La rivoluzione al punto zero

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«Vogliamo e dobbiamo dire che siamo tutte casalinghe, prostitute, siamo tutte omosessuali, perché finché accetteremo queste divisioni e penseremo di essere migliori di altre, qualcosa di diverso dalla casalinga, stiamo accettando la logica del padrone. Siamo tutte casalinghe perché, ovunque ci troviamo, loro possono sempre contare sul nostro lavoro ulteriore, su più paura di mettere i nostri bisogni in primo piano e meno ostinazione da soddisfare, dato che si suppone i nostri pensieri siano diretti altrove, all’uomo che nel nostro presente o futuro “si prende cura di noi”» (1)

È questo lo spirito che percorre La rivoluzione al punto zero. Lavoro domestico, riproduzione e lotta femminista di Silvia Federici, professoressa, militante e scrittrice che ci parla dalla prospettiva di chi, dal primo dopoguerra ad oggi, ha assistito al sorgere delle nuove istanze politiche e filosofiche e le ha incarnate nella sua esperienza di donna.

Federici ci consegna ad una fitta narrazione tripartita: con gli scritti compresi tra il gli anni Settanta e gli Ottanta, quelli della sua militanza all’interno del Wages of Housework (2), si concentra nell’analisi della condizione della casalinga – del suo lavoro non salariato – quale soggetto dedito alla riproduzione della forza lavoro. Lo scopo è quello di smascherare la naturalizzazione che cela lo sfruttamento delle donne dal momento che «gli attributi della femminilità sono in realtà funzioni lavorative» (3).

Secondo Federici infatti

«Proprio come Dio creò Eva per dare piacere a Adamo, così il capitale ha creato la casalinga per servire il lavoratore maschio fisicamente, emotivamente, sessualmente, per crescere i suoi figli, rammendargli le calze, rimettere in sesto il suo ego quando viene schiacciato dal lavoro e dalle relazioni sociali (relazioni di solitudine) che il Capitale gli ha riservato» (4)

La seconda parte del testo, scritta tra gli anni Novanta e i primi Duemila, tratta del lavoro di riproduzione sociale – «inteso come complesso di attività e relazioni tramite cui vengono riorganizzati la nostra vita e il lavoro» (5).

Qui l’attenzione è tutta rivolta alla nuova economia globale, alla globalizzazione economica e ai suoi effetti nei paesi (come Africa,  Asia e America Latina) sui quali il capitalismo ha recentemente – dagli anni Ottanta – messo le mani.

«Stiamo assistendo all’industrializzazione del “Terzo Mondo”. Ci viene detto che questo processo eliminerà le gerarchie che hanno storicamente caratterizzato la divisione internazionale del lavoro e avrà un impatto positivo sulla divisione sessuale del lavoro» tuttavia, prosegue Federici «l’introduzione del libero scambio non sviluppa la base industriale dei paesi in cui queste vengono instaurate, e nemmeno ha un effetto positivo sui livelli di occupazione, mentre è vero che prosciuga le risorse locali» (6)

Infine, nella terza parte, focalizzata sulla riproduzione dei beni comuni, l’autrice spazia dai lavori di cura – specialmente quelli rivolti alle persone anziane – all’agricoltura di sussistenza portata avanti (nonostante le fatiche e i tentativi del sistema capitalista di minarla) dalle Ande, all’Africa, al Perù e al Messico, per culminare nella trattazione delle comuni.

«il tentativo neoliberale di subordinare ogni forma di vita e conoscenza alla logica del mercato ha acuito la nostra percezione del pericolo di vivere in un mondo dove non abbiamo più accesso a mari, alberi, animali e agli altri esseri umani se non passando per il nesso del denaro […] L’idea della/e comune/i, in questo contesto, ha offerto un’alternativa logica e storica sia al binomio stato-proprietà privata, che stato-mercato, permettendoci di rifiutare la finzione che essi si escludano a vicenda e siano esaustivi delle nostre possibilità politiche» (7)

È un libro che mira ad una rivoluzione che decostruisca il sistema capitalista, riorganizzando il lavoro di cura e di riproduzione sociale – da sempre svolto dalle donne – in modo che da fatto privato si trasformi in processo comune e collettivo. Cooperazione, condivisione, collettività, comuni, responsabilità: queste le basi su cui si dovrà formare il sistema alternativo a quello capitalista.

«Siamo viste come stronze che si lamentano, non come lavoratrici in rivolta» (8)

Ma anche un libro che, nelle parole dell’autrice «raccoglie oltre Trent’anni di riflessioni sul lavoro domestico, la riproduzione sociale e le rivoluzioni, individuali e collettive, che le donne hanno costruito per creare una rete alternativa ai rapporti capitalisti» (9) e che funge da utile strumento per ripercorrere il pensiero della filosofa.

È un testo necessario per tuttə, specialmente oggi che i diritti sembrano sempre più incerti e le nostre capacità di tutelarli appaiono sempre più erose dal sistema capitalista dal quale sembriamo incapaci di uscire.

Una lettura che richiede impegno e attenzione, ma la chiarezza espositiva e il linguaggio semplice la rendono un’esperienza alla portata di tuttə.

Grazie D editore!

Silvia Federici, La rivoluzione al punto zero. Lavoro domestico, riproduzione e lotta femminista, trad. P. Badji, D editore, Roma, 2025.

(1) Silvia Federici, La rivoluzione al punto zero. Lavoro domestico, riproduzione e lotta femminista, D editore, Roma, 2025., p.60

(2) Wages of Housework fu una campagna internazionale lanciata dal Collettivo femminista internazionale, per ottenere un salario per il lavoro domestico, collettivo di cui Federici fece parte in quegli anni.

(3) Silvia Federici, La rivoluzione al punto zero. Lavoro domestico, riproduzione e lotta femminista, p. 27

(4) Ivi, p.49

(5) Ivi, p.20

(6) Ivi, p.167

(7) Ivi, p.343

(8) Ivi, p.7

 (9) Ivi, p.6