Gravidanza: il corpo che diventa soglia e l’identità materna

Mamma. Madre. Maternità.
Sono parole che conosciamo, esperienze che abbiamo vissuto in forma relazionale o in modo diretto, tuttə. Eppure non sappiamo e non possiamo definirle, incasellarle, universalizzarle.
La maternità è diventata onnipresente nello spazio pubblico, soprattutto sui social media. Siamo totalmente immersə in uno scorrere continuo di reel che concentrano la nostra attenzione sul materno in tutte le sue sfumature o, per esplicitarlo meglio, le sue sfumature rosso amore. Ciò che circola con maggiore insistenza è infatti un’immagine parziale, levigata, spesso rassicurante: una maternità sorridente, organizzata, emotivamente coerente, soddisfacente.
In questo immaginario, la complessità dell’esperienza femminile tende a scomparire. Cos’è, però, davvero la maternità?
Partendo da questa domanda, mesi fa avevo creato un sondaggio anonimo sul tema che mi ha portato a scrivere questo articolo.
La maternità che qui voglio provare a descrivere è uno spazio di parola. Non ha carattere universale né tanto meno assoluto e totalizzante, semplicemente si racconta. Non vuol produrre verità oggettive, ma mostrare le verità plurali, raccogliere i singoli vissuti che non sono fissi ma cambiano, si trasformano. Il bisogno che ha portato a tutto questo è radicale: raccontare una maternità reale, a partire dalla voce delle donne che l’hanno attraversata e hanno deciso di condividersi e che, proprio per la sua pluralità, può diventare davvero di tutte. Nessuna categorizzazione o narrazione tossica, solo le descrizioni di un reale materno e delle sue innumerevoli forme.
Questo primo articolo si concentra sulla gravidanza intesa come esperienza identitaria che inaugura la nascita della donna-madre. Per cui si proverà a riflettere filosoficamente sulle varie fasi che accompagnano questo momento.
Quando si diventa madre? È possibile indicare un momento preciso in cui ciò avviene? Coincide con la scelta di voler vivere questa esperienza, con la scoperta di una nuova vita dentro il proprio grembo o con il parto e la cura? Diventare madri è un processo soggettivo, può coincidere con un momento preciso o svilupparsi nel tempo attraversando varie fasi emotive, fisiche e di cambiamento. Non a caso, chi inizia a vivere questa esperienza non lo fa sempre e solo per scelta, non nasce solo dal desiderio di maternità, da una naturalità biologica (se davvero si volesse ammettere una predisposizione innata e universale): a volte capita, è inaspettato. Tuttavia, quello che sicuramente ogni donna prova durante la gravidanza è la presenza di sentimenti ambivalenti: «Felicità e terrore (1)».
Questa risposta costante a una domanda del sondaggio riassume ed evidenzia in maniera forte e chiara un sentire comune. A una potente gioia, positività, energia vitale si accompagnano terrore, paura, spaesamento. La felicità nasce molto probabilmente dall’apertura alla vita che arriva, dall’inizio del nuovo che in quanto tale contiene speranza, fiducia e il terrore, invece, è quello dell’ignoto e dell’intuizione che quella vita trasformerà radicalmente il corpo, il tempo, l’immagine di sé.
In questo senso, la gravidanza rende visibile ciò che spesso resta nascosto: ogni inizio autentico espone, rende vulnerabili.
Felicità e paura non si annullano, ma coabitano, perché entrambe segnalano che l’identità sta cambiando.
È proprio in questa ambivalenza che molte donne riconoscono la verità dell’esperienza gravidica e spesso si perdono perché questo percorso non è lineare, ma è un attraversamento, in cui nascere madre significa anche imparare a stare in un territorio incerto, aperto, non ancora definito. In questa esperienza è normale che l’ago della bilancia punti più su un sentire rispetto a un altro o che oscilli: «l’ho vissuto con potenza, spensieratezza» (2), «è stato difficile, con tanti disagi fisici» (3), ed è estremamente complesso trovare un equilibrio che ne sorregga il peso.
A questa ambivalenza emotiva si intreccia sempre un senso diffuso di inadeguatezza, che non resta confinato all’interiorità ma si dirama su più livelli dell’esperienza. La sensazione forte e continua è che l’essere madre aumenta gli standard a cui aderire: non solo donne che non devono mai dimenticarsi di essere tali, ma anche non solo madri, ma super madri sempre attente, presenti, amorevoli. Da un lato, i cambiamenti psico-fisici mettono in crisi il rapporto con il proprio corpo e con l’immagine di sé; dall’altro, la relazione con il partner e con i familiari fatica spesso ad accogliere una soggettività in trasformazione, richiamando la donna a una continuità impossibile. A ciò si aggiunge la scarsa empatia e capacità di ascolto riscontrata in molti contesti sanitari, dove il linguaggio tecnico tende a neutralizzare il vissuto, lasciando la donna senza un adeguato accompagnamento spesso medico ma, soprattutto, psicologico.
È inevitabile che con la gravidanza si entri in uno stato di profonda trasformazione fisica e psichica: stanchezza, nausea, cambiamenti della pelle, minzione frequente e sbalzi d’umore, irritabilità, ansia, senso di potenza e gioia tutto dovuto a intense fluttuazioni ormonali. Dal sondaggio alcune lo hanno accettato con normalità, altre con curiosità ma anche con rifiuto, frustrazione e disagio. L’inadeguatezza che molte donne sperimentano durante la gravidanza è un effetto proprio di questo cambiamento del corpo o dell’umore, ma anche dallo scarto tra l’esperienza vissuta e le immagini normative della maternità.
