Kollontai, militante sovietica, e i preziosi passaggi in cui incita all’amore libero, ciò che ha portato alcune persone a ritenerla una teorica del poliamore.

Che la vita sessuale — soprattutto quella delle donne — sia più libera fuori dal sistema economico capitalista lo dimostrano una serie di dati statistici che Kristen R. Ghodsee raccoglie nel suo Why women have better sex under socialism (2018), facendo luce sulle conseguenze positive che lo scardinamento delle istituzioni morali borghesi e del sistema economico che le sostiene ha sulla vita interpersonale e sessuale delle persone. 

Il cosiddetto femminismo della seconda ondata, che si è sviluppato in questo clima di lotta a partire dagli anni ‘70, è sicuramente centrale per il suo carattere liberatorio, che ci ha lasciato in eredità in primis la legge sul divorzio e sull’interruzione volontaria di gravidanza, ma anche una spinta emancipatoria del desiderio femminile, spogliandolo di quel moralismo che l’aveva sempre soppresso.

Ma possiamo davvero proclamarla vittoria?

La risposta che verrebbe più spontanea è naturalmente un no.

Per portare però alla luce tutte le sfumature che si nascondono dietro a questo “no” e per far emergere le contraddizioni materiali del sistema binario e capitalista, Elisa Cuter, in Ripartire dal desiderio, ci offre validi strumenti per formulare una risposta meno riduzionista. 

Il desiderio femminile (1), piuttosto che a un processo di liberazione, sembra essere stato oggetto di una liberalizzazione: da un lato il femminismo liberale vede la donna emancipata come soggetto dotato di self agency e di autoimprenditorialità, soprattutto con il continuo richiamo alla cura di sé; dall’altra il discorso pubblico è ossessionato dalla sessualità che, pur essendo ancora oggetto di un pesantissimo tabù, viene inglobata nelle dinamiche di mercificazione del modello economico.

Cuter mobilita il concetto di “capitale sessuale” per indagare, guardando alla strumentalizzazione della sessualità come mezzo per vendere, sul processo di femminilizzazione che ha investito la sfera pubblica a partire dal mondo dello spettacolo e della politica.

Il confine tra pubblico e privato è infatti sempre più labile, al punto che la sfera pubblica – ovvero il politico per antonomasia – assume sempre di più le connotazioni della sfera privata – dell’apolitico, del femminile prima relegato proprio al privato – con la conseguente “vittoria” del femminile nella postmodernità.

Questa si manifesta in modo evidente nell’importanza che viene data a una serie di pratiche tradizionalmente costitutive della femminilità: la cura della propria immagine resta al centro del discorso mediatico e i personaggi pubblici, ma non solo, investono sempre più tempo e denaro per il loro aspetto esteriore.

L’esplosione inoltre del sistema terziario da un lato e del mondo dello spettacolo dall’altro determina una femminilizzazione del nostro immaginario, reiterando il modello di donna costruito dalla società patriarcale, ovvero di un soggetto destinato al sacrificio e alla cura dell’altro come Madre e Moglie, ma per natura frivolo e sempre pronto a mettersi in mostra.

Il problema sta quindi nel fatto che gli esiti che questo “successo” ha avuto non rientrano in ciò che le femministe si auspicavano quando si battevano per la politicizzazione del privato. 

Infatti, per rispondere “no” alla nostra domanda iniziale è necessario tener presente che questa vittoria del femminile porta con sé tutta la costruzione storica del desiderio femminile stesso secondo le coordinate del binarismo tradizionale e della norma eterosessuale: «ci hanno insegnato a pensare che per le donne il sesso sia qualcosa di subito, più che di desiderato» (2).

Cuter mostra che la condanna e lo stigma sociale che fanno percepire il sesso come una minaccia

«sono le sovrastrutture culturali che si intersecano a una questione molto materiale: e cioè che il sesso rappresenta per le donne un valore di scambio molto più alto di quanto non lo sia per gli uomini (3)».

Le donne, quindi, avrebbero dalla loro storica posizione di subalternità affinato dei meccanismi di esercizio di potere a partire dalla «decisione di rappresentarsi come oggetto sessuale (4)»: si tratta della creazione di spazi d’azione da parte di chi è dominato contro il potere di chi opprime, che resta però all’interno di quelle dinamiche senza tradursi in un’effettiva emancipazione. 

La posizione di Cuter è in questo senso sovversiva: se accettiamo come definizione del desiderio quella di un’esperienza conflittuale in cui l’avvertimento di una mancanza spinge a una tensione dialettica verso l’altro, verso l’oggetto del desiderio, allora, il «sé manchevole, monco, castrato da cui ha origine […] è proprio quello femminile, secondo la tradizione patriarcale e binaria (5)».

È la sessualità femminile per come è stata costruita, quel desiderio femminile che punta a costituirsi come oggetto, a fare emergere il paradosso del panorama normativo in cui ci troviamo, e che, per questo motivo, può assumere un ruolo davvero liberatorio.

Per farlo è necessario eliminare lo stigma che da sempre l’ha ingabbiato secondo gli standard di una morale puritana che reitera i discorsi sul senso di colpa e la vittimizzazione, dove il soggetto donna è piuttosto oggetto passivo del desiderio maschile.

Sarà necessario, quindi, eliminare quella normativa aprioristica e binaria in cui il sesso è visto secondo i due poli del maschile e del femminile, tra chi perpetra e chi subisce, occultando invece la sua dimensione costituiva di porta per l’alterità e l’accettazione del pericolo che l’uscita da sé comporta.

Il sesso lega la nostra soggettività al mondo a partire dal desiderio, ma «il problema nasce col fatto che quella femminile si costituisce come oggettuale» (6).

Cuter, in altre parole, fa esplodere la dialettica patriarcale e capitalista, così come ogni appropriazione liberale, moraleggiante o essenzialista della sessualità, puntando tutto sulla conflittualità intrinseca al desiderio, fuori dal binarismo tradizionale.

È la scommessa rischiosa di ridefinire il nostro punto di partenza:

«Il desiderio è in un certo senso la rivoluzione permanente, quasi la negazione dell’utopia realizzata una volta per tutte. Eppure è proprio per questo che il sesso ha qualcosa da insegnarci sulla politica: proprio perché non è una soluzione, ma l’inizio del problema. Il sesso è la prima cosa che crea un conflitto che chiede costantemente di posizionarsi. Aprirsi a questo conflitto, ascoltarlo, lasciare che questo ci permetta di definirci e allo stesso tempo che ci trasformi non è automatico. È un rischio, una sfida» (7).

  1. Se nell’analisi qui presentata si farà riferimento al binomio uomo-donna o maschile-femminile sarà solo per mostrare dall’interno la contraddittorietà intrinseca al sistema normativo binario. Si parlerà quindi di desiderio femminile non in una prospettiva esclusiva o essenzialista, ma al contrario per mostrare la sua costruzione storica e artificiale funzionale all’affermarsi dei rapporti di dominio patriarcali. 
  2. E. Cuter, Ripartire dal desiderio, Minimum Fax, 2020, p. 114.
  3. Ibidem
  4. Ivi, p. 138.
  5. Ivi, p. 185.
  6. Ivi, p. 35.
  7. Ivi, p. 206.