
Un mestiere centrato sulla sessualità costituisce un rompicapo per il femminismo: il sesso, i soldi e i rapporti di potere derivanti sono complicati e ricchi di contraddizioni, specialmente per chi è socializzatə femmina. Può essere difficile immaginare il lavoro sessuale come compatibile con i principi femministi; i dubbi sono tanti: non è oggettificante? Non è “vendere il corpo”? Non rafforza le dinamiche patriarcali? Non è violenza per definizione?
Come potrebbe unə vera femministə scegliere di farlo?
È vero, il rapporto tra lavoro sessuale e femminismo è complicato, e spesso sembra provocare un cortocircuito capace di far saltare ogni dialogo, ma basta poco per realizzare che zittire la capacità dellə sex worker di autodeterminarsi contrasta con le fondamenta stesse del femminismo: le convolute divisioni che chiamiamo femminismi si diramano a partire da fondamenta solide. Il femminismo è «la rivendicazione dei diritti economici, civili e politici delle donne […]» (1), e questo è totalmente compatibile con ciò che chiede il movimento internazionale dellə sex worker: decriminalizzazione del lavoro sessuale e riconoscimento dei diritti di chi lo pratica (2).
È nella frizione tra piano simbolico e materiale che il cortocircuito ha luogo: quando parliamo di oggettificazione, di dignità, di rafforzamento del patriarcato, ci stiamo muovendo su un piano simbolico, morale, filosofico, astratto. L’istanza dei diritti invece è concreta, materiale: riguarda la sopravvivenza, la violenza fisica e istituzionale, lo stigma, l’isolamento.
Non si tratta di banalizzare l’importanza della riflessione teorica: è fondamentale.
Una delle grandi ricchezze del movimento femminista è proprio lo sviluppo teorico radicato nei gruppi di autocoscienza, nel dialogo, nella condivisione delle esperienze, nell’analisi culturale e politica. Il problema nasce quando la riflessione si dimentica della realtà materiale e non ascolta chi è protagonista di quelle dinamiche nel mondo, quando veniamo trattatə come oggetti di salvataggio, e non come soggetti politici. Il movimento internazionale dellə sex worker è unanime: il modello legislativo della decriminalizzazione è l’unico capace di migliorare le condizioni di vita e di salute di chi fa sex work. Non solo, autorità super partes come l’Organizzazione Mondiale della Sanità (3), Amnesty International (4) e UNAIDS (5) concordano.
Analizziamo quindi alcune delle domande e obezioni più frequenti che ci si può trovare a porsi confrontandosi con questa apparente matassa di sesso, potere, marginalizzazione e ruoli di genere:
Va bene, quindi per chi si trova in condizioni di forte marginalizzazione deve essere una scelta da fare in modo più sicuro possibile. Ma non rimane degradante, oggettificante? Non è come vendersi?
Chi ci ha detto che il sesso è degradante per le donne? Il patriarcato. L’idea che per le donne la sessualità sia sempre imbevuta di sentimenti, di intimità, di sacralità, è un’impostazione patriarcale che all’opposto vede la sessualità maschile come predatoria e incontrollata. Inoltre, riveste le donne del ruolo “naturale” di madri, la cui sessualità non può esistere senza uno slancio riproduttivo, intrinseco alla natura femminile. Sono istanze patriarcali che limitano la capacità di autodeterminarsi e relegano le donne al ruolo di sposa e madre.
Se lo fai per soldi, è davvero una scelta?
Viviamo in una società in cui per sopravvivere dobbiamo guadagnare, ed è privilegio di pochə poter scegliere al 100% cosa si fa per soldi. Mentre non ci poniamo la domanda per lə lavoratorə domestichə, per esempio, perché svolgono un lavoro che ci sembra conforme alla natura femminile, perché è un ruolo di cura, e non ci domandiamo mai se si tratta davvero di una scelta, nonostante spesso lavorino in condizioni davvero difficili (6).
