La sedia del sadico

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Entrare in uno studio ginecologico e sedersi sulla sedia dedicata alla paziente non è quasi mai, per nessuna donna, un’esperienza tranquilla.

Da qui prende le mosse Chiara Alessi nel suo libro La sedia del sadico (Laterza, 2026), per guidarci in una riflessione attorno al fatto che gli oggetti non sono mai neutri.

Gli strumenti pensati e progettati esclusivamente per il corpo femminile, infatti, sembrano spesso sottrarsi alle regole del design contemporaneo, che invece punta a rendere gli oggetti non solo più estetici, ma soprattutto più semplici e inclusivi nell’uso.

«Eppure negli ultimi cent’anni abbiamo visto cambiare i sedili delle auto, intervenire con significative modifiche nella progettazione dei passeggini, abbiamo visto le cucine e gli uffici trasformarsi, nascere nuovi elettrodomestici, le tecnologie evolversi per risolvere bisogni o migliorare l’esperienza d’uso… Allora, forse, la sedia ginecologica e gli strumenti implicati nella visita non mutano perché sono già perfetti così, non migliorabili?» (1)

Alessi parte da un efficace esempio di ribaltamento di questo paradigma: l’Androchair.

Questa seduta è stata ideata e realizzata da un gruppo di ricercatrici svedesi come un provocatorio corrispettivo al maschile della sedia ginecologica: fredda, rigida, ostile, capace di negare a chi la occupa qualsiasi controllo su ciò che viene fatto al proprio corpo. (2)

Il ribaltamento mette subito in luce una dinamica che normalmente ci sfugge: l’Androchair viene percepita immediatamente come uno strumento disumano, quasi una forma di tortura. Perché invece la sedia degli studi ginecologici invece è considerata come una normalità che non necessita di alcun ripensamento (nonostante l’esperienza spesso negativa che ne hanno le pazienti)?

Attraverso l’analisi di oggetti quotidiani e medicali, come anche lo speculum, Alessi scardina l’idea che il design sia un’attività puramente tecnica o neutra. Al contrario, il design emerge come una vera e propria forma di potere politico: progettare significa, in ogni istante, definire chi è l’utente standard che si ha in mente e quali sono le priorità in gioco.

Per troppo tempo, questa figura di riferimento è stata silenziosamente identificata in un uomo, adulto, sano, normodotato e cisgender. Di conseguenza, tutto ciò che devia da questo standard – come il corpo femminile, le sue diverse fasi biologiche o le esigenze di chi vive una condizione di fragilità – finisce per essere considerato un’eccezione difficile da gestire.

E rimane l’Altro difficile da considerare come soggetto, ma facile da considerare come oggetto, anche della medicina.

«Ora, “naturale” è un’altra parola fumosissima quando si parla di genere, e attestandosi il dibattito normalmente su posizioni binarie (da una parte il tutto ricondotto alla biologia, dall’altra il tutto come fatto culturale) di nuovo chi viene sacrificata è la specificità di genere. Per tornare all’esempio di Umberto Eco, il volante, il cacciavite, la maniglia sono effettivamente oggetti modellati sulla mano umana, ma “umana” significa dell’essere umano o dell’uomo?» (4).

La sedia ginecologica diventa quindi il simbolo visibile di questo pregiudizio progettuale: non è solo un supporto fisico, ma il riflesso di un sistema che non ha previsto il comfort o l’autonomia della donna come priorità durante l’atto medico. In questo modo, l’autrice ci costringe a guardare al mondo degli oggetti come a una mappa di gerarchie sociali in cui chi disegna decide, di fatto, chi ha diritto alla comodità e chi, invece, deve adattarsi a uno strumento ostile.

Nel saggio, emerge chiaramente come la medicina, la tecnologia e il design abbiano storicamente ignorato il comfort, la dignità e la soggettività del corpo femminile, cristallizzandolo in una posizione di vulnerabilità. Troppo spesso, infatti, la paziente è stata ridotta a un oggetto “da riparare” o su cui operare, trascurando la necessità di accoglierla come un soggetto attivo e consapevole.

Alessi ci invita a riflettere su come questa oggettivazione sia intrinsecamente legata alla forma dello strumento: se l’oggetto è progettato senza empatia, esso finisce per imporre una postura di sottomissione, rendendo il momento della visita un’esperienza di subalternità. Smontare la neutralità della sedia ginecologica significa, quindi, iniziare a denunciare un paradigma tecnologico che ha dato per scontato che il corpo femminile dovesse adattarsi allo strumento, e mai il contrario. Anche se lo strumento fa paura, causa dolore e rimane invariato dal 1800.

In definitiva, La sedia del sadico ci ricorda che appropriarci e riappropriarci degli oggetti può essere un esercizio di consapevolezza politica.

La domanda che resta sospesa è se il superamento di questa sedia del sadico risieda in una riprogettazione radicale degli strumenti medici o se, invece, il vero punto di svolta sia un cambio di paradigma culturale nel rapporto medico-paziente.

Probabilmente, entrambi sono la risposta.

Grazie Laterza!

C. Alessi, La sedia del sadico, Laterza, 2026.

(1) C. Alessi, La sedia del sadico, Laterza, 2026, p. 5.

(2) Ivi, p. 3-4.

(3) Ivi, p. 35.