
Ci sono esperienze umane abissali di fronte alle quali le parole rischiano sempre di rivelarsi troppo strette, troppo inopportune e inadeguate. Parlare di Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA) da una prospettiva filosofica non è stato semplice, mi ha imposto un dilemma etico molto forte. Il rischio di minimizzare il dolore reale, di ridurre la carne a puro concetto o di mal interpretare un grido che si consuma nel silenzio del corpo sono delle possibilità nelle quali posso inciampare, cadere.
Guardare a questi disturbi attraverso una lente fenomenologica ed esistenziale non significa proporre un’astratta teoria da manuale, né tantomeno tentare un’ingerenza nel campo clinico. Significa, al contrario, disporsi a un ascolto radicale, fortemente empatico e in assenza di giudizio nei confronti dell’altrə.
In un orizzonte di cura che non può che essere corale e multidisciplinare, dove il presidio medico, psicoterapeutico, psichiatrico e nutrizionale costituiscono la base clinica irrinunciabile per la salvaguardia della vita, l’approccio fenomenologico-esistenziale, appunto, può inserirsi come spazio complementare di risignificazione e riappropriazione.
Ho deciso di farmi affiancare in questo percorso filosofico dalla Dottoressa Beatrice Anderlini, counselor filosofico che, da anni, si sta interessando a queste tematiche offrendo la sua formazione nel lavoro multidisciplinare.
Affrontare la complessità dei Disturbi del Comportamento Alimentare significa addentrarsi in un territorio in cui la sofferenza biologica e il disagio psichico si intrecciano inestricabilmente con l’interrogativo esistenziale. Nella sociologia e nella clinica contemporanea, il sintomo alimentare viene spesso ridotto a un malfunzionamento del comportamento o a una disfunzione dello schema corporeo causata da pressioni socio-culturali. Pur riconoscendo la validità strutturale di tali letture, lo sguardo fenomenologico avverte la necessità di compiere un passo ulteriore. Ha l’obiettivo di interrogare lo statuto ontologico del sintomo, inteso come modalità radicale, ancorché drammatica, di stare al mondo.
Il counseling filosofico, quindi, trae la propria legittimità dalla capacità di aprire uno spazio di ascolto per sentire, volto a rintracciare i significati profondi custoditi dal silenzio del digiuno o dal caos dell’abbuffata.
Il primo e più evidente paradosso del disturbo alimentare risiede nella gestione del corpo. Nella dimensione quotidiana della patologia, il corpo viene ridotto a un mero aggregato di calorie, centimetri, grammi. Viene sezionato, scrutato e oggettivato dallo sguardo sociale e, sempre, dallo sguardo stesso del soggetto.
Nella terminologia husserliana e merleau-pontyana, assistiamo a una drammatica ipertrofia del Körper, il corpo-oggetto, la macchina anatomica da controllare, pesare o punire, studiare in senso clinico, a discapito del Leib, ovvero la carne viva, il corpo vivente e senziente, attraverso cui facciamo esperienza della realtà e del legame con l’Altrə. Il luogo pulsante dove risiedono le nostre emozioni, dolori, piaceri.
Ho chiesto alla Dottoressa Anderlini di provare a leggere i DCA come un evento narrativo. Se il corpo della persona è un testo, quali sono le parole che sta cercando di scrivere attraverso il digiuno o l’abbuffata?
«Il corpo è il nostro primo tessuto biografico, il digiuno e l’abbuffata possono rivelarsi come tentativi estremi di scrittura. Il corpo diventa la pagina su cui l’anima cerca di incidere ciò che non riesce a dire a voce. Attraverso la privazione o l’eccesso, la persona scrive parole di insufficienza e di paura: “Non sono abbastanza”, “Sono sbagliata/o”, “Sono troppo”. Una grammatica del dolore che si consuma in una costante oscillazione ontologica, un sopravvivere sospesi tra l’essere e il non essere. In questo scenario, il compito del Counselor Filosofico è quello di farsi co-lettore di questo testo. Non si tratta di correggere la sintassi del sintomo, ma di aiutare la persona, attraverso un esercizio maieutico, a trovare nuove parole, per continuare a scrivere la propria storia. Un esserci per un nuovo inchiostro: quello del senso e del riconoscimento.» (1)
L’atto di farsi co-lettorә, come suggerisce la Dott.ssa Anderlini, solleva una questione etica cruciale che interroga direttamente la bioetica narrativa e la pratica del counseling, ovvero il rischio della violenza ermeneutica (2).
