
Essere mostruositrans, essere un mostro disforico di genere, significa non rientrare nella dicotomia uomo-donna imposta dalla società. Eppure, se proprio si vuole difendere la natura rispetto alla cultura – ammesso che questa netta separazione esista – è la natura stessa a dimostrarci che quei due poli non sono mai esistiti. Il sesso è piuttosto un continuum: Ásta Kristjana Sveinsdóttir ci mostra che accanto ai corpi che rispecchiano pienamente il polo maschile oppure quello femminile – nelle caratteristiche fisiche, nei cromosomi sessuali, nel sesso gonadico e in quello fenotipico – esistono in egual misura corpi che abitano lo spazio tra questi estremi, e che rendono la variazione biologica del sesso irriducibile a qualsiasi binario rigido. Nonostante ciò, tutt3 coloro che abitano questo spazio intermedio vengono additat3 come mostri. Elia Bonci, in Anatomia di un mostro (D Editore 2025), ne racconta il perché e insegna come ci si può riappropriare di questa mostruositrans.
Nel libro, il mostro può avere una doppia valenza: come la società vede i corpi non conformi e come spesso ci si percepisce prima di trovarsi. Come sei arrivato a questa metafora della mostruositrans?
La mia prima volta con il mostruoso è stata leggendo proprio la Mostruositrans di Filo Sottile. Da lì ho iniziato a rendermi conto che, dopotutto, il mostro ero io. E se il mostro ero io, questo voleva dire per forza di cose che il mostro e il mostruoso erano qualcosa di positivo, perché io sapevo di essere un buono. Nel corso degli anni, però, ho sentito che la categoria di mostruositrans iniziava a starmi stretta. E così è nato Anatomia di un mostro, in cui ho dato vita alla categoria della bestialitrans, per dare voce e spazio sia alla mia parte trans* costantemente bestializzata dallo sguardo esterno, sia alla mia parte di persona queer e antispecista a cui la società appiccica addosso l’etichetta del mostruoso. (1)
Oggi è possibile riappropriarsene? Come?
Per riappropriarsi fino in fondo della propria parte mostruosa e bestiale, il passo necessario da fare oggi è rifiutare e superare la categoria dell’umano che ci contiene. Essere umani, nel sistema in cui viviamo, significa incarnare la figura dell’oppressore: bianco, cis, abile, binario, specista e suprematista. Per questo, smettere di rincorrere quell’ideale e approdare completamente nel campo della bestia e del mostro è un atto di liberazione ma soprattutto un atto politico. Abitare la mostruosità e la bestialità significa darsi la possibilità di guardare il mondo con occhi nuovi e di trovare nuove zampe con cui attraversarlo, tracciando sentieri imprevedibili.
«I mostri non hanno documenti ma ne avrebbero bisogno. Nessuno si preoccupa di registrare la loro esistenza, di attribuire loro un nome o un’identità legale. Sono esseri di confine, creature che abitano il margine, il fuori, il non-luogo». (2) Hai scritto del problema della rettifica anagrafica per le persone trans*. Date le ultime terribili notizie relative a ciò che sta accadendo negli Stati Uniti riguardo a questo, cosa significa che le soggettività transgender sono trattate come i mostri che non meritano riconoscimento?
Quando Gregor Samsa si sveglia trasformato in un enorme insetto la sua famiglia e la società smettono di riconoscerlo come persona. Diventa un parassita, un peso, un corpo non conforme da nascondere dentro una stanza. È esattamente lo stesso meccanismo che descrivo in Anatomia di un mostro. Lo Stato e la società capitalista, cis-eteronormativa e binaria guardano alle soggettività trans* con lo stesso identico terrore e disgusto con cui guarderebbero un insetto. Le notizie drammatiche che arrivano dagli Stati Uniti, dove i diritti civili più basilari e l’accesso stesso ai percorsi di affermazione di genere o alla rettifica anagrafica vengono sistematicamente smantellati, ne sono la prova più concreta. Negare la rettifica dei documenti o l’accesso a farmaci salvavita significa, di fatto, attuare una cancellazione sistematica delle soggettività dissidenti. Come accade a Gregor Samsa nella Metamorfosi di Kafka, le persone trans* vengono deliberatamente spinte e sbattute nelle zone liminali dell’abitare e del sociale.
«Il ringhiare è la voce della bestia quando è minacciata, quando è messa all’angolo, quando sa che nessuno l’ascolterà se non mostrando i denti». (3) Come può la rabbia diventare strumento di lotta politica?
