Mai farsi arrestare di venerdì

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Definire Mai farsi arrestare di venerdì di Tzarina Caterina Casiccia è tutt’altro che semplice.

È un piccolo, grande libro dal genere indefinito: è un racconto autobiografico, una raccolta di poesia, ma anche un saggio sul carcere e l’abolizionismo. Il filo comune tra i vari generi è dato da alcune tematiche fondamentali: la prigione e gli abusi di potere che si compiono al suo interno, la libertà, il corpo, la scrittura e la critica all’istituzione carceraria.

La vita all’interno della prigione Brians di Barcellona viene descritta attraverso le esperienze in prima persona di Casiccia: arrestata perché ingiustamente accusata di tentato omicidio durante alcune proteste nella capitale della Catalogna, descrive sin dalle prime perquisizioni gli abusi di potere da parte delle guardie. L’autrice racconta di essere stata fatta spogliare e rivestire più volte, di essere stata perquisita sin dentro le sue parti più intime e di aver subito la contenzione: così leggiamo nelle prime pagine del libro, dopo qualche poesia, ed è un pensiero terribile. 

Veniamo catapultatə all’interno di un carcere, che viene mostrato attraverso i ricordi di Tzarina, ma anche attraverso le storie di alcune sue compagne.

Tra una poesia e un’altra e tra una riflessione di stampo più saggistico e un’altra, Casiccia ci parla degli amori, delle speranze, dello sconforto che hanno vissuto lei e/o le sue compagne di prigione. Attraverso queste storie, ci fa avvicinare a loro, ce le rende più umane e meno orribili davanti ai nostri occhi giudicanti.

Spesso immaginiamo le persone chiuse in carcere come terribili criminali senza pietà e, a volte, è così. Attraverso i racconti di Tzarina, però, abbiamo un’immagine più completa, più a tutto tondo della popolazione che abita le carceri, che è spesso fatta di uomini e donne ai margini della società.

La vita delle detenute è resa, spesso, difficile dalle guardie che si divertono a fare “scherzi” punitivi di vario tipo, di fatto veri e propri abusi. 

Relativamente al tema del corpo, Casiccia descrive come si sente decadere non solo psicologicamente, ma anche fisicamente all’interno del carcere, soprattutto quando in isolamento, dove le manca la possibilità di prendersi cura di sé. Non ci sono nemmeno dei veri specchi, in quelle quattro mura: nonostante gli ostacoli oggettivi, le prigioniere si vestono e si abbelliscono quando devono recarsi negli spazi comuni, come la mensa e il cortile, facendolo solamente per se stesse, per la propria dignità personale. 

A proposito di libertà, tra i pochi luoghi in cui assaporarla, c’è, appunto, il cortile interno cementificato ma aperto sopra, da cui si vede il cielo. Ecco che Casiccia scrive poesie e spende tra le sue più belle parole su quel luogo di libertà, che nessuno può sottrarre. 

La scrittura risulta essere, per lei, un’ancora di salvezza: è evidente, pagina dopo pagina, quanto comporre sia per lei fondamentale per mantenere il suo spazio di umanità, libertà e sanità mentale. Una delle poesie più belle, El poema escondido (scritta originariamente in spagnolo), mostra questo con la forza delle parole: 

«Trovami, 
Sono la poesia nascosta
Come una scheggia di bellezza
Nella carne del dolore […]
Mi puoi trovare
Alzando lo sguardo al cielo
Perché il cielo è tuo
E nessuno te lo può portare via […]
Sono la poesia nascosta 
Il residuo di vita pura 
Nel fondo dell’inferno
Quello che nessuno di potrà portare via.» (1)

Tra una poesia e un racconto personale, spiccano varie riflessioni, su un altro tema fondamentale del libro: l’abolizionismo e la critica all’istituzione penitenziaria. 

Da femminista, ma anche da studiosa di filosofia e antropologia, Casiccia sostiene il profondo carattere punitivo delle carceri attuali, che mal si accorda con una società che si dice iper-moderna.

Secondo l’autrice, per quanto si sostenga il carattere ri-educativo del carcere nei paesi civilizzati, raramente si vedono misure davvero educative al suo interno. Basti pensare a molti degli abusi che lei stessa ha subito: è dominante l’idea che chi è lì dentro ha commesso qualcosa e, quindi, deve essere punito e non ha diritto ad alcuna forma di rispetto. Il meccanismo in atto assomiglia molto di più a una forma di vendetta della società contro lə detenutə rispetto a un esercizio della giustizia. 

Tzarina sostiene che questo non è solo dannoso e viola i diritti umani, ma è poco utile per diminuire la violenza: non lo è né per scoraggiare, né – soprattutto – per rieducare. La recidiva in paesi come l’Italia, in cui si applicano ancora queste misure, è alle stelle. Questo non significa giustificare o sminuire certi crimini, ma cercare di guardare in modo più approfondito a questa problematica.

Insomma, per vari motivi, per Casiccia è necessario abolire le carceri così come sono oggi concepite.

Bisognerebbe lavorare per la prevenzione del crimini, ma anche – di più e in modo più radicale – su un reale recupero e “riabilitazione”.

Quello che dice l’autrice, pare qualcosa di utopico e difficile da applicare, ma non è così. 

Non c’è  infatti nulla di utopico in questa idea: in alcuni paesi, come la Norvegia, è già realtà (e le recidive sono pochissime)(2). Ci vuole uno sforzo di pensiero, forse è vero, ma non dobbiamo dimenticare che anche chi è in prigione rimane una persona. Nonostante tutto. 

«No estamos todas, faltan las presas (non ci siamo tutte, mancano le prigioniere)»(3)

Grazie Eris Edizioni!

T. C. Casiccia, Mai farsi arrestare di venerdì, Eris Edizioni, Torino, 2024.

(1) Ivi, pp.35-36.

(2) Ivi, p.80.

(3) Epigrafe del libro.