Il corpo che cambia ritmo, forma e sensibilità diventa improvvisamente opaco a sé stesso, irriconoscibile, a tratti inafferrabile, sottraendosi ai criteri di efficienza e controllo su cui spesso si fonda l’identità femminile contemporanea. In questo passaggio, ciò che viene percepito come carenza propria è in realtà la perdita di un linguaggio simbolico capace di nominare la trasformazione. La gravidanza espone la donna a una soggettività in divenire, non ancora stabilizzata, che la cultura e le istituzioni faticano a riconoscere: non più la donna di prima, non ancora la madre molto spesso idealizzata. Il senso di insufficienza non segnala dunque una difficoltà individuale, di cui è responsabile la donna-madre, ma l’incapacità collettiva di pensare il cambiamento psicofisico come luogo legittimo dell’esperienza, e non come fragilità da correggere e da cui guarire, quasi fosse una malattia.
Gli effetti di questi cambiamenti molto spesso si riflettono, poi, nel rapporto con partner e familiari. Il senso di inettitudine che emerge non riguarda soltanto dinamiche affettive private, ma rivela una frattura più profonda nel modo in cui la trasformazione materna viene riconosciuta nello spazio relazionale. La donna che cambia si trova spesso a dover continuare a rispondere alle aspettative di prima, come se la gravidanza fosse un evento aggiuntivo e non una riconfigurazione dell’esistenza. In questo scarto, il sentirsi “diverse”, più vulnerabili o meno disponibili viene facilmente tradotto in colpa.
Dal punto di vista filosofico, ciò che è in gioco è il mancato riconoscimento di una soggettività in transizione: il legame affettivo, invece di farsi spazio di ascolto del cambiamento, tende a richiamare la donna a una continuità con il prima che, tuttavia, non esiste più. L’inadeguatezza segnala non una crisi relazionale, ma l’assenza di un linguaggio condiviso capace di accompagnare la metamorfosi della donna-madre all’interno delle relazioni più intime.
Per ultimo, ma non per importanza, il senso di inadeguatezza che molte donne sperimentano nel rapporto con il personale sanitario durante la gravidanza: nasce spesso da una frattura tra il sapere tecnico e l’esperienza vissuta. Quando il cambiamento psico-fisico viene minimizzato, normalizzato o ricondotto esclusivamente a parametri clinici, la donna si trova privata di uno spazio di legittimazione della propria percezione. Il linguaggio medico, pur necessario, tende a rispondere alla domanda del come procede la gravidanza, lasciando inevasa la questione del che cosa significa attraversarla, che cosa significa essere madri.
In questa assenza di accompagnamento psicologico, ma anche simbolico e medico-relazionale, il parto viene preparato come evento tecnico, mentre il “dopo” resta impensato. Esiste il momento gravidico e del parto mentre è solo accennato il momento della separazione e ricongiungimento tra madre e figliə, del loro inizio. L’inadeguatezza nasce allora dall’assenza di un orizzonte di senso che riconosca la gravidanza e il parto come passaggi esistenziali, e non solo come processi da gestire, che aprono il percorso sul divenire plurale materno proprio perché ogni maternità è a sé. Ciò che manca non è solo supporto emotivo, ma un pensiero capace di tenere insieme corpo, relazione e trasformazione, restituendo alla donna il ruolo di soggetto del proprio attraversamento.
In questa analisi tripartita, è emersa in maniera chiara l’inutilità dei corsi pre-parto. È inutile ogni tentativo di preparazione poiché il parto si presenta come un evento radicalmente mutevole, sottratto a ogni reale possibilità di controllo. Per quanto lo si possa pianificare, esso eccede le narrazioni e i protocolli che pretendono di contenerlo. Questa esperienza dell’inimmaginabile non si esaurisce nel momento del parto, ma rinvia a un dopo che resta in larga parte impensato e non raccontato.Infatti rimanda a un post partum che non viene raccontato, affrontato. Il post partum, raramente nominato nella sua complessità, difficoltà, pesantezza appare come una zona d’ombra in cui la donna si ritrova a fare i conti con una trasformazione già avvenuta, senza strumenti simbolici per abitarla.
L’inutilità non riguarda dunque la preparazione in sé, ma il suo ridursi a gestione dell’evento, lasciando fuori la dimensione esistenziale del cambiamento e la necessità di un accompagnamento che prosegua oltre la nascita.
Cosa accade nell’immediato dopo nascita? Nessun corso per-parto te lo dice. È una domanda che non trova sufficientemente risposta: non si sa nulla sull’allattamento oppure sulla scelta del latte artificiale, non si parla quasi mai di baby blues e depressione post partum, non si è indirizzatə su come gestire la cura del neonato che non si limiti solo al soddisfacimento dei bisogni primari e che tocchi informazioni che riguardano l’importanza delle prime visite, il piano vaccinale, il benessere psicofisico della madre, ma anche familiare e via dicendo.
Pensare la gravidanza può significare allora sottrarla alla logica della prestazione, della performance e dell’efficienza e restituirla alla sua verità più radicale: quella di un passaggio che trasforma e la cui narrazione rimane soggettiva.
Dare parola a questa esperienza è un atto filosofico e politico: significa riconoscere che la nascita non riguarda solo chi viene al mondo, ma anche chi, nel generarlo, impara a diventare altra da sé.
(1) Risposte del sondaggio La maternità reale.
(2) Ibidem.
(3) Ibidem.
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