Catalogo di donne sole

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Catalogo di donne sole di Lucia Gaiotto è una raccolta di 22 racconti brevi in cui la scrittura non si limita a narrare, a raccontare una storia, ma interroga la solitudine, la resistenza e l’inquietudine che abitano il mondo contemporaneo delle donne. Qui l’orrore e il mostruoso femminile trovano spazio di esposizione.

«sulla soglia – l’odore di putrefazione si faceva troppo forte per proseguire e il prescelto, designato per quella prova iniziatica, alla fine tornava indietro tra i conati. Si diceva perfino che uno di loro, tempo addietro, se la fosse fatta addosso senza accorgersene – la puzza era tale da coprire il tanfo nelle mutande. Comunque, Malvina ci stava bene – dentro.» (1)

La scrittrice costruisce una geografia della solitudine delle donne che non ha nulla di consolatorio e confortante. Non siamo davanti a storie di emancipazione lineare né a racconti che cercano riscatto a ogni costo.

Qui la solitudine è materia viva, esposta, ferita fresca, è spazio da attraversare, è una condizione che espone e insieme rivela. 

La struttura del libro si basa su un espediente narrativo interessante: ogni racconto si ispira a uno degli Arcani Maggiori dei Tarocchi ed è così che sono nate le “Arcane della solitudine”. 

Non si tratta di gioco esoterico fine a sé stesso, ma di una chiave simbolica che amplifica i temi centrali della raccolta: destino, rivelazione, mistero, trasformazione, oscurità.

Il riferimento simbolico infatti non è mai decorativo, una cornice o un contorno: amplifica le tensioni, mette in risalto fratture interiori, illumina zone d’ombra che raramente trovano voce nella narrazione mainstream del femminile. Le protagoniste sono donne colte in momenti di scarto: tra desiderio e disillusione, tra bisogno di legame e impulso alla fuga, tra controllo e perdita.

Le figure che incontriamo nei diversi racconti – come Malvina, Ilde, Rachele, Nora, Diana – sono tutte donne in bilico tra il desiderio di connessione e l’inarrestabile esperienza della solitudine. Alcune sopravvivono con ironia, altre con ossessione, altre ancora con una reattività crudele o con gesti di affetto scomposto. Il tono oscilla tra il poetico e il perturbante, tra una realtà molto concreta e improvvise aperture simboliche. 

Ciò che rende interessante questa raccolta è proprio la scelta di non addomesticare l’esperienza, non renderla sopportabile.

La solitudine non è qui descritta come semplice assenza dell’altro, ma come condizione esistenziale che interroga l’identità. In queste pagine si avverte quanto il femminile, storicamente definito in relazione a ruoli circoscritti come quello di moglie, madre e compagna, possa diventare perturbante quando si trova a esistere fuori da quella relazione o dentro relazioni che non salvano.

«Stava conficcando se stesso dentro al mio corpo e io mi spaccavo come si era spaccato il melone, sentivo la pelle che si scorticava e io che venivo scuoiata: bestia viva con un cuore che pulsa e quel cuore ero io e la bestia era lui ma forse no perché eravamo un tutt’uno e chi era la bestia allora e chi mi stava scuoiando forse mi scuoiavo da sola e non lo sapevo mi scuoiavo da dentro e bruciava tutto come se mi avessero messa a bagno nell’acqua ossigenata avevo ustioni su tutto il corpo e la pelle si stava sciogliendo e se avesse continuato ancora non sarei più stata io mi sarei dissolta una bestia scorticata scuoiata ustioni su una pelle morta che era stata viva la carne trita nelle vasche bianche del macellaio l’odore di sangue fresco i filamenti del melone e i filamenti delle mie vene i semi del melone e il mio utero svuotato e quella sensazione di nausea, volevo vomitargli addosso se stesso ma la nausea restava lì, inchiodata anche lei, e nei suoi occhi che non mi guardavano io vedevo tutto. Sembrava che mi volesse punire per qualcosa che non avevo ancora fatto.» (2)

La solitudine, quindi, diventa uno spazio narrativo e metafisico.

