Il lavoro domestico: una prospettiva di razza e di classe per Angela Davis

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Angela Davis, leader del partito comunista americano in piena guerra fredda, militante delle Black Panthers e personaggio di spicco del movimento femminista nero (su cui trovate qui una panoramica completa), apre la sua Autobiografia di una rivoluzionaria con la volontà di non volersi distinguere dalle altre donne, in particolare dalle altre donne nere: «le forze che hanno fatto della mia vita ciò che è sono le stesse forze che hanno formato e deformato la vita di milioni di uomini e donne del mio popolo. Di più, sono convinta che anche la mia risposta a queste forze non sia stata eccezionale, che il mio impegno politico sia stato un modo logico e naturale di difendere la nostra umanità assediata» (1).

Diventata una delle persone più ricercate degli Stati Uniti d’America per via del suo attivismo politico e infine catturata dopo un periodo di latitanza, intraprende in carcere lo studio sulla condizione delle donne afroamericane durante lo schiavismo. Questo saggio, pubblicato nel 1971, diventerà il punto di partenza per Donne, razza e classe in cui Davis analizza proprio le forze a cui fa riferimento all’inizio della sua autobiografia: sessismo, razzismo, capitalismo. Facendo propria la teoria marxista, l’analisi prende come punto di partenza la “struttura”, la situazione economica. Solo a partire da questa è possibile comprendere la “sovrastruttura”, cioè capire come si siano connotati diversamente i destini delle donne nere e bianche nella nostra società, realizzandosi in diverse condizioni di vita e di oppressione e in un modo diverso di vivere la vita domestica.


Davis nella sua analisi sfata il mito a cui molte persone sono abituate a credere, che le donne schiave lavorassero principalmente come bambinaie o domestiche (viene subito in mente Mami di Via col vento).


Questo è solo un mito e «come spesso accade la realtà sta agli antipodi del mito. Le donne schiave, come la maggioranza degli uomini schiavi, lavoravano nei campi» (2). Da questo duro lavoro non erano esonerate nemmeno quando erano in gravidanza o avevano un neonato di cui prendersi cura. Inoltre, l’oppressione delle schiave era superiore a quella degli uomini per via della continua esposizione alle violenze sessuali da parte degli schiavisti. «Quando era redditizio sfruttarle come se fossero dei maschi, erano di fatto considerate asessuate, ma quando le si poteva sfruttare, reprimere e punire in forme date solo alle donne, allora venivano rinchiuse dentro ruoli esclusivamente femminili» (3).

Davis ravvisa nell’abolizione della tratta internazionale degli schiavi, lo Slave Trade Act approvato dal Parlamento inglese nel 1807 che vietava a partire dall’anno successivo il commercio degli schiavi (ma non la schiavitù), la causa che inasprì le condizioni di vita per le donne schiave. Divennero “riproduttrici”: «la classe degli schiavisti fu costretta ad affidarsi alla riproduzione naturale come metodo più sicuro per il rifornimento della popolazione nazionale di schiavi» (4).


Lo stupro quindi non era solo un’arma di repressione e dominio ma anche un mezzo a cui ricorrere per non mettere a repentaglio la nascente industria del cotone per via di mancanza di manodopera.


Inoltre la stessa società che metteva in atto l’esaltazione ideologica della maternità per le donne bianche, applicava criteri del tutto diversi alle schiave a cui era negato ogni diritto, anche legale, sui propri figli. È facile capire come le donne nere, che vivevano in condizioni di vita addirittura peggiori di quelle degli uomini, non potevano essere definite “sesso debole” o “casalinghe”. La vita domestica, inoltre, aveva una grandissima importanza e considerazione in quanto rimaneva per Davis l’unico spazio in cui riuscire a sentirsi “esseri umani”. «Le donne nere, per questa ragione – e anche perché erano lavoratrici quanto gli uomini – non furono svilite nelle proprie funzioni domestiche come invece accadde alla bianche» (5). 

Di pari passo Davis analizza la situazione della donna bianca. Il capitalismo industriale introduce una netta separazione tra una sfera pubblica, politica e produttiva di esclusiva pertinenza maschile e una sfera domestica femminile in cui vennero relegate le donne bianche di classe media (molte rimanevano le schiave e le operaie, principalmente immigrate costrette a lavorare nelle fabbriche in una condizione molto simile alla schiavitù). Fu confermata l’inferiorità della donna in un mondo in cui si affermava sempre di più un concetto di valore legato alla produttività.

Nell’era preindustriale la casa era il centro dell’economia, sia perché erano i suoi campi a dare nutrimento e sostentamento alla famiglia, sia perché al suo interno la donna si dedicava alla produzione di prodotti essenziali per la vita della famiglia come la fabbricazione degli abiti, del sapone, delle candele e la trasformazione delle materie prime in cibo. Nella prima metà del XIX secolo il lavoro di produzione esce dalle case e si sposta nelle fabbriche e a mano a mano che l’affermazione “la casa è il posto della donna” diventava più rigida si erodeva sempre di più il valore e il prestigio del lavoro svolto dalle donne, che si ritrovano a fare i conti con l’ideologia dominante che le esalta esclusivamente nei ruoli di mogli e madri: «come mogli erano destinate a diventare appendici dei propri uomini, a fare le domestiche dei propri mariti. In quanto madri erano identificate come veicoli passivi per la riproduzione della vita umana» (6). 


Le donne bianche iniziarono a ricorrere spesso alla metafora della schiavitù per denunciare la condizione domestica e matrimoniale in cui erano rinchiuse e per Davis ciò fece sì che molte di loro si avvicinarono alla causa abolizionista, organizzandosi per fare attivismo in prima persona.


«Come casalinghe in una nuova era di capitalismo industriale, avevano perso ogni importanza nelle loro stesse case, e il loro status sociale in quanto donne aveva patito una conseguente svalutazione […] l’abolizionismo conferiva loro l’opportunità di lanciare una protesta implicita contro l’oppressione dei propri ruoli domestici» (7). 

Donne, razza e classe è un testo fondamentale per il femminismo intersezionale e il lavoro domestico è solo uno degli aspetti trattati, insieme a illuminanti riflessioni sul mito dello stupratore nero, i linciaggi, il diritto all’aborto ma anche la lotta contro le sterilizzazioni forzate che subirono le donne nere e ispaniche negli Stati Uniti.

Dal XIX secolo ad oggi le cose sono cambiate molto, sia per le donne nere che per quelle bianche. Tuttavia il lavoro domestico è ancora una questiona aperta e attuale e per questo è importante prenderlo in considerazione con le sue diverse sfaccettature e stratificazioni storiche. Il capitalismo trae vantaggio dalle disuguaglianze che crea e che gli permettono di attuare un maggiore sfruttamento, Davis ci insegna che per tracciare una strada comune di liberazione non si può prescindere dalla consapevolezza delle diverse storie e condizioni di vita da cui provengono i soggetti coinvolti.






(1) A. Davis, Autobiografia di una rivoluzionaria, minimum fax, Roma, 2007, p. 7.

(2) A. Davis, Donne, razza, classe, Edizioni Alegre, Roma, 2018, p. 30.

(3) Ivi. p. 32.

(4) Ibidem.

(5) Ivi. p. 44.

(6) Ivi. p.64.

(7) Ivi. p.69.

Immagine di copertina: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Angela_Davis_at_Oregon_State_University.jpg