Il/la professionista non deve porsi come un interprete onnisciente che impone la propria griglia concettuale sulla sofferenza dell’altrә.
Al contrario, l’autentico dialogo filosofico richiede l’esercizio dell’epoché, la sospensione del giudizio clinico e morale, per accogliere il racconto come una genesi esistenziale. L’umiltà del/la counselor consiste nel fare spazio, nel permettere al silenzio di farsi grembo affinché il soggetto possa riappropriarsi del proprio riconoscimento.
Un secondo nucleo concettuale di fondamentale spessore teorico riguarda lo statuto dell’identità nei DCA.
Nell’esperienza clinica ed esistenziale, si assiste frequentemente a un passaggio linguistico apparentemente banale, ma ontologicamente pesante: il transito dal verbo “soffrire” al verbo “essere”. Se consideriamo l’anoressia o la bulimia come un messaggio cifrato, quali sono le domande esistenziali che, secondo la sua esperienza, rimangono più spesso inascoltate da un approccio tradizionale?
«Quando una persona dice “Io sono anoressica”, non sta solo usando un aggettivo, sta compiendo un atto ontologico: sta definendo la propria essenza attraverso un disturbo. È un atto linguistico che diventa una prigione. Perché accade? Perché la malattia, nella sua tragicità, offre un’identità pronta all’uso. In un mondo dove regna l’incertezza e dove il valore della persona è spesso legato a performance invisibili, il DCA offre un perimetro certo: “Io sono quella/o che controlla tutto”. Focalizzarsi sul ripristino del peso, spesso conferma questa identificazione. Se si cura solo il corpo, si dice al paziente che lui è quel corpo malfunzionante. Ma la persona non è il suo DCA, la persona è un universo di desideri, paure e potenzialità che in questo momento sta usando il DCA come unico ed estremo linguaggio possibile per esprimere un dolore indicibile.
Domande esistenziali si celano e manifestano attraverso tutto ciò: “Chi sarei senza il DCA?” ma anche “Potrò mai costruirmi un futuro dopo ciò che ho vissuto?” sono custodi di un’identità fragile, che ha usato la corazza della malattia per custodire una verità vulnerabile. Una verità che emerge solo quando si tocca il limite per poi toccare la propria scintilla autentica: si può esistere oltre la DCA? È proprio da questa spinta, dalla certezza di esistere oltre il sintomo, che nasce la possibilità concreta di riappropriarsi di se stessi.
Dobbiamo fare uno sforzo collettivo per cambiare la narrazione. Non si è una malattia, si attraversa e si fa esperienza di una sofferenza. Definire qualcuno come “una persona che soffre di un disturbo alimentare” non è un gioco di parole, è un atto del prendersi cura, a cuore chi abbiamo di fronte.
Significa restituire alla persona uno spazio per essere vista e guarire. Solo quando smettiamo di vedere un’anoressica/o una/o bulimico/a iniziamo a vedere una persona che sta cercando disperatamente di esistere agli occhi dell’altrə, solo allora potrà iniziare davvero il processo di cura. Perché la cura non è rimettere peso, ma rimettere al centro l’Esser-ci”.» (3)
Questo richiamo radicale all’Esser-ci (4) evidenzia la necessità di una profonda trasformazione culturale nell’approccio terapeutico. Se la medicina tradizionale rischia talvolta di focalizzarsi esclusivamente sulla re-nutrizione e sulla stabilizzazione dei parametri biologici, confermando implicitamente l’idea che il soggetto coincida unicamente con il proprio corpo “malfunzionante”, l’intervento integrato multidisciplinare deve mirare a scardinare questa identificazione mortifera.
Accostarsi ai Disturbi del Comportamento Alimentare attraverso la lente della pratica filosofica non significa voler trovare risposte facili o consolatorie ma al contrario, significa accettare di abitare le contraddizioni più intime della persona senza la fretta di doverle forzare in una griglia interpretativa rigida.
Questo cammino di risignificazione si gioca innanzitutto su una radicale trasformazione della temporalità.
Chi vive l’esperienza del DCA si trova spesso intrappolato nella circolarità del cronometro: una scansione ossessiva e geometrica fatta di calorie, pesi e grammi, utilizzata come estremo tentativo di rendere il mondo prevedibile e controllabile. Il passaggio dal controllo millimetrico del tempo al tempo del significato vissuto non avviene attraverso uno smantellamento forzato di questi rituali, ma richiede la rivalutazione fenomenologica dell’attesa e della speranza, intese come categorie esistenziali attive ed evolutive.