Non è trattata come un semplice stato emotivo, uno stato d’animo o un sentimento prolungato: è un terreno di esperienza che modifica lo sguardo. In ogni racconto, la protagonista si confronta con le proprie ombre interiori, con desideri inespressi e con ferite quotidiane che si condensano in immagini forti e, a volte, inquietanti. È una solitudine che può diventare rifugio, peso o tensione creativa.

Questo approccio narrativo conferisce alla raccolta la qualità di un catalogo di esistenze, un insieme di storie che non cercano soluzioni definitive ma aperture di senso. Lo spazio del racconto breve lascia che ogni micro-narrazione si chiuda su una nota ambigua, lasciando a chi legge la possibilità di continuare il senso oltre la pagina.

Le illustrazioni di Marie Cécile (3), presenti all’interno del volume, poi, fungono da contrappunto visivo: figure enigmatiche, sospese tra naturale e immaginifico, che rispecchiano il tono dei testi e approfondiscono la dimensione simbolica del progetto.

Catalogo di donne sole è una proposta letteraria ideale per chi ama narrativa breve che non rinuncia alla densità tematica, per chi non teme di confrontarsi con storie che scompongono la normalità e che esplorano il lato oscuro dell’esperienza femminile. È adatto a chi vede nella solitudine non un vuoto da riempire ma uno spazio da attraversare, con tutti i suoi rischi e potenziali spunti di rinascita. 

In un panorama narrativo dove spesso si cerca rapidità e convenzione, Catalogo di donne sole emerge come un’opera che ci chiede di rallentare, di guardare dentro di noi, e di riconoscere, tra le righe, la nostra relazione con la solitudine, il desiderio e l’ombra. In definitiva, un libro che parla delle molte forme in cui essere donne spesso isolate, complesse, oscure ma anche resilienti significa essere anche un atto di sopravvivenza poetica.

Se c’è un punto su cui Lucia Gaiotto in Catalogo di donne sole sceglie deliberatamente di non mediare è l’assenza di consolazione. La raccolta non offre redenzioni facili né evoluzioni rassicuranti: alcune figure restano sospese, irrisolte, talvolta imprigionate nella propria ombra.

In alcuni racconti, inoltre, la dimensione simbolica rischia di sovrastare la profondità psicologica delle protagoniste, che talvolta sembrano incarnare un archetipo più che svilupparsi come personaggi pienamente tridimensionali. È una tensione sottile tra mito e carne viva: quando l’equilibrio regge, il testo brilla; quando si inclina verso l’allegoria, la distanza emotiva aumenta.

Proprio questa scelta, tuttavia, rende l’opera interessante per una lettura filosofica: la solitudine non viene spiegata né addomesticata, ma esposta nella sua nudità. E forse è qui la sfida più radicale del libro – chiedere a chi legge non di comprendere le donne narrate, ma di sostare con loro nell’inquietudine.

Catalogo di donne sole è un libro che non cerca consenso emotivo. Non chiude le ferite che apre, non offre morale né redenzione. E forse è proprio qui la sua radicalità: nell’invitare a sostare nell’inquietudine, a riconoscere che la solitudine può essere ferita ma anche spazio di consapevolezza.

Per chi si interroga sul modo in cui la narrativa contemporanea rappresenta il femminile, questa raccolta è un terreno fertile.

Non propone modelli, non distribuisce risposte, ma apre domande.

Grazie hoppípolla!

Gaiotto, Lucia, Catalogo di donne sole, Illustrato da Marie Cécile, Torino, hoppípolla, 2024.

(1) Gaiotto, Lucia, Catalogo di donne sole, Illustrato da Marie Cécile, Torino, hoppípolla, 2024, p. 13;

(2) Ivi., p. 122.

(3) Marie Cécile è un’illustratrice nata nelle Marche. Collabora con la rivista Čapek e partecipa a progetti indipendenti e a mostre collettive. Porta avanti come illustratrice la sua ricerca sul soggetto femminile, indagando gli aspetti che legano la donna alla terra e alla natura