L’amore nella società della prestazione

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Non sempre la consapevolezza del dolore coincide con la capacità di allontanarsi da ciò che lo provoca: possiamo sapere con chiarezza che una relazione ci fa stare male e, tuttavia, non riuscire a chiuderla perché tra ciò che comprendiamo e ciò che desideriamo può aprirsi una distanza difficile da colmare.
Il problema, allora, non è semplicemente capire perché restiamo dove stiamo male, ma perché alcuni legami continuino a coinvolgerci e a condizionare la nostra volontà anche quando sappiamo che ci feriscono.

In questi casi, la parola amore rischia di contenere molto più dell’amore stesso: bisogno di riconoscimento, paura della perdita, idealizzazione dell’altro, dipendenza affettiva, desiderio di conferma, ripetizione di schemi familiari.

Ciò che dobbiamo chiederci, quindi, non è tanto perché continuiamo a investire emotivamente in relazioni disfunzionali, quanto che cosa riconosciamo come amore.

Fino a che punto i nostri desideri nascono davvero da una scelta personale e quanto, invece, sono influenzati delle nostre esperienze passate, da modelli affettivi appresi e da una società che ci educa alla prestazione e alla continua misurazione del nostro valore?

Per provare a rispondere a una domanda così complessa, ho cercato di far dialogare Byung-Chul Han con due pensatori che, pur partendo da prospettive diverse, finiscono per convergere su alcuni aspetti centrali dello stesso problema: Freud e Fromm.

Freud ci offre una prima chiave di lettura nel suo libro Al di là del principio di piacere introducendo il concetto di “coazione a ripetere”, la tendenza, cioè, a tornare verso situazioni, dinamiche o relazioni che abbiamo già conosciuto, anche quando ci hanno fatto soffrire (1). Questo non significa che desideriamo il dolore, ma che ciò che ci è familiare può esercitare su di noi un richiamo molto forte, proprio perché lo riconosciamo.

A volte, quindi, non andiamo verso ciò che ci fa bene, ma verso ciò che conosciamo già.

Ad esempio chi ha imparato, magari nell’infanzia, che l’affetto è qualcosa da conquistare continuerà a investire in relazioni nelle quali l’amore appare ancora una volta da meritare; chi ha vissuto relazioni in cui l’affetto era incostante o discontinuo percepirà come poco intenso un legame stabile, proprio perché non riproduce quella tensione affettiva già conosciuta e così via.

Il modo in cui viviamo le relazioni, però, è influenzato anche dal contesto sociale, dal bisogno di riconoscimento, dalla continua pressione a dimostrare il nostro valore e dall’idea di dover essere sempre all’altezza. È proprio in questo contesto che la riflessione di Byung-Chul Han diventa particolarmente utile. Nel suo libro La società della stanchezza, Han descrive infatti il passaggio dalla società disciplinare alla società della prestazione: da un modello fondato soprattutto sul divieto, sull’obbligo e sul “devi”, a un modello in cui prevalgono l’iniziativa, la prestazione e il “puoi” (2). Nella società disciplinare, il potere si manifesta attraverso regole, limiti e imposizioni esterne: qualcuno stabilisce ciò che dobbiamo fare, ciò che non possiamo fare e i confini entro cui dobbiamo muoverci. Nella società della prestazione, invece, questa pressione non scompare, ma cambia forma. Diventa più difficile da riconoscere perché viene interiorizzata.

Non abbiamo più qualcuno che ci impone di essere produttivi, efficienti o all’altezza: siamo noi a chiederci continuamente di fare di più, migliorare, dimostrare il nostro valore.

Per Han, nella società della prestazione siamo portati a percepirci come qualcosa da amministrare, migliorare e ottimizzare continuamente (3); questa pressione non arriva più soltanto dall’esterno, ma viene progressivamente interiorizzata, ovvero siamo noi a chiederci di essere più efficienti, più competenti, più interessanti, più desiderabili.

E proprio qui nasce il paradosso: il “puoi”, che è il linguaggio della libertà, si trasforma in una forma di pressione ancora più forte del “devi” (4).

Se mi viene detto che posso riuscire, migliorarmi, superare i miei limiti, allora anche il fallimento tende a ricadere interamente su di me. Se non ce la faccio, rischio di pensare di non avere fatto abbastanza, di non essere abbastanza capace o abbastanza forte.

