
Sono stata, come penso tantə, una ragazzina che amava le love story e i teen drama. Ho consumato le pagine di Twilight struggendomi per Edward e Bella e ascoltato le perle di Blair Waldorf su Italia 1.
Da adulta, sarà stata tutta la storia del girl power, questo genere ha iniziato a perdere fascino.
Quando ho riletto la saga di Stephanie Mayer, Bella mi sembrava un personaggio noioso, riassumibile benissimo nelle espressioni che Kristen Stewart le ha dato nei film. E, voi direte, che male c’è se i gusti cambiano? C’è che nella vita c’è bisogno di leggerezza e tante storie d’amore, anche se infarcite di personaggi stereotipati, sono quelle che cerchi quando non vuoi sorbirti i racconti tragici alla Anna Karenina. Insomma, nella vita (almeno nella mia) mancava una dose di trash.
Fortunatamente, un giorno di molti anni fa, tutto è cambiato e ho scoperto lo YAOI in una delle sue più folkloristiche versioni: la scena di un OAV (opere di animazione nate per l’home video) in cui un uomo ne sevizia un altro facendo un uso improprio di una pannocchia (non si può dire più elegantemente di così) (1).
Costa stavo vedendo? Un porno? No! Allora qual è il senso?
Il punto è proprio che lo YAOI, come ci dice il termine giapponese, significa “no climax, no point, no meaning”. Incuriosita dal genere, ho cominciato la mia discesa in questo abisso, grazie/per merito di uno straordinario podcast sul tema (2).
Momento didattico: lo YAOI è un genere letterario dei manga giapponesi che racconta storie d’amore tra ragazzi scritte da donne e rivolte ad un pubblico femminile.
Generalmente, i protagonisti sono un uomo passivo (in giapponese uke) e uno attivo (in giapponese seme), che aiuta il primo a scoprire la sua omosessualità. Per chiarire subito: lo YAOI non è porno pensato per lettori omosessuali; anzi, la comunità LGBTQ+ lo ha criticato molto per la rappresentazione stereotipata delle dinamiche relazionali tra coppie di orientamento omosessuale.
In verità, lo YAOI non nasce per parlare a quel pubblico, ma per scatenare una rivoluzione culturale che nulla ha a che fare con la comunità LGBTQ+.
L’obiettivo della sua inventrice Keiko Takemiya, la mangaka femminista che negli anni ’70 ha sconvolto il Giappone con l’opera Il poema del vento e degli alberi (3), è ben diverso.
Takemiya lavora in un’epoca in cui il genere shōjo (manga pensati per un pubblico femminile) era contraddistinto da donne arrendevoli davanti alla sorte e angeliche, perché di nudi neanche a parlarne. Per Takemiya era inconcepibile che il pubblico femminile dovesse accontentarsi mentre il genere shōnen (manga per ragazzi) attraversava un periodo in cui «la fisicità, la presenza e lo spessore corporeo dei protagonisti venivano volontariamente accentuati» (4).
Per questo, Takemiya scrive uno shōjo su una travagliata storia d’amore tra due ragazzi, in cui vengono affrontate tematiche importanti, come l’abuso sessuale e la difficoltà degli esseri umani di relazionarsi. L’enorme successo di questo boy’s love ha aperto la strada alle fujoshi (in giapponese “ragazze sporche”), lettrici e autrici in cerca di storie d’amore tra uomini un po’ più piccanti. Il loro desiderio era vedere finalmente insieme e felici i protagonisti maschili più shippati dal Giappone, come Cristal e Andromeda de I Cavalieri dello Zodiaco o Naruto e Sasuke di Naruto. Lo YAOI nasce proprio dalle loro dojinshi (riviste del fandom) e dalla scoperta, da parte degli editori, che c’era un grande interesse per questo genere di manga.
Così, dalle tragiche storie d’amore di Takemiya, si è passati a narrazioni molto più esplicite in cui la vicenda in sé diventa un semplice orpello confuso e pieno di disagio esistenziale, un espediente narrativo in attesa del prossimo amplesso dei personaggi.
Oggi, lo YAOI è un genere vario e vastissimo che in Giappone occupa interi piani delle librerie (in Italia molti meno).
Ora, posto che nonèbellociòcheèbellomaèbellociòchepiace, quando mi sono appassionata a questo genere, la domanda che mi assillava era: ma perché mi piace? Sono quindi andata in cerca di una spiegazione che validasse questo mio interesse, più per curiosità che per un reale bisogno di trovare una giustificazione. Ne ho trovate varie che ritengo utili, perché ci aiutano a riflettere sulla società in generale.
La prima spiegazione sul perché piace lo YAOI è il fatto che racconti una realtà alternativa.
Nei manga di questo genere ci sono poche donne e i maschi non hanno le caratteristiche che gli attribuiamo tradizionalmente. Sono fragili, teneri, confusi, non c’è spazio per il machismo o la denigrazione femminile. Il fatto che i personaggi non siano realistici consente ad una donna di leggere la storia senza immedesimarsi; in questo modo, la lettura diventa una via di fuga per chi vive situazioni personali disagevoli, segnate dalle ingiustizie di una società patriarcale (5).
Il secondo motivo, quasi opposto al primo, è teorizzato dalla sociologa giapponese Midori Muzuma, secondo cui, proprio perché negli YAOI gli uomini hanno caratteristiche diverse da quelle a cui siamo abituatə, le lettrici possono annullare la loro mascolinità e riflettere sull’essere donne attraverso questi personaggi un po’ borderline (6).
Il terzo motivo è la possibilità di esorcizzare i classici stereotipi di genere: non è una donna a soffrire per un amore difficile, come avviene tradizionalmente, ma un uomo.
Però, tra le varie teorie, la mia preferita è la risposta di un thread di Reddit su questo tema. Non è il parere di un illustre sociologo (credo), ma mi ha colpita per la sua bellissima semplicità:

(1) A Hole New World – Episodio 0 (How I met my Ship), 2019.
(2) Yousei Morino, Pratiche fuori orario (1994 – 1995)
(3) A Hole New World, podcast di Eleonora Caruso e Georgia Cocchi Pontalti, 2019.
(4) K. Takemiya, Il poema del vento e degli alberi, Edizioni BD (Milano, 2018).
(5) K. Takemiya, Il suo nome era Gilbert. Le ragazze che cambiarono la storia del manga, Edizioni BD, Milano, 2021.
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