Cercasi filosofi – non filosofe.

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In un mondo sempre più AI-driven, ecco finalmente quella che potremmo definire la “rivincita” della filosofia.

Si riscopre la necessità, fondante e fondativa, di porsi domande sul mondo. E, inevitabilmente, diventa necessario interrogarsi anche sul linguaggio con cui questo fenomeno viene raccontato.

“Cosa se ne fa Google di un filosofo per la sua AI?” – L’Espresso (1)
“AAA cercasi filosofo per lavorare nell’IA.” – la Repubblica (2)
“Le Big Tech assumono sempre più ‘pensatori'” – Tgcom24 (3)
“Nell’era dell’AI, la professione più ricercata è il filosofo.” – Quotidiano Nazionale (4)

Notate qualcosa?

Perché qui, dove la “polemica” è quasi un riflesso condizionato, la prima cosa che salta all’occhio è la ricorrenza del maschile nel descrivere questa figura professionale.

Ancora una volta nel racconto mediatico le filosofe sembrano non esistere.

Non ci interessa hic et nunc entrare nel merito del dibattito sul tema dell’IA, tra coscienza, etica e morale. Ci interessa piuttosto osservare come questa narrazione sull’unione tra filosofia e intelligenza artificiale venga costruita.

Quante filosofe lavorano oggi nelle Big Tech che si occupano di IA?
Non è semplice stabilirlo, perché dati pubblici completi non risultano disponibili.

Sappiamo però che Amanda Askell, filosofa, ricopre dal 2021 il ruolo di Head of Personality Alignment in Anthropic, occupandosi dell’allineamento valoriale di Claude. (4)

Per il resto, una ricerca tra le figure più frequentemente citate restituisce nomi maschili: Iason Gabriel (Google DeepMind), con un background in filosofia politica; Henry Shevlin (Google DeepMind), filosofo e accademico dell’Università di Cambridge; Joe Carlsmith (Anthropic), filosofo; Nick Bostrom, filosofo di Oxford molto influente nel dibattito sulla superintelligenza; Luciano Floridi, tra i principali studiosi dell’etica dell’intelligenza artificiale.

Tra i nomi di maggiore rilievo che emergono nelle fonti pubbliche e negli articoli dedicati ad Anthropic, Google DeepMind e OpenAI, Amanda Askell è l’unica filosofa chiaramente identificabile con un ruolo interno in una grande azienda di IA.

Questo non dimostra che altre filosofe non esistano o non lavorino nel settore – ciò aprirebbe spazio anche per un’altra discussione.
Solleva però un interrogativo scomodo ai più.

Perché anche quando raccontiamo il rapporto tra filosofia e intelligenza artificiale, continuiamo a evocare solo figure maschili?

Negli esempi riportati il ricorso al maschile e la scarsa visibilità delle filosofe non rappresentano soltanto una questione lessicale, bensì contribuiscono a un processo di invisibilizzazione che, letto attraverso la categoria dell’ingiustizia epistemica elaborata da Miranda Fricker, limita il riconoscimento delle donne come soggetti epistemici autorevoli nel dibattito pubblico sull’intelligenza artificiale.

Fricker definisce l’ingiustizia epistemica come quella forma di ingiustizia che colpisce una persona proprio nella sua capacità di essere riconosciuta come produttrice di conoscenza per via della propria identità sociale. 

«[…] L’unico modo per mettere in luce ciò che è implicato dalla giustizia epistemica (e, anzi, persino per riconoscere che esista una cosa come la giustizia epistemica) consiste nell’osservare lo “spazio negativo” costituito dall’ingiustizia epistemica.» (5)

In questo “spazio negativo” del linguaggio e della consapevolezza, le filosofe non sono semplicemente sottorappresentate, ma nemmeno immaginate come possibilità.

Sarebbe bastato pochissimo: alternare le forme, parlare di filosofi e filosofe, o ricorrere a formulazioni inclusive. Il costo linguistico dell’operazione era nullo, eppure a quanto pare enorme.
Il problema sta nella modalità narrativa e sociale che continuiamo a portarci avanti.

Chiudiamo con il sottotitolo dell’articolo de L’Espresso, citato all’inizio:

«All’intelligenza artificiale non serve solo chi è in grado di scrivere codici ma anche e soprattutto chi sa quelle domande a cui solo un uomo può rispondere.» (1)

Ancora una volta, nel 2026, “chi pensa” sembra proprio essere un uomo.
Mi raccomando, che sia filosofo.

  1. https://lespresso.it/c/innovazione/2026/6/30/intelligenza-artificiale-google-filosofo-iason-gabriel/63112
  2. https://www.repubblica.it/economia/2026/06/30/news/anthropic_openai_lavoro_ia_filosofi_informatici-425442005/
  3. https://www.tgcom24.mediaset.it/tgcom-mag/rivincita-filosofia-l-ia-cerca-filosofi_113817513-202602k.shtml 
  4. https://www.quotidiano.net/tech/ai/nellera-dellai-la-professione-piu-ricercata-e-il-filosofo-e-non-e-uno-scherzo-ymbmqjbn 
  5. Miranda Fricker, Epistemic Injustice: Power and the Ethics of Knowing, Oxford University Press Inc., New York, 2007, p.viii.
    trad mia di questo passaggio: My interest here is in injustice specifically in the sphere of epistemic activity, and certainly in this sphere I believe that there are areas where injustice is normal, and that the only way to reveal what is involved in epistemic justice (indeed, even to see that there is such a thing as epistemic justice) is by looking at the negative space that is epistemic injustice. 

Per approfondire:

https://www.filosofemme.it/2020/03/30/la-responsabilita-dietro-al-nostro-linguaggio/

https://www.filosofemme.it/2020/03/02/judith-butler-tra-identita-riconoscimento-e-resistenza/