La rabbia è già di per sé uno strumento politico. È la risposta fisiologica e viscerale del nostro corpo a qualcosa che ci smuove da dentro, il segnale d’allarme che scatta quando subiamo o assistiamo a un’ingiustizia. Per trasformarla concretamente in agire politico dobbiamo iniziare a parlare della nostra rabbia. Dobbiamo mapparla. Significa mappare i punti della città che attraversiamo ogni giorno e che ci rigettano, i luoghi che ci provocano quella rabbia o nei quali abbiamo subito abusi, sguardi violenti e violenza transfobica. Solo mettendo in comune queste geografie del dolore possiamo capire come trasformare quegli spazi, come riappropriarcene e tornare nuovamente ad attraversarli. Come scrivo in Anatomia di un mostro, la risposta a tutto questo è dare vita a delle vere e proprie officine della rabbia, spazi di convergenza in cui possiamo riunirci e organizzarci, sottraendoci alla solitudine a cui il sistema ci condanna, ma anche coltivare la nostra cultura e la nostra politica dal basso, senza delegare le nostre vite a istituzioni che non ci riconoscono e infine costruire progetti reali e pratiche di mutuo aiuto, autodifesa e cura trans-femminista, queer e antispecista. Un luogo in cui dare vita a progettualità capaci di rendere il margine il centro città delle bestie e dei mostri di ogni genere.
Una domanda relativa invece alla situazione italiana. A che punto pensi che sia il transfemminismo italiano? Credi che il femminismo storico sia stato effettivamente superato e la battaglia per i diritti anche delle persone trans, non-binarie e queer sia attiva?
Sinceramente, credo che in Italia siamo drammaticamente e colpevolmente indietro per quanto riguarda i diritti, l’alleanza e la cura concreta verso le persone trans*. Continuiamo a rimanere uno sfondo comodo per i dibattiti politici altrui, un argomento da sventolare durante le campagne elettorali o, nel migliore dei casi, un token. Un esempio lampante sono le strade che rimangono puntualmente vuote ogni volta che viene chiamata una mobilitazione per chiedere supporto e tutele per le giovani e meno giovani persone trans* e non binarie. In quelle piazze non si presenta nessunə, se non le solite soggettività e associazioni dal basso che già fanno rete, che già si conoscono e che si supportano a vicenda. Il resto del panorama politico e del transfemminismo mainstream non muove il culo dal divano, insomma, se si tratta di persone trans*. Se a questo uniamo i dati spaventosi che ci ricordano come l’Italia sia costantemente tra i Paesi in Europa con il maggior numero di omicidi, suicidi e violenze transfobiche, cos’altro dobbiamo aggiungere? Possiamo solo dedurre la violenta deriva reazionaria e securitaria che sta prendendo questo Paese. Una deriva che si traduce in una totale indifferenza istituzionale e sociale verso le nostre vite.
Quali sono state invece le reazioni al tuo libro?
Le reazioni sono state quasi tutte incredibilmente positive, ed è una cosa che non mi aspettavo. In quelle pagine ho messo completamente a nudo la mia pelle di mostro, senza filtri, affrontando temi come la mia rettifica anagrafica, la correlazione tra specismo e transfonbia e la bestialitrans. Questi ultimi due soprattutto, sono argomenti che purtroppo sono ancora fortemente mal visti o faticosamente digeriti persino all’interno della stessa lotta queer e trans*. Spesso, infatti, la critica più grande e accesa che ricevo su Anatomia di un mostro è legata proprio alla parte antispecista, e paradossalmente arriva a volte da altre persone trans*. Moltə si sentono offesə perché nel libro paragono la condizione di vita, di confinamento e di sfruttamento delle persone trans* a quella degli insetti o degli altri animali non umani. Parlo duramente di quanto lo specismo sia strutturalmente interconnesso alla transfobia, e di come l’idea stessa di umano alimenti l’oppressione di chiunque venga posizionatə al di fuori di quel recinto normativo. Sentirsi dare del mostro o della bestia fa paura quando per tutta la vita si è lottato per essere riconosciutə come esseri umani e lo comprendo. Ma ho scritto Anatomia per rovesciare la tavola del padrone, non per elemosinare da lui un po’ di cibo per la mia sopravvivenza.
Martina Miccichè, nella postfazione al tuo libro, ha scritto queste bellissime parole: «E poi, prendete tutta la gioia e tutta la rabbia, il dolore e la voglia di essere felici e mettetela nel mucchio. Che quando accenderemo il fuoco sarà immenso. E saremo liberз e mostrз tuttз». (4) Cosa speri tu, invece, che chi ha letto il libro possa portare con sé o iniziare a fare?
Da parte mia, quello che spero davvero è che leggere Anatomia di un mostro possa supportare le persone a riscoprire e rivendicare la propria parte mostruosa e bestiale. Vorrei che si diffondesse la consapevolezza che anche i mostri e le bestie meritano amore, alleanza, desiderio e cura. Spero che questo testo sia uno strumento per smettere di chiedere il permesso di esistere. Spero che spinga a creare quelle officine della rabbia di cui parlavamo, a mappare le città, a fare rete dal basso. Spero, in definitiva, che aiuti a comprendere che un nuovo mondo spaziositrans è possibile, dove i margini si riprendono il centro, dove non dobbiamo più performare una normalità che ci opprime e dove possiamo finalmente essere liberə, selvaggə e bestiali.
Bonci, E. (2025) Anatomia di un mostro, D Editore, Roma, p. 145
NOTE
- Seguendo quello che fa Bonci nel libro, la parola trans è usata con l’asterisco per includere tutte le persone non binarie e transgender.
- Bonci, E. (2025) Anatomia di un mostro, D Editore, Roma, p. 145
- Ivi, p. 153.
- Ivi, p. 167.
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