La galleria degli uffici

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Lə millennial, ovvero le persone nate tra i primi anni ’80 e la fine dei ’90, sono state tradite dalla storia.

Educate ad aspettarsi di vedere il loro impegno trasformarsi nel futuro desiderato e a studiare sodo per ottenere il lavoro della vita (e il mitico posto fisso). Insomma, indirizzate a credere che bastasse seguire la massima di Cenerentola e sperare fermamente per vedere i propri sogni avverarsi, questa generazione ha raggiunto la maggior età in un mondo che si stava sgretolando, dove crisi economiche e cambiamenti strutturali del sistema hanno reso di fatto impossibile tutto ciò che era stato promesso. 

«Non importava a nessuno quello che avevi studiato o i voti presi agli esami. Di tutti gli anni dell’università, per il momento, Arianna non s’era ancora fatta niente» (1). 

È questa la sorte toccata anche a Arianna Trimeo, la protagonista de La galleria degli uffici di Giulia Pretta (edito da Le plurali). Laureata in discipline umanistiche, Arianna incarna perfettamente la generazione di chi insegue con disperazione quell’equilibrio sempre sfuggente: bilanciare la passione per la propria vocazione (nel suo caso, l’arte), la ricerca della felicità e il fisiologico bisogno di uno stipendio. Ma in un mondo che sembra richiedere un impegno full time remunerato con poche briciole, mentre i datori di lavoro invocano l’esibizione di “soft skills” sempre più flessibili e indefinibili (spesso per ammantare di magia il semplice sfruttamento), la sua ricerca si scontra con una realtà spesso assurda.

«Voglio solo essere pagata il giusto e con scadenze regolari per fare un lavoro che mi piace. Perché dovrebbe essere una richiesta irragionevole? Perché sono io quella impaziente o che non capisce il privilegio che mi viene offerto?» (2) 

Per chi scrive, laureata in filosofia, alcune delle considerazioni che Giulia Pretta include nel testo sul rapporto tra cultura e mondo del lavoro sono graffianti e puntuali: ad esempio, le pagine in cui Arianna si confronta/scontra con il fratello Davide, che non sembra prendere sul serio il suo ambito lavorativo perché lo considera (almeno fino a un certo punto) elitario e superfluo, suonano familiari e amare. 

«Davide era geometra e per lui era semplice rapportarsi con le cifre. C’era un albo, c’erano preventivi, c’erano prove concrete del suo lavoro. La cultura invece era ancora avvolta dall’alone del privilegio e del mecenatismo: se hai soldi e puoi permettertelo allora fai cultura; se non ce li hai, be’, perché non ripieghi su un’altra attività, qualcosa di utile come la medicina oppure la parrucchiera? La gente non vive senza nessuna delle due» (3). 

Le vicende di Arianna e il tono di La galleria degli uffici rendono questo romanzo non solo il racconto del percorso professionale di una giovane trentenne, ma un vero e proprio «romanzo di formazione tragicomico» (4) che disseziona con sagacia e ironia il labirinto del mondo del lavoro contemporaneo.

Arianna, ventinovenne laureata in Storia dell’Arte, incarna, suo malgrado, la crisi di una generazione altamente qualificata ma costretta al compromesso e alla precarietà.

Come moltə di noi, nella vita ha fatto tutto nel modo e nei tempi giusti, ma non è comunque arrivata dove sperava e meritava. Non è l’eroina perfetta e infallibile, ma un’antieroina che lotta quotidianamente contro l’ansia e la sensazione di non essere mai abbastanza.

Giulia Pretta accompagna Arianna attraverso un viaggio epico nel precariato italiano: seguendola in mille peripezie, tra una crisi di pianto e un aperitivo per sdrammatizzare con le amiche, il romanzo riesce a fotografare le dinamiche tossiche dell’ambiente lavorativo (dal micro-management al burnout, passando per l’imbarazzo del doversi confrontare con familiari che reputano il nostro un “lavoro inutile”) trasformandole al tempo stesso in materia narrativa avvincente.

Lo stile è leggero, coinvolgente e puntellato da un sarcasmo che fa sorridere amaramente.

Il libro abbonda di riferimenti a film Disney e serie tv che ogni millennial conosce e riconosce, facendoci sentire a casa non solo nel disagio ma anche nei riferimenti culturali che si intrecciano alla trama. Il risultato è che le peripezie di Arianna ci risultano incredibilmente familiari, trasformando la sua esperienza individuale in un manifesto generazionale. 

Particolarmente apprezzabile è il fatto che, seppur raccontati nel dettaglio, ogni frustrazione, ogni crisi di pianto e ogni attacco di panico dovuto al lavoro sono trattati con una sensibilità che non cade mai nel vittimismo o nell’autocommiserazione, ma aprono una riflessione sulla dignità e il valore della persona al di fuori della sua produttività che dovrebbe trascendere lə millennial e diventare materia di dibattito per chiunque. 

La galleria degli uffici è quindi al tempo stesso un romanzo divertente e un po’ amaro e un ritratto lucido ma anche ironico del mondo del lavoro per lə millennial italianə. 

Consigliato a chiunque, ma soprattutto a chi si sia mai chiestə “ma che sto facendo della mia vita?”.

Grazie Le Plurali!

Giulia Pretta, La galleria degli uffici, Le Plurali, Morlupo (RM), 2025.

(1) Giulia Pretta, La galleria degli uffici, Le Plurali, Morlupo (RM), 2025, p. 89.

(2) Ivi, p. 98.

(3) Ivi, p. 20.

(4) https://lepluralieditrice.net/prodotto/la-galleria-degli-uffici/