
Algoritmi dell’oppressione cristallizza nel tempo un movimento, un’analisi, diverse sfaccettature sociali. Un testo che si prende il tempo di guardare da vicino qualcosa che diamo troppo spesso per scontato, ossia il modo in cui cerchiamo e creiamo ciò che troviamo online.
Temi già noti a chi lavora nel settore digital o a chi si occupa di femminismo, ma che è sempre utile, di grande valore e spessore trattare, perché alcune verità vanno ripetute finché non smettono di sembrare sorprendenti.
«Un libro scritto sugli algoritmi o su Google nel 21° secolo diventa obsoleto subito dopo la stampa. […] Come studiosa dell’informazione e del potere, sono più interessata a comunicare una serie di processi che si sono già verificati, che danno prova di una costellazione di problemi che il pubblico potrebbe considerare significativi e importanti». (1)
Proprio qui sta il pregio del lavoro di Noble: non nell’inseguire l’ultimo aggiornamento, bensì nel mostrare un metodo di lettura e di ricerca che resta valido anche quando la tecnologia sarà cambiata ancora.
Safiya Umoja Noble ci porta dentro ai suoi studi e alle sue ricerche (dal 2010 al 2016), un percorso che parte da un punto preciso per diventare una critica strutturale completa:
«La riproduzione delle gerarchie razziali nel web è una manifestazione dello stesso tipo di sistema di potere che stiamo cercando di smantellare e modificare, eliminando la discriminazione e il razzismo come logiche organizzative poste alle fondamenta della nostra società.». (2)
Sono gli algoritmi a plasmare la società o è il contrario?
Una domanda che parrebbe semplice ma che, una volta posta, non si riesce più a ignorare.
Con una campagna delle Nazioni Unite del 2013 (3) si «suggerisce che la ricerca di Google sia uno specchio delle convinzioni degli utenti e che la società abbia ancora molti pregiudizi sessisti». (4)
Ma quando abbiamo iniziato a considerare Internet e gli algoritmi come neutrali?
Quando hanno iniziato a infilarsi nei nostri luoghi di cultura?
Quando abbiamo smesso di diffidare di ciò che vediamo online?
«Le informazioni sono diventate una nuova merce e i motori di ricerca possono funzionare come depositi di informazioni private. Ecco perché dobbiamo rendere più visibili gli interessi commerciali che sovradeterminano i contenuti che possiamo trovare online.». (5)
Quello che è certo, è che a un certo punto abbiamo iniziato a considerare Google e i motori di ricerca come risorse integranti della nostra vita. E spesso ci dimentichiamo della macchina da soldi che sta alla base della loro esistenza e del loro sostentamento.
“Cercalo su Google”, dicevamo “Chiedilo all’IA”, diciamo.
Come se potessimo abbeverarci a queste fonti di saggezza con cieca fiducia e totale imparzialità, scevre da relazioni di potere e denaro. (6)
Algoritmi dell’oppressione è un saggio alla portata di tuttə, che non vuole strafare, bensì avvicinare a un tema che tocca così da vicino le nostre vite senza rendercene conto.
- Safiya Umoja Noble, Algoritmi dell’oppressione. Come i motori di ricerca favoriscono il razzismo, Traduzione dall’inglese del gruppo Ippolita, Tamu Edizioni, Napoli, 2025, p. .38;
- Ivi, p.135;
- Ivi, pp.47-48;
- Ivi, p.48;
- Ivi, p.92;
- Ivi, p.74.
Rompere il gioco
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