
«Questo libro non vuol essere niente di più di ciò che è: una finestra e uno specchio» (1).
Con queste parole Simone Alliva descrive la sua stessa opera, un’inchiesta sull’omotransfobia nel territorio italiano che ne sottolinea la repentina crescita negli anni.
Il ritratto che ne ricaviamo è complesso.
Contrariamente a quanto un certo stereotipo possa indurre a pensare pensare, infatti, i casi di omofobia si spargono a macchia di leopardo, non concentrandosi unicamente nel Sud del nostro Paese, ma anche al Nord e Centro Italia. Un viaggio attraverso il “Bel Paese” dove l’unica differenza è dettata dalla metodologia e dalla risposta: al Sud vigono l’omertà e la segretezza, un contesto più ristretto e dall’incapacità di fuggire; mentre al Nord sono presenti gravi episodi di omotransfobia dal carattere squadrista e di gruppo, con metodi più vili e anonimi (si pensi all’utilizzo delle applicazioni di incontri per ingannare le proprie vittime e colpirle).
Alliva ci mostra un’Italia dove la stessa polizia suggerisce di cambiare strada piuttosto che procedere con una protezione concreta verso lə cittadinə.
Un’Italia in cui l’odio verso il diverso è palpabile e che parte già all’interno del nucleo famigliare; dove si viene demansionatə o licenziatə se non si rispecchia lo standard, come nel caso di Cloe Bianco, professoressa transgender sospesa dall’insegnamento in una scuola di Belluno a causa del suo coming out; sino a casi di stupro di gruppo su persone omosessuali e transessuali con il fine “correttivo”.
Non sono presenti, ancora, leggi specifiche a protezione della comunità LGBTQ+, senza contare la sfiducia nel futuro circa la possibilità di miglioramento: senza una legge non c’è reato, si dice. Fortunatamente, sono però numerose le associazioni che si mobilitano per proteggere le vittime da questa “caccia” e ad accogliere chi è costrettə a fuggire dalla propria famiglia.
«La vita reale e la vita virtuale. Non sono due mondi, al massimo sono uno specchio. Sullo sfondo restano comunque le persone LGBTQ+. Ai margini del quadro di tutela legale in un paese che non riconosce neanche l’odio che si manifesta sul reale con spranghe e pugni. Spesso alla rete si affidano e dalla rete si difendono. I social diventano un abbraccio e un pugno, una casa e un campo minato» (2).
L’inchiesta analizza temi caldi come il caso di Bibbiano, strumentalizzato per colpire l’omogenitorialità, e il dibattito sul DDL Zan. Attraverso l’intervista ad Alessandro Zan, si evidenzia l’importanza della mobilitazione sociale nel dar voce ai diritti LGBTQ+, all’abilismo e al contrasto alla violenza di genere.
Anche il panorama scolastico è desolante.
Lə docenti sono figure chiave per supportare il coming out, ma mancano generalmente di formazione specifica e i corsi di sensibilizzazione vengono spesso rifiutati dal personale scolastico o dalle famiglie. In Italia, l’identità di genere e l’educazione sessuale restano tabù scolastici, l’educazione sessuale si configura ancora come un argomento da gestire esclusivamente e tassativamente in famiglia.
«La nostra scuola offre un servizio di assistenza psicologica, ma molti studenti non vi accedono perché occorre l’autorizzazione dei genitori, che naturalmente è difficile chiedere quando il problema riguarda il rapporto con i genitori. L’alternativa è ascoltarli noi. Cosa che facciamo, ma lo facciamo nei corridoi, nei ritagli di tempo, tra un’ora e l’altra, spesso lasciando le classi scoperte. Ho proposto di dedicare un’ora settimanale al ricevimento degli studenti, in aggiunta a quello riservato ai genitori, ma molti colleghi non sono d’accordo. Di fatto la scuola ci chiede di essere anche educatori, ma non ci dà gli strumenti per farlo”. La scuola – un’istituzione – ha degli obblighi e delle responsabilità: la prima e più evidente è quella di garantire l’incolumità degli studenti. La sua sopravvivenza» (3).
Un aspetto altrettanto interessante che emerge dal volume è il legame tra i temi legati al genere e la politica dei partiti. Il saggio fa emergere un forse inaspettato consenso di una parte dell’elettorato LGBTQ+ verso la destra italiana (persino estrema), motivato dalla priorità data a temi economici rispetto ai diritti civili e da una visione critica verso adozioni e Pride.
Emerge inoltre una dinamica di “spostamento” dell’ostilità: parte dell’elettorato queer si allinea a partiti conservatori che, anziché colpire il genere, dirigono la discriminazione verso i migranti.
«Dicono tutti la stessa cosa questi giovani ragazzi gay che votano a destra. A noi dei diritti non interessa. Cosa ci riguarda se poi non ho un lavoro. Cosa mi interessa. Sono storie anche queste che disegnano un paese. Una luce che rimbalza. Entrano nell’ombra di una politica disarmata che scava negli angoli. Ogni frase è una lampada bianca accesa dentro le cose. Sono uno specchio che rimanda al vuoto della politica dei diritti. La sinistra si trova davanti al suo riflesso. Il vuoto appunto. Mentre la destra che approfitta di questo spazio avanza.» (5)
Simone Alliva ovviamente non può prevedere le sorti future di questa efferata “caccia”, ma esprime il desiderio che le armi vengano deposte e finalmente si accolga quello che si reputa “diverso”. L’autore richiama l’importanza di vedere l’altrə, di comprenderlə e accoglierlə come parte integrante di un’unica società.
La risposta migliore alla caccia al diverso non è pertanto il silenzio, ma una rumorosa rivoluzione e richiesta di attenzione: tra questa moltitudine di voci bisogna urlare la propria presenza nel mondo come persone in quanto tali, e non più solo come vittime.
Grazie Fandango libri!
S. Alliva, Caccia all’omo. Viaggio nel paese dell’omotransfobia, Fandango libri, Roma, 2025.
Note
(1) Ivi, pp.174-175.
(2) S. Alliva, Caccia all’omo. Viaggio nel paese dell’omotransfobia, Fandango libri, Roma, 2025, p.9.
(3) Ivi, p.154.
(4) Ivi, pp.110-111.
(5) Ivi, p.172.
(6) Ivi, pp.174-175.
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