Questa logica non rimane confinata all’ambito lavorativo, ma entra anche nella vita affettiva, soprattutto quando iniziamo a pensarci come qualcosa da migliorare per poter essere scelti dall’Altro (5). Accade allora che anche l’amore possa assumere la forma di una prestazione.
La domanda non è più soltanto:
“sto bene con questa persona?”
oppure “ricevo riconoscimento e rispetto?”,
ma si trasforma in: “perché non mi sceglie?”, “cosa mi manca?”.

Il rapporto con l’Altro diventa così un luogo di valutazione del proprio valore.

Han parla di una crisi della gratificazione: quando il riconoscimento dell’Altro non riesce più a darci una conferma definitiva del nostro valore, nessuna approvazione sembra davvero sufficiente e ogni conferma tende a svanire rapidamente richiedendone subito un’altra (6); in questo modo il bisogno di essere una scelta rischia di sovrapporsi all’esperienza dell’amore.
È interessante notare come Freud e Han, pur muovendosi su piani differenti, si incontrano in un punto importante: Freud ci mostra come il passato possa continuare a condizionare il presente attraverso forme di ripetizione che sfuggono alla piena consapevolezza; Han invece ci mostra come la società attuale possa rafforzare quella ripetizione, traducendola nel linguaggio della prestazione e del miglioramento continuo, con il rischio che la perseveranza venga interpretata come valore anche quando produce logoramento.

È qui che Erich Fromm introduce una distinzione decisiva affermando che «l’amore è un sentimento attivo, non passivo; è una conquista, non una resa» (7). Ma la conquista di cui parla Fromm non è il possesso dell’altra persona e non è nemmeno il successo ottenuto nel convincere qualcuno ad amarci. L’amore, per Fromm, è una capacità che implica attenzione, cura, responsabilità, conoscenza. Non coincide con l’appropriazione dell’Altro e non può essere ridotto alla funzione di conferma del nostro valore.

Questa distinzione permette di separare due esperienze che spesso tendono a confondersi: amare qualcuno e avere bisogno che qualcuno ci ami. Le due dimensioni possono coesistere, ma non sono equivalenti. Si può desiderare intensamente una persona, temerne la perdita, pensare continuamente a lei, soffrire per la sua distanza, ma l’intensità non costituisce, da sola, una prova dell’amore.

Han vede l’umanità contemporanea come sempre più concentrata su se stessa e sul proprio valore, fino a sviluppare quello che definisce un autoriferimento narcisistico (8): l’Altro non viene incontrato nella sua alterità, ma utilizzato come superficie riflettente per dirci chi siamo, per confermare la nostra desiderabilità. Ma l’Altro non è uno strumento di riparazione, né una fonte di conferme: è un soggetto separato, irriducibile, che non può essere ridotto alla funzione di stabilizzare la nostra identità.

Emerge qui allora una domanda filosoficamente rilevante: quante volte diciamo di amare quando, in realtà, stiamo cercando nell’Altro una conferma del nostro valore? Quante volte portiamo avanti una relazione non perché ci nutre, ma perché terminarla ci farebbe sentire sconfitti? Quante volte torniamo verso una forma di sofferenza non perché ci faccia bene, ma perché in essa riconosciamo qualcosa di già vissuto?

Forse la libertà in amore non significa semplicemente riuscire a scegliere chi amare.

Significa comprendere che cosa, dentro di noi, orienta quella scelta.

E forse il primo gesto di libertà consiste proprio in questo: smettere di chiamare amore tutto ciò che riconosciamo come familiare.

(1) Byung-Chul Han, op. cit., p.87.
(2) Sigmund Freud, Al di là del principio di piacere, in Opere di Sigmund Freud, vol. 9, Boringhieri, Torino, 1977, p. 209.
(3) Byung-Chul Han, La società della stanchezza, Nottetempo, Milano, 2020, pp. 23-25.
(4) Ivi, p. 23.
(5) Ivi, pp. 24-25. Nel testo, il termine “Altro” è utilizzato al maschile a per indicare l’altra persona nella sua irriducibile alterità, a prescindere dal genere.
(6) Ivi, pp. 80-81.
(7) Erich Fromm, L’arte di amare, Mondadori, Milano,1986, p.37.