
Attraverso il suo libro La cattura delle élite. Come le identità oppresse vengono strumentalizzate dal potere (edito da Alegre) Olúfémi O. Táíwò, filosofo, scrittore e professore alla Georgetown University, ci offre una prospettiva anticolonialista e materialista utile per inquadrare i fenomeni odierni legati all’identità culturale e al capitalismo razziale.
Rivivendo le lotte della classi subalterne della prima metà del Novecento, arrivando fino ad oggi, tra colonialismo e post-colonialismo, attraverso le riflessioni di (solo per citarne alcunə) Edward Franklin Frazier, Frantz Fanon, Angela Davis e conversando con C.Thi Nguyen, Noam Chomsky e Karl Marx, l’autore ci introduce al tema principale del testo: la cattura delle élite.
«La cattura delle élite è ciò che avviene quando i pochi privilegiati orientano verso interessi e obiettivi di parte le risorse e le istituzioni che avrebbero potuto servire a molti» (1), in sostanza è il modo in cui «le persone socialmente privilegiate tendono ad acquistare il controllo su quei benefici che erano stati concepiti per la comunità» (2).
Lo status di élite non è qualcosa di innato e stabile che la persona possiede, tutt’altro, è uno dei termini all’interno di una relazione: affinché qualcuno sia considerato tale – e che quindi detenga un qualche tipo di potere sulla maggioranza degli individui di un gruppo più o meno vasto – devono esistere persone escluse da quello stesso status, persone che subiscono il potere della minoranza senza averne conoscenza o senza averne dato il consenso.
«A volte si appartiene a un’élite solo sulla base di come le persone hanno deciso di (o sono state obbligate a) relazionarsi con alcuni aspetti della propria identità sociale. Altre volte vi si appartiene in base ad alcuni privilegi contingenti: il proprio livello di istruzione, di ricchezza, di prestigio sociale. Altre volte ancora si diventa élite solo perché causalmente ci si ritrova ad essere gli unici rappresentanti del proprio gruppo in una determinata stanza» (3).
Chi, quando e per quanto tempo appartiene al gruppo dominante è questione di vari fattori mutevoli, una mutevolezza che apre le porte alla possibilità di un diverso schema di potere, di possibili mutamenti nella gerarchia.
Da qui, la necessità di indagare come smantellare queste iniquità.
La riflessione di Olúfémi conduce a un’attenta critica alla democrazia liberale capitalista, colpevole di fagocitare tutto ciò che rischia di avere in sé una carica sovversiva utile per demolire i presupposti elitari su cui si regge.
«Nel mondo sociale in cui viviamo quasi tutto ha la tendenza a farsi catturare dalle élite» (4).
La nostra società è colpevole di un comportamento sistemico di depotenziamento e annullamento tipico dei sistemi capitalisti dove ogni nuova istanza, identità, valore o bisogno è catturato e utilizzato per mantenere lo status quo, se non addirittura rafforzarlo, lasciando così i non privilegiati senza vere di possibilità di cambiare le loro vite.
Un particolare contesto, descritto dall’autore, dove operano queste forze è quello delle identity politics. Per politica identitaria si intende una forma di attivismo e di politica basata su un’identità di gruppo condivisa secondo criteri come genere, etnia, religione, orientamento sessuale e disabilità.
Questi gruppi politici hanno spesso l’obiettivo di ottenere più rappresentanza politica, più tutele e maggiori possibilità di intervenire nel contrasto alla marginalizzazione.
È negli anni Settanta che nasce negli Stati Uniti il concetto di identity politics, grazie al Combahee River Collective, un collettivo di donne femministe, antirazziste, socialiste e queer, che contava tra le aderenti donne di varie etnie unite contro il capitalismo, il razzismo, il patriarcato e l’omofobia della società americana.
Era una lotta in presenza, concreta e pratica, che parlava sì di ideali e valori, ma lottava per diritti materiali come la sanità, la sessualità, la casa.
Da questi esordi, però, in pochi anni si assistette a una trasformazione delle politiche identitarie; le élite neoliberali e capitaliste si appropriarono del linguaggio e delle istanze originarie del collettivo e le manovrarono, forzandone i significati, utilizzandole a proprio piacimento, al fine di screditarne la carica sovversiva.
Questo è ciò che si intende per cattura delle élite.
«La tattica con cui le élite hanno abbracciato una politica delle identità di tipo simbolico per pacificare le proteste senza avanzare alcuna vera riforma materiale e la volontà di ribrandizzare (non di sostituire) le istituzioni esistenti attraverso elementi tipici delle identity politics» (5).
Lungi dall’essere un testo scarno di possibilità e privo di strumenti, Olúfémi mira a decostruire le strutture mentali e materiali con cui siamo abituati a vivere le realtà sociali al fine di far nascere una forma di politica nuova e collettiva.
Una politica che vada al di là della mera promozione di principi morali, che sia concreta e incarnata nella vita e dove ogni persona possa partecipare a creare il mondo, attraverso il riconoscimento delle specifiche oppressioni che coinvolgono i vari gruppi e cercando al contempo di trovare un terreno comune su cui lottare contro il controllo da parte della élite dominante.
«Una politica che aspira a dirsi costruttiva proverebbe innanzitutto a costruire organismi e pratiche in grado di raccogliere informazioni attraverso campagne di sensibilizzazione, piuttosto che concentrarsi su determinati gruppi di persone o su portavoce che li rappresentino. Metterebbe al centro la responsabilità, non la conformità. Proverebbe a concentrarsi direttamente sul compito di redistribuire le risorse sociali e il potere, piuttosto che su obiettivi intermedi da riscuotere a livello simbolico sopra un piedistallo. Si concentrerebbe sulla costruzione e ricostruzione degli spazi, non sul regolare il traffico fra di loro o al loro interno»(7).
Questo, con le parole dell’autore, è un libro
«dedicato alle persone che vorrebbero vedere un esito differente, per chi ambisce a un sistema-mondo diverso e migliore di quello che ci ritroviamo. Non si tratta di un manuale, ma di un testo dedicato a tutti quelli che si spezzano la schiena perché le cose cambino, per aiutarli a identificare quelle tendenze e quelle trappole che impediscono loro di organizzarsi e far sì che rispondano in modo più strategico ai loro specifici contesti» (8).
Grazie Edizioni Alegre!
(1) Olúfémi O. Táíwò, La cattura delle élite. Come le identità oppresse vengono strumentalizzate dal potere, Trad. Emanuele Giammarco, Edizioni Alegre, 2024, Roma, p. 35.
(2) Ibidem.
(3) Ibidem.
(4) Ivi, p. 34.
(5) Ivi, 15.
(6) Ivi, p.115.
(7) Ivi, p. 24.
(8) Ibidem.
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