Parallelamente, la scommessa della cura integrata si fonda su quella che possiamo definire un’ospitalità radicale. Se nel quotidiano della patologia il corpo si fa teatro di un isolamento solipsistico (5) e lo sguardo sociale si trasforma in un giudice spietato che oggettivizza e punisce, il setting del dialogo socratico agisce come uno specchio umile e capovolto. Attraverso la sospensione del giudizio, l’Altrə cessa di essere un verdetto o una minaccia e diventa un invito alla co-esistenza autentica. Nel cerchio della parola condivisa, il sintomo smette di essere un muro e si trasforma in un terreno d’incontro intersoggettivo, dove la persona può finalmente transitare dalla prigione dell’apparire alla libertà di scoprirsi soggetto ascoltato e riconosciuto.
Infine, l’orizzonte ultimo di questo percorso multidisciplinare ridefinisce lo stesso concetto di guarigione, sottraendolo alle logiche di una mera restaurazione biologica o di un impossibile ritorno al passato. Guarire non significa regredire a uno stato originario illusorio, come se nulla fosse accaduto.
L’esperienza del disturbo traccia un confine sacro e invalicabile tra un prima e un dopo.
La vera guarigione si configura allora come un’opera di risignificazione in cui la ferita attraversata non viene cancellata, ma integrata nella propria biografia. È la costruzione di un nuovo modo di stare al mondo, dove la finitudine biologica e la vulnerabilità della carne non sono più un abisso da cui fuggire, ma il terreno stabile su cui poggiare nuovamente i piedi per ricominciare, con tutta la propria unicità, a progettare la propria libertà.
- Intervista con la Dottoressa Beatrice Anderlini, counselor filosofico.
- L’ermeneutica è una disciplina filosofica che si occupa delle interpretazioni e della comprensione. In quest’ottica, si adotta la visione secondo cui nella realtà non esistono fatti oggettivi ma solo interpretazioni.
- Intervista con la Dottoressa Beatrice Anderlini, counselor filosofico.
- Nella filosofia di Martin Heidegger, il termine indica il modo specifico di esistere dell’essere umano. Infatti, quest’ultimo è caratterizzato da trascendenza. È l’unico ente che, con la sua capacità di trascendenza, riesce a cogliere l’essere in quanto tale, ovvero lo sfondo entro cui si manifestano tutti gli altri enti.
- Con isolamento solipsistico si intende una condizione radicale in cui una persona non si sente semplicemente sola, ma sperimenta un distacco estremo dal mondo esterno tanto da percepire i propri pensieri e la propria sofferenza come l’unica realtà esistente, convincendosi che nessuno possa davvero comprenderla.
Bibliografia
S. Marucci, e L. Dalla Ragione, L’anima ha bisogno di un luogo: Disturbi alimentari e ricerca di senso, il Formichiere, Perugia, 2020.
A. Gnutti, Se bastasse l’amore. Una storia vera di anoressia e speranza, Mondadori, Milano, 2022.
G. Bellini, Nata due volte. Diario di una rinascita dall’infinito tunnel della bulimia, Roma, 2021.
L. Berra, Manuale di psicoterapia esistenziale. Teoria e pratica filosofica nella clinica, TEPsi, Torino, 2018.
R. Charon, Medicina narrativa. Onorare le storie di malattia, Edizione italiana a cura di Micaela Castiglioni, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2019.
L. Mendolicchio, Prima di aprire bocca. I disturbi del comportamento alimentare: riconoscerli, capirli e curarli, ETS / Mondadori, Milano, 2021.
Rompere il gioco
10 Settembre 2026Algoritmi dell’oppressione
3 Settembre 2026Cercasi filosofi – non filosofe.
2 Agosto 2026
-
Uscire dal dilemma del prigioniero
26 Aprile 2021 -
Abbecedario Filosofico
12 Luglio 2018 -
Lustmord: la denuncia di Jenny Holzer
7 Novembre 2022
Filosofemme è un progetto che nasce dal desiderio di condividere la passione per la filosofia tramite la figura delle filosofe.

Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 4.0 Internazionale.
Privacy PolicyCookie Policy