Anche se una lo sceglie, non rafforza comunque il patriarcato?
Torniamo all’idea che il sesso sia inerentemente umiliante per le donne, e che si esplichi necessariamente lungo l’imposizione patriarcale.
Come si distingue il sex work dalla tratta?
Non voglio semplificare distinguendo il sex work dalla tratta esclusivamente sulla base della “scelta”, sia perché, come dicevo, la possibilità di scegliere è relativa, sia perché finché ci saranno confini ci saranno trafficanti. Prostitute in Rivolta di Juno Mac e Molly Smith entra a fondo nella questione (7) – qui la recensione su Filosofemme (8). Un altro libro fondamentale, purtroppo disponibile solo in inglese, è Sex at the Margins dell’antropologa Laura María Agustín (9).
Difenderlo non significa normalizzare lo sfruttamento?
Non tutto il lavoro sessuale è sfruttamento, così come non tutto il lavoro è sfruttamento. L’abuso fiorisce in mancanza di diritti, e questo riguarda tutti i mestieri.
Perché non puntare solo a far uscire le persone dal sex work?
È fondamentale aiutare chi vuole smettere a farlo, e questo passa anche tramite il sostegno delle associazioni di sex worker (3) (10) (11) (12) e dei centri antiviolenza, ma voler determinare la volontà di altre persone è ingiusto. E rispettare l’autodeterminazione delle donne su di sé e sul proprio corpo è alle fondamenta del femminismo. Allo stesso modo in cui chi non vuole abortire deve avere tutti i mezzi per non doverlo fare, e viceversa, chi vuole fare sex work deve poterlo fare, e chi vuole uscirne anche (13).
Però la maggioranza dei clienti sono uomini.
Vero, ma se ci pensiamo è solo di recente che si è iniziato a sdoganare la sessualità femminile, inclusa la masturbazione. Le clienti donne esistono, ma sono ancora rare perché il piacere sessuale è ancora un’area su cui come femministe stiamo lottando, e concedersi di pagare per ricevere un servizio sessuale è ancora estraneo alla mentalità di molte donne.
Quindi sarebbe “empowering”?
Neanche, ed è pericoloso ritenerlo tale. Per molte persone è una strategia di sopravvivenza non violenta, e come per tutti i lavori può essere o meno gratificante, dare più o meno libertà finanziaria, ma non si tratta di considerarlo importante di per sé in quanto riappropriazione della sessualità, perché il punto è che la sessualità non è un ambito “speciale” per le donne, quella è una costruzione del patriarcato.
(1) https://www.treccani.it/enciclopedia/femminismo/
(2) https://www.filosofemme.it/2025/09/30/leggi-cosa-chiedono-le-sex-worker/
(3) https://www.nswp.org/sites/default/files/decriminalisation_cg.pdf
(4) https://www.who.int/teams/global-hiv-hepatitis-and-stis-programmes/populations/sex-workers
(5) https://www.amnesty.org/en/documents/pol30/4062/2016/en/
(6) https://ilmanifesto.it/domestic-workers-le-possibili-alleanze-con-i-movimenti-femministi
(7) https://tamulibri.com/negozio/prostitute-in-rivolta-la-lotta-per-i-diritti-delle-sex-worker
(8) https://www.filosofemme.it/2026/04/16/prostitute-in-rivolta-la-lotta-per-i-diritti-delle-sex-worker/
(9) https://www.bloomsbury.com/us/sex-at-the-margins-9781848135000/
(10) https://associazioneswipe.it/
(11) https://www.lucciole.org/
(12) https://ombrerosse.noblogs.org/
(13) https://www.nswp.org/sites/default/files/Feminism%20Needs%20Sex%20Workers%2C%20Sex%20Workers%20Need%20Feminism%2C%20ICRSE%20-%202016.pdf
Altri approfondimenti:
https://iris.unive.it/bitstream/10278/3687850/2/BTS-Domestic-Workers-Speak.pdf
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