La sinistra non è woke

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Con La sinistra non è woke, Susan Neiman propone una decisa riabilitazione dell’eredità illuministica, recuperandone la vocazione progressista attraverso i due princìpi fondamentali del pensiero di sinistra: l’universalismo e la solidarietà. 

Il saggio si sviluppa intorno a tre coppie di opposizioni – universalismo e tribalismo, giustizia e potere, progresso e rovina – che fungono da linee guida per separare il pensiero autenticamente di sinistra dalle tendenze contemporanee etichettate come “ideologia woke”.

Secondo Neiman, il movimento woke, concentrandosi eccessivamente sulle identità particolari invece che sui diritti di tuttə, ha finito per allontanare la sinistra dalla propria anima storica di stampo universalistico. Le rivendicazioni woke hanno rappresentato una sorta di scorciatoia nel cammino per i diritti, una scorciatoia lungo la quale era in agguato il lupo delle fiabe. La destra, infatti, ha approfittato della frammentazione all’interno del movimento per i diritti alimentando gli aspetti più estremi delle rivendicazioni identitarie, per poi stigmatizzare gli stessi eccessi e screditare le pretese progressiste nel loro complesso. 

«Visto che si è abusato dell’universalismo per mascherare interessi specifici, allora si abbandona l’universalismo?» (1) 

Neiman contesta la lettura dell’Illuminismo come matrice dell’eurocentrismo dei diritti.

È un fatto che i princìpi illuministici siano stati piegati a fornire la legittimazione morale e giuridica delle politiche colonialiste, ma questo non impedisce di recuperare lo spirito originario di questi principi e riutilizzarli come bussola per un progresso fondato sulla ragione, una ragione condivisa centrata sulla dignità umana, trasversale a qualsiasi appartenenza e categorizzazione.

Quel diritto naturale nato come ideale di emancipazione universale e di solidarietà tra individui e popoli sembra aver tradito il suo afflato universale in favore di un particolarismo spietato, che Neiman chiama “tribalismo”: una logica fondata sulla frammentazione identitaria, sulla contrapposizione permanente e sull’impossibilità di trovare un territorio comune oltre le specificità.

Tuttavia, l’autrice evidenzia come all’Illuminismo, nel suo senso più autentico, debba riconoscersi il merito di evidenziare la continua dialettica tra natura e ragione: tra ciò che è e ciò che potrebbe essere.

La ragione non si limita a descrivere il mondo, ma ci spinge a domandarci se l’ordine esistente sia giusto.

Da qui la critica di Neiman ai filoni di pensiero postmoderni che, sulla scia del nichilismo di Michel Foucault, tendono a ridurre ogni richiesta di diritti ad un rapporto di potere.

«Visto che le richieste di giustizia a volte sono in realtà rivendicazioni di potere, allora si abbandona la ricerca di giustizia?» (2)

Poiché nel corso della storia molte rivendicazioni di giustizia hanno fatto da paravento ad interessi particolari, si è diffusa la tendenza a ridurre ogni discorso morale a una lotta per il potere. Il risultato è una progressiva confusione in cui emerge la figura della vittima come nuovo soggetto di diritto. Secondo Neiman, la cultura woke tende a trasformare la condizione di vittima nel fondamento dell’identità politica: la vittima viene rappresentata come automaticamente nel giusto e il potere diventa un risarcimento morale.

Il problema è che una politica costruita sulla vittimizzazione rischia di esacerbare le divisioni anziché superarle, aprendo il campo a quelle logiche tribalistiche per loro natura divisive.

«Visto che i passi verso il progresso a volte hanno conseguenze terribili, allora si smette di sperare nel progresso?» (3)

Per Neiman, il pensiero di sinistra ha sempre implicato una fiducia nella possibilità di migliorare il mondo.

Una fiducia critica che richiede di accettare le ingiustizie del passato e le imperfezioni del presente come punti di partenza per una trasformazione graduale fatta di avanzamenti, spesso parziali e talvolta reversibili, una fiducia che l’autrice fonda, citando a sua volta Gramsci, «sull’ottimismo della volontà» (4).

La cultura della rovina, o del Male raccontato dall’autrice in altri saggi (5), al contrario, tende a vedere nelle istituzioni esistenti soltanto strutture di oppressione e nei progressi ottenuti mere illusioni di parità.

In questo quadro, Neiman affronta anche un tema caro al movimento woke, sostenendo che non ogni scambio culturale costituisca una forma di appropriazione. Al contrario, la circolazione di idee, simboli e tradizioni tra culture diverse facilita la comprensione reciproca, mentre gli ostacoli aumentano distanza e alterità, facendo il gioco di quella destra che ci vorrebbe divisi e ostili.

«La filosofia è utile a molte cose: una di queste è svelare i presupposti dietro le opinioni che si hanno più a cuore, e allargare il senso del possibile.» (6)

Quella di Neiman è una forma di filosofia civile che vuole fornire strumenti interpretativi per comprendere la politica contemporanea e le trasformazioni della sinistra, individuarne le debolezze e correggerne la rotta, dando nuovo vigore alla lotta per i diritti di tuttə. 

La sinistra non è woke è un richiamo chiaro e deciso alla sinistra contemporanea a non farsi risucchiare dalle polemiche imbastite dai suoi oppositori, e un invito a riportare il focus dell’azione politica sui diritti universali per riconquistare il consenso che ha perso nei troppi rivoli delle rivendicazioni particolaristiche della deriva woke.

Il saggio affronta molto marginalmente le questioni sollevate dal movimento de-colonialista (7), il quale propone una visione pluriversale quale sintesi (e superamento) dell’universalismo, ormai irrimediabilmente macchiato dall’abuso imperialista, e del particolarismo disgregatore. Ignorare questo, come altri, punto di vista può costituire una fragilità nella ri-costruzione di un illuminismo globale affrancato finalmente dall’egemonia epistemologica occidentale.

Ma non per questo la sinistra deve darsi per vinta: l’insegnamento di Neiman è proprio di accettare di progredire a tappe, esercitando un’autocritica costruttiva e senza mai perdere la fiducia nelle potenzialità umane.

Grazie Utet!

S. Neiman, La sinistra non è woke, Utet, Milano, 2025.

(1) Per un approfondimento si rimanda a W. D. Mignolo e C. E. Walsh, Decolonialità. Concetti, analisi, prassi, Castelvecchi, Roma, 2024.

(2) S. Neiman, La sinistra non è woke, Utet, Milano, 2025, p. 164.

(3) Ibidem

(4) Ibidem

(5) Intervista all’Autrice di Francesco Bei per la Repubblica, pubblicata il 21 maggio 2025 qui (contenuto riservato agli abbonati)

(6) S. Neiman, In cielo come in terra. Storia filosofica del male, Laterza, Roma-Bari, 2011

(7) S. Neiman, La sinistra non è woke, Utet, Milano, 2025, p. 142.